VII
Prima ch'avanti alla tuo maestate
io fussi, sacro Rege, divo e claro,
fùr da me molte cose cogitate.
Ero fuor d'ogni dolce e pien d'amaro,
rispetto all'eccelsa tuo grandezza,
né a' versi compor avea riparo;
ma l'umanità iusta e gentilezza,
che usa quella tuo regia corona,
non m'ha porto viltà, ma gran fierezza;
e tanto ha ricreato mie persona
il tuo giocondo e gratissimo aspetto
che temenza e vergogna m'abandona.
Resta quasi stupito il mie intelletto,
considerando tuo consuetudine
d'udir con pazïenzia ogni suggetto.
Ma, sol mirando in te gran moltitudine
di tante egregie e rilevate cose,
la memoria ripiglia in attitudine;
le qual si posson dir vere e famose
della tuo maestà, tal che a' mie versi
non può mancar materie luminose;
ma può la mente mia forte dolersi
d'aver sì magna impresa e basso ingegno:
pur l'amor verso te non può tenersi.
E se di punto imaginando vegno,
m'è piu difficile a trovare il fine,
ch'è il principio a non uscir del segno.
Però ricorro alle cose divine,
invocando l'aiuto e grazia loro,
che sprimer possa cose peregrine,
e che, alla presenzia di coloro
che udiranno, i' possa satisfare;
della qual voglia tutto mi divoro.
Felice Napol ben si può chiamare,
felice questo regno similmente
e 'l secol nostro pel tuo governare!
La tuo felicità tanto eminente
fa tutte queste cose esser felici:
sentenza di Platon viro eccellente,
che vuol che, dal principio alle pendici,
republiche, città, popoli e regni
per alcun tempo mai sieno infelici,
se governate son da signor degni
e sapïenti, usando virtù pronte,
qual fa tuo maestà con tutti ingegni.
Necessario non era a Senofonte
fingere un re prestante e perfettissimo,
avendo aùto agli occhi la tuo fronte;
onde potea, con istil nobilissimo,
trattar la tuo perfetta effige vera,
e suo monarca scriver correttissimo.
Alcun filosofi, in sentenzia intera,
conchiudon che l'origine sia quella
che faccia l'uom più nobil che non era;
ma, qual riluce il sol sopr'ogni stella,
risplende tua origine di Spagna,
tal ch'ogni antica istoria ne favella.
Però che, come con sentenzia magna
dice il degno poeta Caldïano
della città ch'ancora il Tever bagna,
ch'ogni provincia al populo romano
mandavan molte cose prezïose,
ma Spagna imperador ciascun sovrano.
Di qui venner le genti luminose:
el primo fu Traian, tanto famoso
che sesto e modo a molte legge puose.
Di poi ne venne Adrian glorïoso,
e 'l primo Teodosio e 'l secondo,
governando ciascun con gran riposo.
Di quivi Arcadio ed Onorio giocondo,
di poi principi molti e siri addorni,
ch'ancor la fama suona in tutto 'l mondo.
Ma quel ch'i' stimo più, ch'a' nostri giorni
ne venne Alfonso re, tuo genitore,
che la gloria del qual par che 'n te regni.
Meritamente il lucido splendore
di tua origine essaltar si puote
e la progenie tua, degna d'onore:
per far le mie ragioni a ciascun note,
sì come gli arbor buon fan miglior frutti,
così son da natura le tuo dote.
Dietro alle spalle non convien ch'io butti
trattare e dir delli tuo beni esterni,
benché difficil fora a dirgli tutti:
del nome e della fama e de' governi
e delli amici publici e privati,
che non son momentan, ma sempiterni;
e non son tanto ne' tuo magistrati,
che sono in luoghi assai dell'universo
a' tuo comandi sempre preparati.
E se 'l mie 'ngegno non è al tutto perso,
so t'ama tanto il popul fiorentino
che né lingua il può dir, prosa né verso.
Qual t'ama la città, tutto 'l domino
ti porta affezïone e reverenza,
unitamente il grande e 'l piccolino,
non tanto a te, quanto alla tuo semenza,
e massime ad Alfonso, illustre duca,
che n'ha fatto e può fare esperïenza.
Silenzio non farò, ch'i' non induca
i don di che dotato t'ha natura,
ché la fama de' qual par ch'ognor luca.
Son ben composti i tuo membri a misura,
e la gran valitudine e destrezza,
ch'a molti degni ha fatto e fa paura,
di tutto il corpo tuo la gran fortezza,
la qual già in gravissimi perigli
ha fatto esperïenzia che s'apprezza.
Quanti sien suti gli affanni e scompigli,
che tu hai sopportato giorno e notte,
ch'i' non lo so pensar, non che ridigli!
Né fame o sete o vigilie hanno rotte
le 'mprese tue, perché a freddo o caldo
perdonato non hai fin son condotte;
a fatiche e disagi stato saldo,
ch'a molti intolerabil sarien sute,
tal che per cosa eccelsa ognor ti laldo.
Fatto l'hai per venire alla salute,
qual si ricerca, o ricercò, di fama,
onde l'opere tue non son perdute.
Tua magnanimità a dir mi chiama
quanto giustizia è in te e sapïenza,
con liberalità, che ciascun l'ama;
mansüetudin, fede con clemenza,
sollecito con gran moderazione,
pien di celerità e diligenza,
sottilità d'ingegno con ragione,
grandezza di memoria e d'intelletto,
insieme tutti han fatto unïone,
per fare una corona, o uom perfetto,
più prezïosa che d'oro o d'argento,
per ornar le tuo chiome e 'l tuo oggetto;
e, per maggior e più degno ornamento,
io veggio agiunto l'arme e l'eloquenza,
e fassene ogni giorno sperimento.
L'ornate lettere con gran sapienza,
qual vanno ricercando tutto il mondo,
son vero testimon di tuo prudenza.
Quanto sia da stimare i' nol nascondo
tuo perizia nell'arte militare,
in conservar questo regno giocondo.
Molte terre ha spugnato il tuo oprare,
e molte rotte hai a' nimici date,
per fortezza ed ingegno singulare,
e per te sute son nobilitate
Troia e l'Orsara per sì gran vittoria,
ch'a' nostri successor fien ricordate.
E fatti tuoi son ridutti a memoria,
a' popoli cristian per la speranza,
ed a' Turchi per tema di tuo gloria.
Or si dimosterrà la tuo possanza,
pe' perigli in che corrano e Cristiani
pel prosperar del Turco che gli avanza.
Ma io spero che Dio porrà le mani,
per suo clemenzia e suo benignitate,
reprimere il furor di questi cani;
pel mezzo fia della tuo maiestate,
perché di Teodosio e Bellisario
rinoverai memoria e degnitate.
Simil di tutti gli altri, in un sommario,
che sono stati veri difensori
di nostra fede senz'alcun divario,
conserverai con li debiti onori
Italia nostra e farâla felice,
opponendoti a' barberi furori.
E come ella fu già dominatrice
di queste strane e 'nfidel nazïoni,
ch'al suo dominio torni a te sol lice.
So ch'al tesor e l'arme non perdoni;
però Dio ha promesso che tu sia
salute de' Cristian fideli e buoni.
Di questo el merto e la fama sol fia
della tuo maiestà, o Serenissimo,
la cui io priego che, con mente pia,
m'accetti per suo servo devotissimo.