VIII
Il quinto lustro il sol chiude e rimira
il dì ch’io venni, e fui di vita indegno,
s’a gli strali d’Amor nacqui per segno,
di bella donna e di fortuna in ira;
se la man che le vite al fuso aggira
a l’infelice mia, ch’io sprezzo e sdegno,
di nero filo ordir volse il ritegno,
onde d’esser fin qui giunta s’adira;
s’io vidi congiurar tutti gli aspetti
incontra al nascer mio d’ogni pianeta
che minaccia qua giù vita aspra e ria.
Ma tu, Morte, che fai, ché non saetti?
picciol soccorso tuo gran doglia acqueta,
securo fin di perigliosa via.