VII

By Giambattista Giraldi Cinzio

L'innocenza, signor, che bianca e pura

in virtuoso spirto alberghi e regni,

non pon macchiar, non ponno fare oscura

tutti i malvagi e scelerati ingegni,

ch'ancor che questi e quei, con ogni cura

a denigrarla notte e dì s'ingegni;

ella si affina, qual nel foco l'oro,

ne le lor arti e ne gli inganni loro.

E quale il sol, quando con l'alma luce

vince la nube che i bei raggi adombra

il dì, via più che mai, chiaro n'adduce

per l'ampio ciel, cui nullo oscuro ingombra;

tal l'innocenza candida riluce,

vinte le insidie che le faceano ombra,

e de gli oltraggi fattile sì gode,

veggendosi indi aver via maggior lode.

Questa sicura fece tra gli ebrei

da l'insidie de i vecchi allor Susana

che sospinti da lor desiri rei

la volser far donna impudica e vana;

questa a porger favor mosse gli dei

a l'innocente vergine romana

che baldanzosamente corse al Tibro

e fuori ne portò l'acqua col cribro.

Né men seconda fu a l'animo onesto

de la donzella che ne l'altro canto

avea mosso il leon, fiero e rubesto

a dar morte a i ladron de l'Erimanto;

io vi lasciai ch'Ercol le aveva chiesto

qual era la cagion che fusse tanto

mansueto, ver lei, quell'animale,

ch'aver non suole, in esser fiero, uguale.

Dunque mentre i van tutti caminando,

cominciò la donzella: – La cagione

che per queste contrade i'mi adimando

la donzella, o la ninfa dal leone,

e che un giorno ha molt'anni bisognando

far de la mia innocenza paragone,

prese questo leon la mia difesa

ed uccise chi far mi volea offesa.

Ma perché tu la cosa intenda a pieno

fin da fanciulla a l'arte di Diana

tutta mi diedi e di ciò stimai meno

ciò che più pregiar suol la gente umana;

e se di viso ben vago e sereno

io fui, non poté in me mai voglia insana

che fermo aveva in tutta la mia etade,

di voler conservar virginitade.

Questo mi fe' sì cara a la mia dea,

ch'io fui da lei, più d'ogni ninfa amata,

e quanto de l'onor più mi vedea

gelosa, tanto più m'aveva grata:

io, che di tal favor meco godea,

seguitando la vita cominciata,

ogni cosa fuggiva, che devesse

mostrar che 'n me vano desir potesse.

Credendomi che a vergine non basti

aver armato il cor di desii onesti,

se conformi non ave a i pensier casti

voci, risi, parole e giochi e gesti,

perché mi par che molto macchi e guasti

ciò che per vero onore unqua facesti,

il dar cagion d'aver di te sospetto,

bench'abbi puro il cor, l'animo netto.

Or seguitando per boschi e per selve,

or damma, or cavriolo, ora cenghiale

e qualunque altra belva ivi s'inselve,

ferendole or col dardo, or con lo strale,

avenne un dì che morte a tante belve

diedi, che stanca i'mi ridussi a tale

ch'appresso una fontana, d'arbor cinta

mi assisi lassa e dal travaglio vinta.

Era il principio del fiorito maggio

dolce stagione a pargoletti amori,

quando sotto la dolce ombra di un faggio

mi adormentai tra la verd'erba e i fiori,

senza timor di sostenere oltraggio

da satiri lascivi, o da pastori;

però che spesse volte, come allora,

mi era ivi adormentata a la dolce ora.

Volse la sorte ch'arrivò quel giorno

là un figliuol del signor del mio paese,

giovane vago e di bellezza adorno,

che di me, che dormia, tutto s'accese;

svegliatami e da lui temendo scorno,

come da villano uomo e discortese,

tutta piena d'orrore e di spavento,

più veloce a fuggir mi dié che il vento.

E fu sì ratta la mia fuga, ch'io

non gli potei fermar gli occhi nel viso;

egli pieno restò d'alto desio

e col cor più che dir non so, conquiso:

ma non ardì seguire il corso mio,

perché (se non m'inganno) gli fu aviso

di non potermi giungere e temeo

che nol seguisse qualche caso reo.

Tolta ch'io fui dal suo cospetto, mai

l'imago mia dal cor tor non si puote,

e visse sempre in angosciosi guai,

come chi fier dolore ange e percuote;

e quando il sol celava i chiari rai,

e quando a noi 'l volgean l'accese ruote,

pensava seco come far potesse

che il desiderio suo gli succedesse.

E poi che seco, molte cose volse,

che tutte terminavano ad un segno,

(sì come poscia intesi) si risolse

seguire un suo fallace e van disegno,

perché ad un fin tutti i discorsi accolse;

e voltò ogni suo studio, ogni suo ingegno,

fatto dal folle amore in tutto cieco,

a voler notte e giorno esser con meco.

E perché egli sapea che senza inganni

non gli poteva ciò fatto venire,

lasciò gli usati suoi virili panni,

e gonna feminil si dié a vestire;

e sen venne, oggi son forse diece anni,

con lo stuol di Diana anch'egli a unire,

fingendosi una vergine pudica

di onestà sol e sol di onore amica.

Ch'era il giovane tal, ch'agevolmente

se da donna vestito era, donzella

il potea giudicar tutta la gente

al viso, a i movimenti a la favella,

celando adunque egli la fiamma ardente;

giva or con questa ninfa, ora con quella,

ma tra quante ivi con Diana furo

più che con altra, meco era sicuro.

Io che l'insidie non sapea, l'amava

come donzella amar donzella suole,

e talor meco stessa mi pregiava

girmi con lui da l'uno a l'altro sole;

però che se ben meco egli sì stava,

non mi si mostrò in atto unqua, o'n parole

meno ch'onesto e meno che fanciulla

ch'appo l'onor, tutt'altro abbia più nulla.

Mille volte abbracciommi e baci mille

tra tutte l'altre vergini mi diede,

e da l'uscir del dì sino a le squille,

meco moveva ovunque i'giva il piede;

la dea che per gli boschi e per le ville

a la caccia venir con meco il vede,

gode vederne insieme sì concordi,

ch'a le voglie de l'un, l'altra s'accordi.

Non furon mai (per dirti breve) insieme

due sorelle sì care e sì conformi:

così stando egli tra timore e speme,

e mostrando al desir gli atti diformi,

nel mio cospetto alcuna volta geme;

ed io, cercando a' suoi lamenti oppormi

per fargli il grave de la vita lieve,

cerco ch'è quel che sì l'affliga e aggreve.

Ché ne la vita semplice e solinga

che ci viviamo con la nostra dea,

come che fier dolor l'alma gli stringa,

il faccian sì doler come facea;

egli com'uomo, il quale avampi e finga,

il suo interno desio mi nascondea,

dicendomi che semplice cagione

nel cor di sospirar voglia gli pone.

