VII
Dunque l'alta beltà, ch'amica stella
con sì prodiga mano in voi dispensa,
d'amor tenete e di pietà rubella?
Quell'alma, in cui posando ricompensa
di molt'anni l'error la virtù stanca,
dar la morte a chi v'ama iniqua pensa?
Lasso, e che altro a far del tutto manca
orribile ed amara questa vita,
e rovinosa in strada oscura e manca,
se non che sia col mal voler unita
d'una bellezza al mondo senza eguale
la forza insuperabile, infinita?
Ma perché da l'inferno ancor non sale
Tesifone e Megera ai nostri danni,
se scende a noi del ciel cotanto male?
Ben sei fanciul più d'ingegno che d'anni,
Amor, e d'occhi e d'intelletto privo,
se 'l tuo regno abbandoni in tanti affanni.
Te, cui non ebbe di servir a schivo
Giove con tutta la celeste corte,
e ch'a Dite impiagar festi anco arrivo;
te, del cui arco il suon vien che riporte
spoglie d'innumerabili trofei,
contra chi più resiste ognor più forte;
te, cui soggetti son gli uomini e i dèi,
non so per qual destìn, fugge e disprezza,
con la mia morte ne le man, costei.
Ma, se contrario a quel che 'n ciel s'avezza,
ella sen va da le tue forze sciolta,
per privilegio de la sua bellezza,
a la tua stessa madre or ti rivolta,
ch'unico essempio di beltà fu tanto,
pur piagata da te più d'una volta:
e, s'a lei toglie la mia donna il vanto
d'ornamento e di grazie, a lei che giova
l'esserti madre poi da l'altro canto?
èe vinta da costei Venere è in prova,
e se Minerva in scienzia e in virtute
a costei molto inferior si trova,
tanto più scegli le saette acute:
ché più gloria ti fia di questa sola,
che di tutt'altre in tuo poter venute.
Per l'universo l'ali stendi, e vola
di cerchio in cerchio, Amor, e sì vedrai
che questa il pregio a tutte l'altre invola;
e, s'al tuo imperio aggiunger la saprai,
quanto 'l tuo onor sovra i dèi tutti gìo,
tanto maggior di te stesso verrai:
benché lo sventurato in ciò son io,
che, benché stata sia costei sicura
da l'armi ognor del faretrato dio,
non è stata però sempre sì dura,
che non abbia ad Amor dato ricetto
per pietà nel suo sen, non per paura
Com'ad ubidiente umil soggetto,
ad Amor ansioso e di lei vago
l'adito aperse del suo gentil petto;
quinci 'l suo desir proprio a render pago,
al suo arbitrio d'Amor l'armi rivolse,
qual le piacque a fermar solingo e vago:
sì che, dovunque saettando colse
col doppio sol di quei celesti lumi,
a sé gran copia d'amadori accolse,
e con leggiadri e candidi costumi
dilettò 'l mondo in guisa, che la gente
d'amor per lei vien ch'arda e si consumi.
Gran pregio, in sé tener unitamente
rara del corpo e singolar beltate
con la virtù perfetta de la mente:
di così doppio ardor l'alme infiammate
senton lor foco di tal gioia pieno,
che, quanto egli è maggior, più son beate.
Anch'io lo 'ncendio, che mi strugge il seno,
sempre più bramerei che 'n tale stato
s'augumentasse e non venisse meno,
s'io non fossi, né so per qual mio fato,
in mille espresse ed angosciose guise
da lei, miser, fuggito e disprezzato:
ché, se 'l trovar l'altrui voglie divise
da le nostre in amor, è di tal doglia,
che restan le virtù del cor conquise,
quanto convien ch'io lagrimi e mi doglia
di vedermi aborrir con quello sdegno,
che di speme e di vita in un mi spoglia?
E, s'io mi lagno, e se di pianto pregno
porto 'l cor, che 'l duol suo sfoga per gli occhi,
miser qual io d'Amor non ha 'l gran regno.
