VII
Giusta querela spongo, padre santo,
dinanti a' piedi tuoi, perché mi lece
dolere e lamentar da ciascun canto.
Cristo, figliuol d'Iddio, pastor ti fece
unico della Chiesa universale
dei suoi cristiani, e dietti ogni suo vece
che chi legassi in terra perpetuale
fosse il legame, e anche chi sciogliessi
soluto fosse; e questo in bene e male.
Dietti le chiavi sue, ché le volgessi
in favor sol de' giusti, non per certo
ad essaltare i suoi rebelli espressi.
Quest'è ch'io dico, e che si vede aperto,
che tu consenti che gli error ariani
sismatici infedei ricevan merto
delle fatiche di noi cristiani,
che te seguimo col santo collegio
a confondere i lor modi non sani.
Ora mi par che 'l guadagnato pregio
della vittoria sia donato a' vinti,
in onta dei collegiani e gran dispregio.
Così di corte omai ci hanno sospinti,
faccendo insieme una arïana setta,
e chi nol vede ha gli occhi ciechi e tinti.
Questa gente nel mondo maladetta,
quand'han veduto Ario vinto e tristo,
fint'hanno di seguir la fé prefetta;
e i servi tuoi, della Chiesa e di Cristo,
delusi son no men che abandonati,
poco gauldendo il doloroso acquisto.
No' siam vilipenduti e maltratati,
e i' son un di que' che mi cordoglio
degli animi al presente tanto ingrati.
Veggio gli error arian dentro dal soglio
del tuo segreto estallo entrare e uscire
colle teste alte e temerario orgoglio.
Ma noi, servi fedei, possiam ben dire
che l'uscio ci è percosso pello petto.
«State costà; non vi vogliamo aprire!»
Ond'io vorrei che co' medesmo efetto
le cose si doveson far duo volte,
per usar senno all'altrui difetto.