E così detto, portami la mano

la mia stringea ridendo e dicea poi,

volgendosi ver me con atto umano:

– Che doglia posso io aver, sendo con voi? –

E, celando il desir lascivo, insano,

nulla mi disse mai de' fuochi suoi,

che gli tollea la mia onestà l'ardire,

onde il suo amor mai non mi osò scoprire.

Or seguendo così tra noi la cosa,

avenne un giorno, alfin, che la dea nostra

vista una chiara fonte ch'era ascosa

in una di bei lauri ombrosa chiostra,

si voltò verso noi tutta gioiosa,

e disse: – Ninfe, poiche 'l ciel ci mostra

quest'onda che sì bella selva chiude,

vo' che tutte vi entriamo insieme nude.

Le vergini che veggon la dea loro

che nuda, per andarvi entro si spoglia,

preste a seguirla tutte insieme foro

più che fussero mai, con pronta voglia;

io che bisogno aveva di ristoro,

incontinente traggomi la spoglia,

per entrar con quell'altre anch'io ne l'onda,

ché il verde pian, tra quei bei lauri, innonda.

Prendo io per mano il giovane che smorto

era rimaso e con parole pronte

dico che a l'altre vergini fa torto

a non entrar con lei nel chiaro fonte,

e che, per l'amor grande ch'io gli porto,

voglia egli ancora con allegra fronte,

entrar con meco ne la fresca linfa,

dolce trastullo a ogni cortese ninfa.

Qual chi in periglio aperto esser si vede,

e seco pensa pur se può salvarsi,

né sa trovare ove por possa il piede

per poter dal pericolo levarsi,

se ben la trista sua sorte prevede,

costretto è dal destin fermo ivi starsi;

tal sì rimane il miser giovanetto,

con cor tremante e con turbato aspetto.

L'infelice di entrarvi pur ricusa

sappiendo quanto ciò gli seria a danno:

la nostra dea riman tutta confusa

far nol veggendo quel che l'altre fanno,

e la tardanza sua tacita accusa,

pensandosi fra sé che qualche inganno

nasconda sotto la virginea gonna,

come fatta di vergine sia donna.

E comanda a le vergini che tosto

lo spoglin nudo:elle al comando deste,

in un momento gli si fanno accosto

e dal corpo gli levano la veste;

apparve allor quel ch'egli avea nascosto,

onde le ninfe, vergognose, preste,

serrati gli occhi, sì fuggiro a l'acque,

tanto uomo a ognuna di vederlo spiacque.

Io, che stata con lui da mane a sera

era per colli ombrosi e per campagne,

ebbi timor che di quel che non era,

mi facesser colpevol le compagne:

onde, per zel d'onor, venuta fiera,

non cerco che da me egli si scompagne,

ma presa in mano una acuta saetta,

i'mi dò a far d'oltraggio tal vendetta.

E dategli già quattro o sei percosse,

le altre, a vendetta farne, anco chiamai:

Diana allor tutte le ninfe mosse

dicendo: – A gran ragion ferito l'hai,

non credo che cenghiale od orso fosse

con più strali traffisso in selva mai,

che traffisso si fusse ivi costui

da la dea nostra allor da tutte nui. –

Morio il meschino e la fama si sparse

per tutta Arcadia de l'avuta morte;

suo padre contra me di tal'ira arse

che non fu irato alcun giamai sì forte;

e volendo del sangue mio saziarse,

uno fuori mandò de la sua corte,

che tutto d'ira pien d'amaro tosco

a trovar la mia dea venne nel bosco.

E riverente chiesele, in gran dono,

che mi volesse dare in sua balia,

perché degna non era di perdono

alcuna, come er'io, malvagia e ria;

e se giusti gli dei (qual convien) sono,

non sol non devea avermi in compagnia,

ma mi deveva dare a chi mi desse

la pena de le mie colpe commesse.

Perch'io non era vergine e macchiata

la sua deità avea col mio peccato,

essendo l'onestà solo a lei grata,

da lei l'onor sovra ogni cosa amato,

e che poscia che s'era palesata

la mia gran colpa e più non m'era dato

poter far per donzella aver colui

di cui bagascia e meretrice i'fui.

Mi era data con arte a far vedere

colpevole lui solo e me innocente,

tal ch'ella irata, sol per non sapere

la mia malvagia e scelerata mente

de le vergini mosse avea le schiere

a far morir vituperosamente

il giovanetto e rimasa er'io senza

averne la dicevol penitenza.

La qual mi si devea più dura molto

che non l'aveva il giovane sofferta,

perché io l'aveva con inganni volto

ad amarmi e a lei fare onta sì aperta;

e l'avea nel donnesco abito involto,

perché la colpa mia fusse coperta;

e ch'io degna era non pur di catene,

ma di mille supplici e mille pene.

Diana, che sapea ch'erano false

le colpe che mi dava quel malvagio,

in ira tanta, in tanto sdegno salse,

ch'a pena egli a fuggir poté aver agio;

ma contra il mio destin ciò poco valse

ché, poi che giunto fu al real palagio

e al suo signor quel ch'era fatto espose

di tentare altra via seco propose.

E di nascosto per la selva tutta

la gente fe' dispor de la sua terra,

tal ch'un dì, tra color sola ridutta,

presa mi ritrovai, senza far guerra,

e fui subito al re crudo condutta,

il qual mi condannò ad esser sotterra

viva sepolta e poi poco si tenne

di fare e maggior pena gli sovenne.

Ch'indi a un mese mi fe' in piazza condurre

e nuda dispogliar sino a le piante,

ove avea fatto il popolo ridurre,

con tutta la sua corte, un pezzo inante

contra me in un momento vidi addurre

orsi, tigri, leon, pantiere e quante

furo mai crude fiere aspre e selvaggie,

per colli e selve e per campagne e piaggie.

Qual Diana, al veder che fe' Atteone,

s'arrossì tutta e conturbossi in vista;

tal io, poscia che fui for di prigione

in piazza nuda e da tanti occhi vista;

tal vergogna ebbi tra quelle persone

ch'ancor, che per la morte i'fussi trista,

ch'io mi vedeva sovrastar sì cruda,

più mi dolea tra lor vedermi nuda.

Or qual pura colomba che venire

contra sé vede il fiero augel di Giove,

per farla incontinente ivi morire

sì ch'a lo scampo suo nulla ritrove,

non sa dove sì star, dove fuggire

e non trovando alfin cosa che giove,

tutta tremante e tutta sbigottita

aspetta il crudo fin de la sua vita.

Tal io infelice e misera rimasi

poscia che starmi virginella imbelle,

mi vidi tra le fiere e restai quasi

morta senza straziata esser da quelle;

pur nel mio gran timor, mi persuasi

che la dea de le caste verginelle

non devesse straziar giamai lasciarme

da le fiere condutte a divorarme.

