VII
Cospio già sento mormorar che sdegno
sol m'habbia spinto in questa occasione
contra il Cardello, e qualche mio dissegno;
la lettra di tal sdegno esser cagione,
ch'ei ributtò con scherno incontinente,
e c'havean sottoscritta otto persone.
Dicon poi, ch'io dissegno a l'eminente
loco di far condur per qualche via
il Dottor Bolognetti mio parente.
Così dir'odo, ma se questo sia
o falso o vero fatene voi fede,
che ben sapete la natura mia.
S'inganna il Cavalier se questo crede,
ma se ciò fosse, quanto al mio Dottore
n'havrei da riportar loda e mercede,
impresso havendo tal desio nel core
di far sì bella impresa, onde n'havesse
util grande lo Studio e grande honore.
E so fra gli altri quando succedesse,
che il Cavalier m'havrebbe obligo eterno,
se del publico ben piacer prendesse.
Ma chi pensar vi può? Quegli è in Salerno
per molti anni obligato, non pur mesi,
e vi potrebbe star forse in eterno,
sendo adorato in tutti quei paesi
d'idolo a guisa, e da vil gente forse,
da principi, da duchi e da marchesi.
Pazzo ciascun lo stimarebbe a torse
d'un loco ov'egli stia con mente queta,
per venir qui fra tante invidie a porse.
Se potesse venir, che gli lo vieta
l'obligo, nol faria, ben sa che accetto
ne la sua patria non fu mai propheta.
Quanto a la lettra poi, Cospio, c'han detto
costor, non men s'ingannano di grosso,
ch'io serbi tanto un sdegno chiuso in petto.
Anzi non hebbi sdegno e chiamar posso
per testimonio in spetie voi ch'io fui
contra mia voglia a far tal lettra mosso.
Poi da tanti mi fu, non pur da lui
reietta; s'otto sol vi poser mano,
dunque m'ho da sdegnar con trentadui?
Ne sì da la ragione era lontano,
ch'io non vedessi e comprendessi chiaro,
che l'opra al fin saria gettata in vano.
Quegli, che mi compiacquer, mi legaro
d'obligo eterno, ma non però meno
osservo quei, che ciò far mi negaro.
Se (qual Momo dicea) fosse il mio seno
aperto, chiar vedriasi e manifesto,
che rugine non vi è, non vi è veneno.
Se in altra cosa il Cavalier l'honesto
seguir vorrà, com'hor se gli allontana,
per lui mi havrà, se m'ha contrario in questo.
Bisogna giudicar con mente sana,
lasciar la spina e sol coglier la rosa,
e prima sempre udir l'altra campana.
S'un propone talhor cosa dubbiosa
non vo mai pro, né contra la persona,
ma sol laudo o vitupero la cosa.
E che sia il vero, un medesmo ragiona,
cui contradico un dì l'altro consento,
se mi par la proposta, o mala o bona.
Oh, non puoi tu ingannarti? Io son contento,
sì più d'ogni altro, ma non però dico
il contrario giamai di quel ch'io sento.
La notte io penso e il giorno mi affatico
per servir tutti voi benché mal' atto,
vero servitor vostro e vero amico.
E sempre fuggir voglio in detto e in fatto
l'occasion d'offender questo e quello
che il primo dì tra me giurai tal patto.
E men d'ogni altro il Cavalier Cardello,
cui sempre ad honorar mia mente intese,
con messer Marc'Antonio suo fratello.
Sì gentil, sì benigno e sì cortese,
che per bontà (s'altro non fosse) merta
questo, e cosa maggior, com'è palese.
Ma la ruina de lo studio certa
ciascun può antiveder, se questa porta
sarà dal nostro Reggimento aperta.
E perché honore e insieme utile apporta
a la città lo Studio, a dire il vero
assai più che non par la cosa importa.
Ond'io, c'ho già di far fermo il pensiero,
giusta mia possa, ch'ella resti chiusa,
in questo ogniun mi troverà severo.
E fino ad hor con voi faccio mia scusa,
Messer Thomaso, anchor ch'io non so quanto
il farla prima del bisogno s'usa.
Pur dirò questo: voi portate il vanto
fra gli amici miei tutti, e sì potete
di me, ch'altri né più puote, né tanto.
A qual si voglia punto non cedete,
ch'appo me d'amicitia il primo loco
gran tempo è già che in pace possedete.
Ma se vorrete mai pur solo un poco
da tempo alcun tentar cosa sì fatta,
mi vedrete avampar tutto di foco,
e nemico restarvi a spada tratta.