Non basta che Fortuna empia in me scocchi
tanti colpi, ch'altrui mai non aviene
che 'n questa vita un sì gran numer tocchi;
ché sospirar e pianger mi conviene
di ciò, che la mia donna, fuor d'ogni uso,
al mio strazio più cruda ognor diviene;
e s'io, del pianto il viso smorto infuso,
del cielo e de le stelle mi richiamo,
ed or Amor, or lei gridando accuso,
che poss'io far, se, in premio di quant'amo,
giunto da l'altrui orgoglio a tal mi veggo,
che la morte ancor sorda al mio mal chiamo?
E col pensier, ond'io vaneggio, or chieggo
d'Amor aita, ed or per altra strada
sempre invano al mio scempio, oimè, proveggo.
Ma, poi che 'l ciel destina, e così vada,
che per sicura e dilettosa via,
dove 'l ben trovan gli altri, io pèra e cada,
sàziati del mio mal, fortuna ria;
poi, di me quando sarai stanca e sazia,
qual tuo gran pregio e qual acquisto fia?
E tu, Amor, dentro e fuor mi struggi e strazia,
ché tanto m'è 'l mio affanno di contento,
quant'ei l'orgoglio di madonna sazia.
Ben ai successi de le cose intento,
di lei m'assale immoderata t'ma,
che 'n lei vendichi 'l cielo il mio tormento.
Questo fa in parte la mia gioia scema,
anzi, s'io voglio raccontar il vero,
son sempre oppresso da una doglia estrema:
ché, se meco madonna usasse impero,
gratissimo il servirla mi saria
con affetto di cor vivo e sincero;
ma, che invece di spender signoria,
a dilettar la circostante turba
mi strazie sotto acerba tirannia,
questo m'afflige l'animo, e mi turba.
N', per le mie querele e i miei lamenti,
l'opera incominciata ella disturba,
ma, quasi mar nei procellosi venti,
nel mio chieder mercé via più s'adira,
e cela di pietà gli occhi suoi spenti:
da me torcendo altrove i lumi gira,
e gran materia è di sua crudeltate
quanto per me si lagrima e sospira.
O donna, pregio de la nostra etate,
anzi di tutti i secoli, se 'n voi
non guastasse l'orgoglio la beltate,
ond'avvien che 'l mio amor così v'annoi?
E, s'a morir davanti non vi vengo,
ancora offesa vi chiamate poi:
quanto faccio, e di quanto ch'io m'astengo,
di me le vostre voglie a render paghe,
vi spiace, e merto di vostr'odio ottengo.
Ma, perché 'l vostro sdegno ognor m'impiaghe,
dolci son di quel volto le percosse,
e de le vostre man candide e vaghe.
Qualunque affetto in voi giamai si mosse,
tutto fate con grazia: de' vostri atti
chiunque il dotto e buon maestro fosse.
Quai tenesse con voi natura patti,
ancor de l'ire vostre e de l'offese
tutti gli uomini restan sodisfatti.
Farvi perfetta a tutte prove intese
l'influsso, donator d'ogni eccellenza,
e benigno la man verso voi stese:
quinci del ciel l'altissima potenza
si vede in molti effetti discordanti,
c'han di virtute in voi tutti apparenza.
Oh che dolci, oh che cari e bei sembianti,
ch'alte maniere quelle vostre sono,
da farvi i dèi venir qua giuso amanti!
E se, com'io pur volentier ragiono
de le grazie, che 'l ciel tante in voi pose
con singolar, non più veduto dono,
non mi teneste d'ogni parte ascose
quelle vostre divine e rare parti,
di che vostra persona si compose,
non fôran sì angosciosi da me sparti
sospiri, né di lagrime vedresti
avampando, cor misero, innondarti.
Ma, dond'avien che 'n me, lasso, si desti
la speme, che per prova intendo come
faccia sempre i miei dì più gravi e mesti?
E pur chiamando di mia donna il nome,
vera, unica al mondo eccelsa dea,
convien ch'a lei mi volga, e ch'io la nome.
Deh, non mi siate così iniqua e rea,
che 'l mio mal sia 'l ben vostro e che m'ancida
quella vostra beltà, che gli altri bea!
Ma quell'Amor, che v'ha tolto in sua guida,
e che tien nel cor vostro il suo bel seggio,
la crudeltà per me da voi divida;
ch'io piangendo umilmente ancor vel chieggio.