E con divota mente, a terra china

dissi: – O Diana, la cui sacra insegna

seguì fanciulla e tua onestà divina,

onde de lo tuo stuol mi festi degna

deh porgi ora soccorso a me meschina,

c'ho per l'onestà mia pena sì indegna:

deh fa noto il poter del tuo gran nume,

prima ch'orso, o leon qui mi consume.

Ciò detto, contra me veggo che viene

un leon, più d'ogn'altro altiero in vista;

il sangue mi s'aggiaccia entro le vene,

tosto che mover l'aspra fiera ho vista;

pur la speranza intanto mi mantiene,

ché se grave timor ben mi contrista,

non posso imaginar che mi abbandoni

la mia dea, sì ch'aiuto non mi doni.

Il leon mi si pone al lato manco

e mostra ch'ivi a mia difesa stassi;

le fiere che di lui poteano manco,

vengon verso il leon con gli occhi bassi

e con lui si congiungono e in manco

che non si gira l'occhio, a sciolti passi

il leon, fatto a tutti gli altri duce,

lo stuol contra il tiranno empio conduce.

La turba tutta visto il fiero assalto,

quanto più tosto puote, indi si fugge:

sbalza il leone coraggioso in alto

e di grave ira pien, fremendo rugge;

e preso il reo, lo stende su lo smalto,

e con quelle altre fiere, sì lo strugge,

ché il terren non sol fa del sangue rosso,

ma manco non gli lassa pure un'osso.

Vengon le fiere a me poi tutte insieme

con quel leon che loro è capitano,

il quale irato più non rugge, o freme,

ma mi si pon sotto la destra mano,

e con dolci atti, in me destando speme,

con umile sembianze e modo umano,

mi accenna che con lui mi ponga in strada,

e là, ove egli mi guida, i'me ne vada.

Da lo stuol cinta de le fiere adunque

seguendo quel leon ch'era la guida,

i'me ne vado così nuda ovunque;

egli, fuor di pericolo, mi giuda:

e mi par grazia avere avuta, ch'unque

altri non ebbe e vidi che più fida

non s'ha difesa contra caso duro,

d'un animo sincero e d'un cor puro.

Con la sua greggia il buon leon guidommi

ove a l'ombra si stava la mia diva:

tosto che ella mi vide a sé chiamommi,

e poscia mi abbracciò tutta gioliva

dicendo ch'a soccorso ella mandommi

(veggendomi esser d'ogni aita priva)

tutti quegli anima, che nel paese

a la mia morte, il fier tiranno prese.

Tanto la ringraziai quanto i'potei,

conoscendo di aver salva la vita

solo per opra e per mercé di lei,

che mi avea data sì opportuna aita,

e le promisi tutti i giorni miei,

con lei volermi rimanere unita;

ella mi accolse e poi diede combiato

a le fiere ch'a lei mi avean guidato.

Non molto dopo questo, essendo in caccia,

vidi contra venirmi un leon grande,

non d'ira pien, non pieno di minaccia,

ma come chi soccorso umil dimande:

egli ver me stendendo ambe le braccia

mi circondava da ambedue le bande,

mostrandomi, col pié destro sospeso,

che da non lieve mal l'aveva offeso.

Io che del male altrui sempre mi dolsi,

ebbi pietà de l'animale allora,

e la mano ad aitarlo ed il cor volsi,

perch'egli non giungesse a l'ultim'ora;

e con la punta di uno stral gli tolsi

del destro piede una gran spina fora,

la qual l'aveva a tal periglio scorto,

ch'avea poco più andare ad esser morto.

Per mostrarsi egli grato e giorno e notte

si dié meco a venir per ogni parte,

e per buroni e per solinghe grotte,

qual can che dal patron non si diparte;

le ninfe avea Diana un dì condotte

ove io, col mio leon, stava in disparte,

e visto che 'n un pian, che un lauro adombra,

egli meco scherzava sotto l'ombra.

Ma dimandò perché così benigno

fusse ver me quel animal feroce,

che suole il bosco far tutto sanguigno,

sì come quel ch'a ogn'altra fiera nuoce;

io le dissi: – Alma dea, non m'è maligno

egli, perché da una gran doglia atroce

il tolsi, col levargli una mattina,

del destro piede, una pungente spina.

Dopo il qual fatto, mi è sempre compagno

stato per pian, per monti e per pendici,

umile a me, come al pastore è l'agno,

poi che lasciato egli ha le poppe altrici. –

Allor disse la dea: – Quanto guadagno

si faccia soccorendo a gli infelici,

quando essi oppressi son da caso amaro,

questo animale ora il dimostra chiaro. –

E se grata una fiera aspra si scopre

verso il benefattor de' benefici,

quanto degn'è ch'un uom, con espresse opre,

si mostri grato e con cortesi offici,

a chi a giovargli notte e dì s'adopre,

per levarlo da inopia e da supplici;

si puote ben dir fier più d'ogni fiera,

chi a colui nuoce, a cui tenuto egli era.

Anzi via più d'ogni furia infernale

crudele dir si dee, chi vien sì ingrato,

ch'un singolar piacer, premii col male,

e il danno cerchi di chi l'ha giovato;

imaginar non mi so pena uguale

a così abbominevole peccato,

ne l'inferno tormento ha così strano,

che bastasse a punir cor sì villano.

Ma perché esser pur può che non conosci

questo animal, ché di esser teco gode,

egli quell'è che fuor di questi boschi

trasse già il re che con maligna frode,

pieno di sciocche voglie e pensier loschi,

non pur volse macchiar l'alte tue lode,

ma darti a lui che col terribil dente,

ti facesse morire immantinente.

Egli ti liberò, tu liberasti

lui dal dolor che il conduceva al fine,

ond'egli meritò, tu meritasti

dal ciel, per ciò, ottener grazie divine,

e però in testimon de i pensier casti

che ti fan nota per ogni confine,

e de l'animo grato d'ambi dui,

voglio ch'egli stia teco e tu con lui.

Voglio però che sempre ti obedisca,

e spezialmente se donna, o donzella,

soccorrer tu vorrai, vo' ch'egli ardisca

ciò che tu gli imporrai per favor d'ella,

e perché ciò felice fin sortisca,

vo' che da stral, da spiedi e da quadrella,

quantunque tutte sian di buone tempre,

egli sicur sia e impenetrabil sempre. –

Così disse la dea, poi spirò possa

ne l'animal che ogn'altra possa avanza,

da indi in qua, sovente mi son mossa

ad usare il suo ardir, la sua possanza,

di mille rei fatta ho la terra rossa,

ch'avean ne le lor mal'opre fidanza,

e liberate ho, con felice sorte,

donne e donzelle, da spietata morte.

E avendo inteso che quel ladrone empio

questa donna avea presa per mangiarla,

perch'egli non facesse di lei scempio,

venuta col leone era a salvarla

per dare a tutti gli altri iniqui essempio,

(ovunque del valore altrui si parla)

qual pena voglia il ciel ch'abbia colui

che si dà offender chi non nuoce a lui.

