VII
Nel verde tempo della vita nostra,
nel mio dolce invischiossi un fèle amaro
dond'io per pruova imparo
quel ch'or si fa nell'amorose rete.
Donne leggiadre, che provato avete
le fiaccole d'amore e le saette
crudeli e maladette,
di questo innanzi a me non parli alcuna,
ch'amor, fato o destin, cielo o fortuna
m'oferse innanzi agli occhi un pulcro oggetto
d'uno spirto sì eletto,
che 'l bel Demitri non gli fora equale,
con un volto di perle oríentale
e ciascun occhio di Venere stella,
e questa effige bella
d'or coronata un'amatista impera.
O biondo, o sacro Appollo, o quarta ispera,
e' vi conviene asconder per costui,
el quale oscuri e bui
fa i vostri raggi col suo sol novello.
Donne amorose, appieno i' non favello
di sua biltà, perché non mi sia tolto
da voi quel chiaro volto,
ch'ebbe ed ha forza a tramutarmi in petra.
E credo che Cupido la faretra
abbi perduta, l'arco e lo stral d'oro,
ché del suo santo coro
non gli aventa nel cuore una saetta.
Il chiamo, il priego, il seguo, ed e' con fretta
vola dinanzi alla mie vita lassa
e rompe e spezza e passa
un don de' prencipal della natura.
Qual è notato in publica scrittura,
«Amor che a nullo amato amar perdona»,
questo mi fugge e sprona,
e tal sentenzia in lui non truovo vera.
E perché l'alma mia altro non spera,
né cerca ch'aver lui, ed e' mi fugge,
e per modo mi strugge
che 'l fine esser dee il mio di Meleagro.
Questo parlar con voi donne è tropp'agro,
ma vo' parlare un po' col mio signore,
ché ragione e amore
forse el potrebbe far diventar pio.
Vuo' tu esser Gianson, dolce amor mio?
vuo' tu ch'i' sia Esifile o Medea?
vuo' tu infamia sì rea?
vuo' mi tu abbandonar, signor mie degno?
Vuo' tu esser Teseo, ch'andò nel regno
di Creti colle vele tutte nere
per la fede attenere
d'Egeo, e per morir nel Laberinto?
Adriana vezzosa, col cor tinto
d'amore, operò sì ch'e' fu salvato.
Non fu Teseo poi ingrato,
ch'abbandonò per Fedra essa Adrianna?
Ma pure alfine ingannato è ch'inganna,
e con centuplicato inganno e pena,
ch' la luce serena
di giustizia riguarda universale.
E per non giugner peggio al primo male,
non disputar con chi ha dominazione,
ch' 'l punto di ragione
non arie loco: adoperiamo e prieghi.
O Ipolito mio, deh, perché nieghi
venire a Fedra tua alcuna volta,
ch'a te si dona sciolta?
To' mi qual pare a te che mi convegna.
Vuo' tu ch'i' sia da cotal grazia indegna,
o Pirramo mio bel, vago e gentile,
che di Tisbe lo stile
emiterei per te, s'egli accadesse?
Né vorrei che 'l giudicio tuo tenesse
che passasse 'l mio amor l'amor di Dido,
o di quella d'Abido,
o d'Ero, o d'Oenon, Canace o Fille,
o di Briseida el bel furto d'Achille,
o di Laudomia di Protessilao;
e quel ch'a Menelao
Elena fece, quel farei per te.
Se non, giudicio tal sopra di me
venga, ch'i' senta fra le scure selve,
fra le più crude belve,
in fame in freddo in caldo in sonno e 'n sete.
Tenda Fortuna ogni suo laccio e rete
a legarmi a stracciarmi e a snervarmi,
col far poi ritornarmi
ogni dì mille volte a simil segno!
E poi, ultimamente, al tristo regno
di Pluton passi l'alma, e a tutte quelle
più lese meschinelle
invidia singular porti in etterno.
Po' ch'i' tremo nel foco e ardo el verno
per te, alfin di me abbi merzede
Chi nostre colpe vede
e che tutto conosce e poi intende!
Alcibiade mio, forse ti prende
un dubbio: mancheria, stando con lei?
O giusti, o sacri iddei,
toglietel da siffatta fantasia
e fatel pronto a far la voglia mia!
Ché nuda mi vedrai qual ninfa in fonte,
e le preterite onte
saran converse in singular diletto,
e, congiugnendo l'uno e l'altro petto,
fra le candide rense stando insieme
sotto dua diademe,
comincerei a mirar le sante stelle.
Po' quelle chiome d'or, fulgide e belle,
culte, comincerei a strigner con mano;
e poi soave e piano
liscerei in su la cristallina testa;
e, vista alquanto tua fronte modesta,
ti bacerei quelle gote pulite,
di rubin colorite,
ch'eccedon di dolcezza ogni altro bene.
Po' 'l bel bocchin colle perle serene
succerei, con que' labbri d'un colore,
che gittano uno odore
che spira e passa el soave oríente,
po' quella bianca gola tuo lucente,
donde l'armonizzante boce corre.
Alfin cercherei porre
un giglio dove e' suol me' campeggiare.
Or qui sare' la festa singulare,
el tríonfo, la groria e l'allegrezza,
la soave dolcezza,
di che può mal parlar chi nolla prova.
Ma se sol di pensar tanto mi giova,
che saria giunta all'opra, o spirto bello,
misera a me, che quello
ridir nol so come lo sente el core!
Né però tanta forza avria l'ardore
ch'i' non guardassi a tua conservazione
con gran discrezíone,
ch' so che negli estremi giace el danno.
O spirto sceso dal soave iscanno,
formato per la man di quella iddea,
famosa Citarea,
vogli osservar lo stil della piatate!
Tu hai a memoria assai cose passate,
tu 'ntendi nell'amar tutte le vie:
dolcezze e gelosie
ho già provato mille volte el giorno.
Vieni, spirito bello, animo addorno,
qual píatosamente invoco e chiamo,
ch'altro non cerco o bramo,
né altri amerò mai in questa vita.
E, s'egli avvien che dopo alla partita
di questa nostra fragil brevitate
di là sia libertate,
sempre ancor ti sarò fervida amante.
Però sia la tua speme di diamante
che non deggia in gran tempo venir meno,
giovan di gloria pieno,
del cui amare i' son legata e presa;
facciati il ciel filice d'ogni impresa,
se tu mi fai filice della mia;
s'i' non son, tu non sia
filice mai anzi per tal cagione.
Quello intervenga a te che a Sansone,
schernito e vinto da una femminella,
e prima ingrata e fella,
per purgagion de' tua commessi errori;
e s'tu contenti me, tra gigli e fiori,
e verdi frondi e rubini e zaffiri,
diamanti e perle miri,
con pace, amore e con vita quieta.
Or perché 'l lungo dir l'onestà el vieta,
e poi per non tediar tua reverenza,
i' darò la licenza
alla querela mia col velo agli occhi.
E tu piatosa fa' che t'inginocchi
dinanzi a quello immenso, alto tesauro,
coronata di lauro,
nel sacro e santo fonte di Giovanni,
a cui noto farai tutti e mie danni,
e di' ch'i' son condotta al punto istremo,
temo piango ardo e tremo,
e ch'io non posso più se non m'aita,
e sento forte già fuggir la vita.