VIII
Penso il secreto in che Natura pose
qual mai fu singular di sue virtute,
le palese potenzie e le nascose,
quantunque sien vedute e conosciute
le qualità de' giovanili attenti,
cagion di morte più che di salute.
E, per mostrar visibili argomenti,
vuole e consente quel che dentro giace
alle parti di fuor si rapresenti.
Così non fosse, per più nostra pace!
Onde si mosse l'acceso disio,
che, tranquillando, mi consuma e sface?
Poi ch'Amor tolse a me l'arbitrio mio,
sì come simplicella e pargoletta
che fa il voler di se stesso non pio,
e veggio il fin che con pietà m'aspetta,
così fusse in altrui non con men pièta,
quanto fie 'l danno di me giovinetta!
Ne' teneri anni miei leggiadra e lieta,
sola mi vidi già mirar più volte,
celando Amor la sua fiamma secreta,
vedendo segni e maraviglie molte
non con sagacità da sé ritrarse,
sendo le voglie ancor libere e sciolte.
Per ventura o disgrazia, un dì m'apparse
dinanzi agli occhi un giovinetto amante,
fermo nel viso mio tutto specchiarse
Non fu sì fermo il cor né sì costante
nel presto impalidir, che non cambiasse
quasi le simiglianze tutte quante;
tenendo le pupille a terra basse
degli occhi vergognosi, il ladro Amore
nel petto inerme una saetta trasse.
Per dar materia al giovinile ardore,
dinanzi agli occhi miei vidi dipinta
l'onestà sua, che m'ha furato il core.
Fredda rimasi, temorosa e vinta
nelle forze d'Amor, non conoscendo,
di nuove fiamme già legata e cinta.
Io non compresi allor quel ch'or comprendo:
che mai dolcezza sia cagion di pena.
E cominciai con più sospir dicendo:
«Chi è questo signor, ch'a ciò mi mena,
a tanto incendio, non avendo ancora
provato l'amorosa sua catena?»
Apresso parse del suo aspetto fora
uscire un atto sì dolce e sì pio,
pien di speranza, al qual fin s'innamora.
E poi che t'accorgesti, signor mio,
negli atti e ne' sembianti essere amato,
potenza crebbe al tuo caldo disio.
Benigno, reverente e costumato,
con sagace onestà seguita m'hai,
discreto, pazïente e moderato.
Tu mi ti desti e io mi ti donai
per la tua grazïosa gentilezza,
che si degnò d'umiliarsi assai.
D'ogni e ciascuna corporal bellezza
gran dota ricevesti da natura,
e d'ogni facultà piacevolezza.
Ben tenni esser felice la ventura,
che in angoscioso pianto s'è rivolta,
per caso avverso e rio che mi ti fura;
di lieta contentezza in pena molta,
perdendo ogni speranza, ogni conforto,
se tua degna presenza agli occhi è tolta.
Parmiti veder vivo e pianger morto,
quantunque la Fortuna, aspra e ritrosa,
facesse sempre alla bellezza torto.
L'alma gentil per debito è pietosa;
chi la dee aver, se tu pietà non hai,
ch'amore e gentilezza in te si posa?
Pensa com'io rimango e come vai
fra gente strana, argolica e dispetta,
fuor d'ogni costumanza e, certo il sai,
pessima, micidial, vile e scorretta,
che m'ha d'amaro dubbio il cor percosso.
Non consentir che crudeltà il permetta.
E se dato è che sia, fuggir nol posso,
te supplicando, Amor, per cortesia
non mel fare assentir quando s'è mosso,
acciò che 'l pianto nell'angoscia mia
non ti sia noto, perché la tua doglia
mi saria più nociva e non men ria.
S'i' vivo, io viverò contro a mia voglia,
né so quando sarà Morte sì grata
che questo spirto delle membra scioglia,
non vïolando l'anima affannata,
che di tormento e vanità si pasce,
sendo di tanta nobiltà creata.
Felice morte è di morire in fasce,
ché, più vivendo, ogni supplicio e pena
convien che caggia ove la colpa nasce!
Questo resulta ad amar cosa terrena.
Quanto si può chiamare amaro Amore,
che nostra vita di morte avelena!
Caro è il riparo al consentito errore,
pensando al fin che si vede esser tolta
la più speranza a chi vivendo more.
L'anima vinta, che si vede involta
ne' perigliosi lacci d'amor vano,
che dà poca letizia e pena molta,
solo uno scampo c'è, sendo lontano:
ch'Amor mi renda la mia libertate,
che sì veloce gliela missi in mano.
Allora avrò di me stessa pietate,
e 'l ciel, che non fu mai di grazia scarso,
avrà respetto alle mie facultate:
converta un mostro nuovamente apparso,
il qual serri la via che 'l core aperse,
per quel liquor c'ho già piangendo sparso.
Le lusinghevol vie false e diverse
tremando fuggirò, che dentro sono
brutte e dannose, e di fuor vaghe e terse;
e fia speranza di singular dono
non da bassa potenza, ma da quella
che tarda il vendicar più che 'l perdono.
E l'età mia fiorita non men bella
sarà che pria, qual verde primavera
nella sua perfezion si rinovella;
e sarò fuor della semplice schera,
e l'empito disio terrò nel core
e la casta virtù ferma e sincera;
né temerò che 'l subito terrore
né la 'nfluenza della terza stella
mi sia nimica, non che possessore.
E basterammi picciola procella
nel dolce contemplar del viver lieto,
se lieta visse mai donna o donzella,
che 'n terra ombrasse el bel quarto pianeto.