Ciò detto, la donzella dal leon

Eudosia detta, va a le selve sue;

Ercol, del tutto intesa la cagione,

verso Pile sen vien con gli altri due

e tra tutti tre lor, lungo sermone

di quanto disse la donzella fue;

ma mentre s'era contra Sauro armato,

Ercol si fe' in Telpusa un gran steccato.

I'dissi già, che il vecchio ch'era, padre

de la bella Licora, aveva detto

che Cleomene avea, con le sue squadre,

sì Lamano e il signor suo padre astretto,

ché il popolo, temendo di doglie adre,

non volse consentir ch'un vano affetto

di Laman, lor mettesse in tanta guerra

ch'a ferro, a foco andasse la lor terra.

E ché per ciò s'era partito preso

che Lamano venisse a la battaglia

con Cleomene, ch'egli aveva offeso,

e il suo poter mostrasse e la sua vaglia;

e che poi ch'ebbe Cleomene inteso,

che uscir Laman volea de la muraglia

per combatter con lui, restò contento

di far, da solo, a sol, l'abbattimento.

Poscia che la battaglia fu conchiusa,

cercaro ambi di aver campo sicuro,

da chi allor signor era di Telpusa,

dal quale entrambi assicurati furo,

in una spaziosa piazza, chiusa

d'alti edifici e di pomposo muro;

lo steccato fu posto ove devea

questi e quegli mostrar quel che valea.

Il padiglione avea verso oriente

il valoroso Cleomene e fiero,

e Lamano l'aveva a l'occidente,

di lui non forte men, non meno altiero:

intorno a lo steccato era la gente

ch'attendea di veder qual cavaliero

più forza dimostrasse, o più destrezza

senza cui gran valor poco s'apprezza.

Non crediate, signor, ch'a miglior tempi

si fesse quel che tra noi molti fanno,

che col voler dar segno a tutti tempi

di gran valor, di gran temenza il danno;

però che poscia che son giunti i tempi

che fermi a entrar ne lo steccato sanno,

cercan con strani elmetti e strani stocchi,

al nemico impedir le mani e gli occhi.

Tal che il contrario cavaliero è astretto

di ricusar l'arme portate al campo,

però che per lo stocco e per l'elmetto,

si vede fare un manifesto inciampo,

cosa non è da cavalier perfetto

(per ver dir) con tal via, cercar lo scampo;

e chi mani impedisce, occhi, o ginocchia,

più degno che di spada è di conocchia.

La vera via di dimostrarsi forte

e d'usar l'arme a la battaglia usate,

e non voler, con queste usanze torte,

ch'al nemico sian piedi, o man legate,

bastar ben dee che quel che l'arme ha porte

l'abbia, per lungo tempo, essercitate;

e con vantaggio tal venga a le prove

senza ch'egli altri inganni, o insidie trove.

E poi che il mondo contra le celesti

e le civili leggi ha pur permesso,

che vengano a battaglia e quelli e questi,

e sia libero campo a ciò concesso,

perché la verità si manifesti,

e si schivi così maggiore eccesso;

non si devria lasciar che tale usanza

torto facesse al vero, a la possanza.

Ma devrian quei, ché lor dan sicurezza

del campo ed arbitrio han sovra costoro,

non consentir ch'alma sì male avezza,

venire ardisse nel cospetto loro;

poiché ciò fanno perché la fortezza

e la verità luca par de l'oro,

e non acciò ch'ardisca animo vile,

con frode tale, opporsi ad uom virile.

Dunque costor di valoroso core,

ch'uscir voglion con l'arme al paragone,

non si danno a far macchia al loro onore,

con modi ta, nel martiale agone;

ma, armati di fortezza e di valore,

ambi voglion finir la lor tenzone

con l'armi, ch'adoprare in guerra suole

chi di vero valor dar segno vuole.

Di qua, di là si portano elmi e usberghi

e l'altre arme da armare i cori arditi,

e poi che i petti armati ebbero e i terghi,

e fur compitamente ambi guarniti,

vennero i cavalier fuor de gli alberghi,

in cui de l'armi s'erano vestiti

co i brandi cinti e il suo destriero ascese

l'uno e l'altro e acconciossi a le contese.

Portate fur due lancie d'olmo forte,

grosse due palmi al calce, uno a la cima:

una ne prese ognun di loro a sorte,

ch'uguale a la seconda era la prima,

l'uno di dare a l'altro acerba morte,

o di gittarlo almeno a terra, sì ima,

attendon che la tromba lor dia il segno,

onde possan compire il lor disegno.

E mossi alquanto i lor destrieri in giro,

poiché tre volte e quattro gli ebber volti,

dare il segno le trombe si sentiro,

ché il cor fero tremar nel petto a molti;

da le mosse i corsier si dipartiro,

spinti da i cavalieri a freni sciolti,

co'ferri al petto ambi si ritrovaro

le lancie, al primo incontro, si fiaccaro.

Come talora due robusti tori

vengono a guerra in polverosa sabbia,

ed armati di sdegni e di furori,

urtandosi sfogar cercan la rabbia,

benché spuntin le corna per trar fuori

l'uno l'altro di vita, freme e arrabbia,

e affrettando più che prima i passi

si tornano a ferir co i capi bassi.

Così restando i cavalieri in sella,

al grave incontro di quelle percosse

da questa parte l'un, l'altro da quella

col brando in mano, ad assalir tornosse;

non con tanto furor vulcan martella,

con quanto allora l'un, l'altro percosse,

si sentir risonar per tutto il loco,

le spade, onde faville uscian di foco.

Tanto si fan vicin che Cleomene

con lo scudo nel petto urta Lamano,

per modo tale ch'egli a rischio viene

di cader dal destrier su il duro piano,

pur le ginocchia stringe e si rattiene;

e alzando più ch'alzar possa la mano,

di furor tutto pieno e pien di stizza

su l'elmo a Cleomene un colpo drizza.

Il colpo giù con tal furor discese,

che Cleomene ne restò stordito

e su le groppe del destrier si stese

come fusse di vita a fatto uscito:

Lamano, che il vantaggio suo comprese,

raddoppia il colpo valoroso e ardito

per dargli botta sì crudele e fiera,

che la notte vedesse innanzi sera.

E l'avria fatto se il corsier possente

non si fusse sottratto al crudo brando;

riebbe intanto il giovane la mente

e verso Laman volto fulminando

il ritrovò a l'elmetto di un fendente,

seco d'aprirgli il capo imaginando,

e l'elmo fesse, benché fino e grosso

ma non tagliò cuiena né ruppe osso.

Visto il brando tornar lucido e terso,

ove veder di sangue il credea tinto,

raddoppia a la visera un gran riverso,

da sdegno grave e da grav'ira spinto;

Laman, non meno nel furor summerso,

volendo il suo nemico o morto, o vinto,

il colpo riuscir fa senza effetto

e lui torna a ferir pure a l'elmetto.

Oppon lo scudo Cleomene accorto

a la spada crudele e al camaglio

d'una punta il nemico trova e morto

crede averlo e sé tratto di travaglio,

né stato fora il suo giudicio torto,

(per quanto insino ad or conoscer vaglio)

perché gli dava, senza dubbio, morte

se la maglia men fina era, o men forte.

Ma fu del fino acciar la tempra tale,

che non se ne schiodò pure una maglia,

Lamano lui d'un'altra punta assale

a la visera e il preme ed il travaglia,

e gli poteva far danno mortale

se il corsier, cui nessun corsiero agguaglia

né l'esser destro, non si rivolgea,

e il suo signor dal colpo non togliea.

Volse volger Lamano in giro stretto

il corsiero e tornarlo ad assalire,

ma rimase il pensier suo senza effetto,

ché la sorte il destrier fece sdruscire;

tal che caddeo, correggere il difetto

cercò Laman per farlo risalire,

ma Cleomene, nel volersi alzare,

d'urto gli diede e nol lasciò levare.

Anzi sì sconciamente il fe' cadere,

che sorger nol poté sprone, né briglia;

Laman, che vede il suo corsier giacere,

di gittarsi di sella si consiglia:

lascia le staffe e con ogni potere,

si lancia in terra e poscia il tempo piglia

di contraporsi al suo nemico in guisa,

ch'al vincer non gli sia la via precisa.

E conoscendo quanto vantaggio abbia

il suo nemico su l'aviso stassi,

e non lascia che sì il vinca la rabbia,

ch'a misura non mova e mano e passi;

Cleomene tra sé di sdegno arrabbia,

e più rosso che foco in viso fassi,

veggendo in lui tanta destrezza e ardire,

ché benché a piedi sia, nol può ferire.

Ch'ovunque il corridor suo spinge e gira,

non è a schivarlo il fier Lamano lento

che si volge al bisogno e si ritira,

sì lieve e ratto che rassembra un vento,

ed ad altro non ha l'animo intento,

ch'a terra dal corsier mandar poterlo,

e pari a lui, ne la battaglia, averlo.

Qual suol nel mar esperto e buon nocchiero

quando si vede fare a Borea forza,

schifar l'assalto impetuoso e fiero,

alternando ora a poggia ed ora ad orza,

tal quivi il valoroso cavaliero,

di fuggire il furore ostil si sforza,

e i passi e i colpi a misura comparte,

senno usando, valor, destrezza ed arte.

E tanto si ritira e si rimette,

si move tanto in quella parte e 'n questa,

ch'al freno del corsier la mano mette

gittato via lo scudo e il preme e infesta;

Cleomene, ciò visto, non ristette

di tentar di ferirlo anco a la testa,

e di spronare il corridor per fare

a Lamano la briglia abbandonare.

Laman la spada usò invece di scudo,

ché ben sapea che l'elmo suo era fesso;

tal che il ferir del fier nemico e crudo

non poté, a modo alcun, nuocere ad esso;

e (per non andar lungo) i'vi concludo,

che la sorte sì usar seppe e se stesso,

che fatto fu da Cleomene invano

ciò che fe' con lo sprone e con la mano.

Cerca il destriero di levarsi in alto,

ed al nemico trar di mano il freno,

e co i piedi dinanzi crudo assalto

gli move per gittarlo su il terreno;

tenta talor spiccare in aria un salto,

ma gli face il disegno venir meno

la forte man che sì lo stringe e affrena,

che indarno move i pié, move la schiena.

Mentre il corsier si sforza a più potere

per liberarsi da la man che il tiene,

e per poter la briglia riavere

la spada usa e l'ingegno, Cleomene:

Laman, che tutto è su l'antivedere

e cerca trarsi fuor di quelle pene,

mentre va la fortuna secondando,

le redini al corsier taglia col brando.

Tal ch'al nemico il più reggerlo toglie,

poiché si sente in libertà la bocca:

Cleomene, che più non l'ha a le voglie,

d'ira, di sdegno e di furor trabocca,

il corsier senza briglia in sé si coglie

e a coppia, a coppia i calci in aria scocca,

qua e là scorrendo senza ordine e legge,

poiché col freno il cavalier nol regge.

Come falcon che sia a la rete colto,

se se ne scioglie in men che non balena,

poggia veloce a l'aria, a volo sciolto,

e sen va ove il voler libero il mena;

così il corsier poscia che il fren gli è tolto,

con cui'l tenne Laman gran pezzo in pena;

se ne va a voglia sua con la testa alta,

ed or trotta, or galloppa, or corre, or salta.

Laman che di dar fin pur desiava

a l'assalto ch'aveva incominciato,

e vedea Cleomene che n'andava,

a voglia del corsier per lo steccato;

veduto ch'egli indarno il seguitava

e giunger nol potea d'arme gravato,

più volte e più, tra se stesso, si dolse

ch'al corsier del nemico il freno tolse.

Poi visto andare il suo cavallo a spasso,

che tosto ch'egli scese in pié levosse,

gli si fece vicino a lungo passo,

ed ei, visto il signor, tosto fermosse;

Laman di un salto benché fusse lasso,

vi salì sopra ed al nemico andosse;

ma al primo colpo che tirò Lamano,

il corsier si dié a correr per lo piano.

Come veltro talor che volpe segue

o per loco erto, o per solinga piaggia,

se forse aviene ch'ella si dilegue

quando più di asseguirla speranza aggia,

sdegno tanto ha che non so se l'adegue

quel d'orso, o quel di tigre aspra e selvaggia

così Laman che si vede deluso,

del colpo suo si sdegna e sta confuso.

Cleomene non sa che far, che dire,

per potere arrestare il suo cavallo,

pur Lamano nol cessa di seguire,

spronando il corridor senza intervallo;

ed egli rimprovra che por nel fuggire

la speme, a cavalier troppo è gran fallo,

e però, se non vuol ch'ognun lo scorni,

fermi il destriero e a la battaglia torni.

Mentre che così dice gli si accosta

ed al capo un crudel colpo gli drizza;

il nemico corsier pur gli si scosta,

e d'ira Cleomene arde e di stizza,

veggendo non poter dar tal risposta

a Lamano che il preme e che l'attizza,

ché chiaro testimon dia a i circonstanti,

del valor, de l'ardir, mostrato inanzi.

Lamano intanto aspra fortuna intoppa

che la speranza men venir gli face,

che vistosel vicin, ratto la groppa

il nemico destrier gli volge audace,

né come prima, più corre, o galloppa,

ma co'pié deretan, pronto e vivace

il corsier di Laman, fier ne la spalla

sinistra sì che il pié manco gli falla.

E al fine in guisa che la manca

coscia del cavalier, col peso preme,

né per spron, né per briglia si rinfranca,

onde per lo dolor Lamano geme;

l'altro, cui par d'aver vittoria franca,

e che cerca condurre a l'ore estreme

il suo nemico, su l'arcione si alza,

e da la sella in piedi a un tratto sbalza.

Né posto ha su il terren sì tosto il piede,

che i passi verso il suo nemico allunga,

il misero Lamano, che sel vede

contra venire inanzi ch'egli giunga,

la sua infelicità seco prevede,

ma si pensa quant'è la spada lunga

di farsi Cleomene lontan stare,

tentando pur se può il destrier levare.

Qual serpe cui forte villan percuota

con sasso a mezzo, o ver con dur bastone,

o vero in guisa prema grave ruota

di carro di gran carco, o di persone,

ché la parte di dietro resti immota,

nondimen con la testa alta si oppone

a chi l'è contra e fischia e si difende,

le tre lingue vibrando e non si rende.

Tal a Laman, quantunque il gravi il peso

del corsier che gli preme il piede manco,

e se ne vada sì aspramente offeso,

ch'ad ora, ad or si senta venir manco,

non viene men l'ardor, che l'avea acceso,

d'entrar ne lo steccato ardito e franco,

e con la sana parte ch'è disopra,

s'acconcia a por senno e valore in opra.

Va Cleomene valoroso e forte

e gli caccia una punta a la visera,

e dava al suo nemico acerba morte,

s'accorto, al gran bisogno, egli non era,

ma la briglia lasciò che tenea forte,

e con immenso ardir, l'anima altiera

dié di piglio a la spada, con gran fretta,

e con la manca man la tenne stretta.

Fodrato il guanto avea dentro di maglia,

sì ch'offender la spada nol potea,

l'altro, per riaverlo, si travaglia,

ma van restava ciò ch'egli facea,

che tenuta più stretta una tenaglia

non l'avrebbe di quel ch'ei la tenea,

in questo mezzo una gran punta volse

ver Cleomene e a l'anguinaglia il colse.

La spada che il percosse ne la falda,

che gli scendea dal fianco in sù l'arnese,

la ruppe, ancor che fusse fina e salda,

ed aspramente il suo nemico offese,

e se egli ben contra Laman si scalda,

se ben cerca agguagliar l'avute offese,

non risponde a l'ardir però la forza,

e indarno fa ciò che di far si sforza.

Ché così fiera fu quella percossa,

che la spada vi entrò forse sei dita,

e ne divenne l'armatura rossa

per lo sangue ch'uscì de la ferita,

per lo duol manco al giovane la possa,

e con la faccia tutta impallidita,

cadde riverso, come suol cadere

acero cui dal pié bipenne fere.

E nel cadere abbandonò la spada,

onde Laman fu di due brandi armato,

ma poco giova a lui che punga e rada

questo e quello e il nemico sia atterrato,

poiché il pié non può aver sì ch'egli vada

a dar fine a l'assalto incominciato,

Laman del corsier preme il grave peso,

Cleomene sì giace in terra steso.

Tal che né l'un, né l'altro più a salire

puote il nemico e a la tenzon fin porre,

ché bench'ugual sia in ambidue l'ardire,

non puote alcun di lor di sé disporre;

Cleomene pur tenta di salire

ma tanto sangue da la piaga scorre,

che puote a gran fatica lena avere,

d'alzarsi e su il terren porsi a sedere.

La gamba oppressa ed ave il piede infranto

Lamano, cui'l corsier caduto è a dosso,

ché per quanto tentato abbia e per quanto

cerco di far, non si è mai punto mosso,

onde né sente angoscia e dolor tanto,

quanto l'altro, cui'l ferro è giunto a l'osso,

e non men ch'egli che quasi era estinto,

teme morto restar, dal dolor vinto.

Sendo ambi dunque a stato tal ridutti,

verso loro il signor del campo volto:

– Vedete – disse – a che v'abbia condutti

l'ira, l'ardire e il vostro sdegno molto,

e da la tenzon vostra quali frutti,

dopo lungo travaglio, abbiate colto,

ché senza aver de la vittoria onore,

l'uno e l'altro di voi qui se ne more.

Dunque mi par che poi ch'avete mostro

l'uno e l'altro il valore in questa impresa,

e che tutti sappiamo il poter vostro

debbiate fine imporre a la contesa,

ed in ciò seguitando il parer nostro,

vi rimettiate ogni passata offesa,

e ove vi mise in guerra odio e rancore,

così pace vi giunga insieme e amore.

Eran ambi duo afflitti, eran vicini

ambi a la morte e non avean speranza

di poter più tornare a lor confini,

tanto d'ambi al fine era ogni possanza,

non dimeno a que' spirti pellegrini

nel morir tanto anco d'ardir avanza,

che vogliono più tosto ivi morire

che a la pace proposta consentire.

Egli allor disse: – Almeno tanto avari

non siate in questo caso a voi d'aita,

ché poi che cavalier sete sì rari,

vogliate senza pro finir la vita,

ma come entraste a la battaglia pari,

così pari di qui fate partita,

e poscia che serete ambi guariti,

tornerete a finir le vostre liti. –

Questi e quegli, che vede che vittoria

non può più avere e ch'a la morte arriva

senza lasciar di sé quella memoria

che fa che l'uom dopo la morte viva,

vago pur di morir con maggior gloria;

il partito, ch'offerto gli è, non schiva,

pensando di potersi anco sanare,

e forte a la tenzon, qual pria, tornare.

Poi che fu ciò per lo miglior conchiuso,

ed ebbero firmati i patti insieme,

molti de lo stuolo, ivi circonfuso,

a dar lor vengon di salute speme:

non si può Cleomene levar suso,

né l'altro che il cavallo afflige e preme,

ma gli amici communi gli levaro

e nel real palagio ambi portaro.

In questo tempo, ch'erano a le mani

i due guerrier vennero al lor paese,

Licora e il padre e per gli istessi piani,

venne con ambi lor chi gli difese

da que' malvagi e perfidi villani,

che ingrassavano Sauro a l'altrui spese,

dico Ercole che messo in apparecchio

s'era di dare salvi ambi i figli al vecchio.

Da Pile eran lontan quasi una lega,

quando un venir ver lor videro a piede

il vecchio, cui gran duol l'anima lega,

che cosa di novo abbia a quell'uom chiede;

in pochi detti ei la battaglia spiega

de i duo guerrieri e dice che si crede,

che sanati che sian de le ferite,

debban con l'armi in man tornare a lite.

Ma che passerà prima più di un mese

che si trovino in punto di far guerra,

pensar vi lascio s'al buon vecchio pese,

tal cosa udir, se gran dolor l'afferra,

non così tosto il misero ciò intese,

che fu per irsi tramortito a terra,

non tanto per lo mal ch'aveva il figlio,

quanto ch'andar deveva anco a periglio.

Dolse a Licora e più al figlio di Giove,

che Cleomene e che Laman giacesse,

perché volea mostrare a chiare prove

contra Laman quanto valore avesse;

par ch'aver vinto Sauro non gli giove,

poi ch'adimpir non può le sue promesse,

si vuol partir, ma il vecchio porge preghi,

ché di andar seco al figlio non gli neghi.

E gli dice: – Dapoi che son nel letto

i due guerrier che son sì gran nemici,

e sfogato hanno in parte il lor dispetto

con l'usar contra lor le mani ultrici,

ti prego a non mi fare ora disdetto,

di venir a tentar meco, s'amici

far gli possiamo e tor via la cagione

che gli dee far venire anco a tenzone.

Ché perciò men non ti serò tenuto,

che ti serei s'oggi, con l'arme in mano,

l'un figlio e l'altro mi avessi renduto,

ucciso il lor nemico, salvo e sano. –

Ercol, poi che il desire ha conosciuto

del vecchio dice con parlare umano

ch'egli è contento far quanto gli piace

per comporgli e tra lor far nascer pace.

Così Ercole sen va e 'l padre e Licora

al signor, che i due infermi in corte avea,

e gli si fero noti:ei sentì allora

piacere immenso che per certo avea

col mezzo di costor, potere ancora

menare al fine il gran desir ch'avea

di veder pace e di veder concordia

tra i duo guerrier ch'erano in tal discordia.

Ma non vuole però che si dimostri

la donzella, né il vecchio a i due feriti,

mentre par che col lor la morte giostri,

tanto i vitali spirti avean smarriti,

ma ben vuol seco il domator de i mostri,

al quale onori fa rari, infiniti,

bene il prega che dir non voglian nulla,

de l'aver liberata la fanciulla.

Insino che non sia per la virtute

di un medico ben dotto e ben maturo,

che tutto intento era a la lor salute,

l'uno e l'altro di lor messo in sicuro,

che le cose che 'n cor gli eran venute,

per ammollire il lor animo duro,

userian poscia insieme non dispiacque

ad Ercol ciò ch'a quel buon signor piacque.

Or ridutti a tal termine i guerrieri,

che non era più in lor di morte tema,

perché miti venissero di fieri,

e si spegnesse la loro ira estrema,

il signore ad Alcide i suoi pensieri

apre ed egli di loro un non ne scema,

ma insieme vanno ov'erano costoro,

e cercan di compor le liti loro.

Ma que' feroci cor che d'ira accesa

avampavan non men che due fier draghi,

e per venir di novo a la contesa,

erano sol di risanarsi vaghi,

non voglion de la via ch'aveano presa

Ercole ed il signor, rimaner paghi,

ma bramano più tosto di morire,

che la lor lite senza arme finire.

Poi ch'Ercole e il signore con modi mille,

la tenzon lor cercato han di comporre,

e par che l'ira tanto più sfaville

quanto essi cercan più lor l'odio torre,

e non san trovare altro che tranquille

l'animo lor, ch'ogni concordia abborre,

di concorde voler, voglion tentare,

se Licora gli può pacificare.

E così la chiamaro e poi che bene

l'ebbero instrutta fer, con modo occolto,

ch'ella se n'andò al letto a Cleomene,

tutta dolente e pallida nel volto;

ei, ch'era di vederla fuor di spene,

vistala sovra sé si stette molto,

ch'avendo inteso che Sauro la prese,

ch'Ercol la liberasse, non intese.

E però si credea che tranguggiata

quell'empio malandrin viva l'avesse,

onde poi che la vide liberata,

non sapea che di ciò pensar devesse,

ma ben mostrò che tanto l'ebbe grata,

quanto altra cosa grata aver potesse

e quanto già del caso suo si dolse

tanto con viso lieto allor l'accolse.

La sorella si duol ch'egli per lei

a rischio de la morte andato sia,

poi dice c'ha da ringraziar gli dei

che serbato le l'ha da sorte ria;

tale, che con lui ella, egli con lei

(se maligno il destin loro non fia)

viver poranno ed egli allor le chiede

chi aita contra il fier Sauro le diede.

Gli addita ella il figliuol d'Anfitrione

e dice, ch'ei, ch'è senza pari in terra,

avea data la morte a quel ladrone,

ch'a gli uomini facea sì crudel guerra;

poi ch'egli e la donzella del leone

tutti quei malandrini avean sotterra

mandati, che tener soleva al ponte

Sauro per fare a ch'indi passava onte.

Rese ad Alcide Cleomene grazie

ed al ciel, che d'uom tal le avea provisto,

poi disse: – Resta sol ch'ora mi sazie

del sangue di chi già mi fe' sì tristo,

il qual per far le sue ree voglie sazie,

fece di te sì vergognoso acquisto,

ed il farò tosto ch'io sia sanato,

e con lui possa entrar ne lo steccato. –

E ciò dicendo, venne tutto foco

come nel cor gli ardesse una facella

e (benché infermo) non trovava loco,

sì l'onore il premea de la sorella;

lasciò raffreddar l'ira a poco, a poco

del fratello adirato la donzella,

poi da gli occhi versando un largo fonte,

così a dir cominciò con mesta fronte:

– Deh, fratel mio, se lo stretto legame

onde n'ha giunti la natura e Dio,

vuol che se non m'apprezze almeno m'ame,

e 'n parte sodisfaccia al voler mio,

dopo tanti dolor, tante ore grame,

ché mi ha fatte soffrire il destin rio,

ti prego che ti piaccia consolarme,

col non voler per me più prender l'arme.

Mi ha Lamano rapita, i'non ti nego

che non abbia commesso un grave errore,

ma per te ben, per gli altri dei ti prego,

ch'or non voglia tu far fallo maggiore

che se la mente senza sdegno piego

al fatto di Laman, trovo ch'amore

l'indusse a far quel ch'a far non deveva,

vinto dal foco che nel core aveva.

Ma il van desio sì la ragion non vinse,

così non gli occupò il sano discorso,

ch'a la sfrenata voglia che lo spinse

tolta che mi ebbe, non ponesse il morso,

però che di legame mi si strinse

di matrimonio e sendo già trascorso

a rapirmi potea violarmi e poi

non tener di te conto, né di noi.

Onde moglie sua sono, né si puote

per modo alcuno far che sua non sia,

e se tu ben quel ch'è da notar, note,

poscia che salva è l'onestade mia,

e con leggi immutabili ed immote,

ha corretto l'error che fece pria;

non si può più tentar con l'arme cosa,

che non ci sia più, che il suo error, dannosa.

Perché s'averra forse che Lamano

resti per lo valor tuo vinto e morto,

mostrerai solo che volere insano

a quel che non devea, l'averà scorto,

ma non farà la tua possente mano

che per questo emendato mai sia il torto,

che mi fe', quando mi rapì da prima,

ed ebbe del mio onor la spoglia opima.

Né vergine serò più, né pulcella,

di quel ch'io sia poi che fia morto, o vinto,

e se forse volesse iniqua stella,

che tu, per mano sua, restassi estinto,

che seria poi di questa meschinella,

per cui ti fussi a la battaglia accinto?

Non rimarrei la più dolente donna,

che vestisse giamai feminil gonna?

E privata del mio caro fratello,

in mano al suo nemico i'resterei,

il qual non mi poria non esser fello,

e far tutti infelici i giorni miei;

e quando non mi fusse anco ribello

ed avessi da lui ciò ch'io vorrei,

tutte le cose ch'altri allegre fanno

senza te, a noia mi seriano e a danno.

Però, caro fratel, se di me cura

tieni e di quel ch'al commun ben conviene,

riprego per lo nodo, onde natura,

e Dio legati insieme ne mantiene,

che 'n questo caso, in questa sorte dura

che mi minaccia sol tormenti e pene,

l'ira ammollisca sì, si ti racqueti,

ché i tuoi giorni ed i miei sian tutti lieti.

E se pur parti di voler la spada

ad ogni modo usare in questo caso,

contenta i'son che per lo mio cor vada,

e di tua man mi faccia ire a l'occaso,

più tosto, fratel mio, ch'a rischio i'vada

di perder tutto il ben che mi è rimaso,

eccoti il petto aprilo e sciogli l'alma

con la tua man da questa fragil salma.

Con ta'sospiri e sì efficacemente

queste ultime parole mandò fuore,

che a Cleomene si amollì la mente

in parte e intepidir si sentì il core;

ciò visto Ercol, si mosse immantinente,

ed a dir cominciò che via più onore

gli era ch'a la sorella compiacesse,

ché ostinato in tal doglia la tenesse.

Soggiunse poi che leggi troppo dur

poneva amore a gli uomini mortali

a le quali resistere non pure

l'umane forze non erano uguali,

ma star non ne potevano sicure

le celesti potenze e l'infernali,

e che ciò visto s'era a chiare prove,

il Plutone, in Apollo, in Marte, in Giove.

E che ciò più escusabile facea

il fallo di Laman s'egli si rese

a chi gli dei e gli uomini vincea,

vinto dal foco de le fiamme accese,

e che non solo a lui, ma a ognun parea,

che poscia che Laman per moglie prese

la donna, ch'egli avea nel cor scolpita,

né devesse l'ingiuria esser finita.

Qui seguì il padre e per la vecchia etade

il pregò anch'egli e per l'amore immenso

che gli portava, che tanta pietade

di lui avesse, che il furore accenso,

che il chiamava a le lance anco e a le spade,

spegnesse sì ch'ei non ne fusse offenso,

il che serebbe, se far non volesse

ch'a rischio de la morte anco il vedesse.

Ché ciò non era voler far vendetta

contra Laman, ma incrudelir contra esso

ché come di acutissima saetta

si sentia il cor dal duol per mezzo fesso;

tal che s'a l'arme anco il furor l'alletta,

il vedria sì da l'aspra ambascia oppresso,

che con quella man morte gli darebbe,

con cui contra Laman si moverebbe.

L'autorità di Alcide e i molti preghi

del signor di Licora e del buon vecchio,

fan si ch'uopo è che il giovane si pieghi,

e prometta di spegner l'odio vecchio;

poi mandaro a Laman, perché non neghi

l'accordo ch'era posto in apparecchio,

ma non bisognò usar con lui molt'arte,

vista lei c'ha di lui la miglior parte.

Quale al percuoter del focil si accende

per picciola favilla, a un tratto, l'esca,

tal per Licora allor Laman se incende,

e gli par che 'n lui'l foco a doppio cresca,

e pria ch'ella il combatta, egli si rende

e dimostra, che molto gli rincresca

di vederlasi inanzi così trista,

piena di cure e sì turbata in vista.

Levossi alquanto e con aperte braccia,

con molto affetto, ire a incontrar la volse,

ritirossi ella, sdegnosetta in faccia;

e dolcemente altiera, a lui si volse,

e gli disse: – Al signor del ciel non piaccia,

che a chi, per forza, ne la via mi tolse,

e cerca di dar morte al fratel mio,

cortese dimostrarmi unqua volgia io.

Saper pria voglio, se inanzi a nemico

esser mi trovo, o inanzi a mio consorte,

tutta tua son, se mi ti mostri amico

e non cerchi del mio fratel la morte;

ma s'è altramente, insino ad or ti dico,

ch'ir vo' più tosto a le tartaree porte,

ché voler ritrovarmi essere in mano

di chi odii mortalmente il mio germano.

Quale a l'incanto suol serpe gonfiata

divenir più d'ogni umiltade umana,

talmente l'ha l'incantator legata,

che ne riman la sua fierezza vana,

e resta in preda di chi l'ha incantata,

quantunque fusse pria, cruda e inumana,

né fischia più, né più vibra la lingua,

perché l'incantator col morso estingua.

Tale Laman, cui non avea potuto

vincer forza mortal, né prego mai,

si vide rimaner vinto e abbattuto

da un dolce sfavillar di duo bei rai,

tal ch'ei sovra sé stette alquanto muto,

poi disse: – Anima mia, ben certo sai

ch'io sono in guisa tuo, che dispor puoi

di me quel tutto, che dispor ne vuoi.

Né pur armarmi contra il tuo fratello

non vo', ma dar nudo a le sue arme il petto,

qualunque volta a te piacerà e a quello,

che così si corregga il mio difetto;

e se ti pare in prova di vedello,

tutto in tua potestade i'mi rimetto,

tu hai sì il mio sdegno vinto ed il cordoglio,

che quel che tu vorrai, sempre far voglio.

Quanta allegrezza avesse allor Licora,

Ercole ed il signor e il vecchio mesto,

non fa mestier che lo vi racconti ora,

perché so che il vedete manifesto;

or poi che fur di quel travaglio fora,

Laman che non avea a Licora chiesto

del misleale che l'avea rapita,

e come dal ladron fusse fuggita.

Le chiese il tutto ella cortesemente

dopo gli abbracciamenti e i baci molti,

che sì dier, pieni di desire ardente,

i fatti d'Ercol non gli tenne occolti,

e gli disse che l'uomo frodolente,

ch'ebbe i pensieri a fargli oltraggio volti,

tosto che i malandrini il fer cattivo,

da Sauro fu mangiato vivo, vivo.

Laman rengraziò Alcide e poscia disse

ch'al reo non si deveva altra mercede

al reo ch'a fargli oltraggio il pensier fisse,

e mancò al suo signor tanto di fede;

Ercol, visto tal fin messo a le risse,

pria che ritorni a la paterna sede,

ridurre in uno tutti costor face,

e confirmar gli vuol veder la pace.

Poi presa la donzella per la mano

e fattosi portare un ricco anello,

sposar la fe' di novo al suo Lamano,

in presenza del padre e del fratello,

in libertà volse vedere Orano,

e veduto acquetato e questo e quello,

ritornò a Tebe.Il resto intenderete

diman, se grata udienza mi darete.