VOLUTTÀ E RIMORSO ELENA

By Niccolò Tommaseo

Allor che 'l fremito de la pugna da l'ardua torre

ascolto, al sommo del petto il core mi balza,

e dico: ahi quanti da la ferrea destra di Marte

per te tormenti sostengono, svergognata,

Troia di destrieri domitrice e i nobili Achei!

Per te di vedove consorti e d'orfana prole,

fùnebre, ne' tetti, ne' templi corre ululato,

che 'l giovane ancora genitore e il dolce marito

veggono travolti rotolar ne la polvere, e pianto

e lai versando sul petto recente ferito,

reggono con mano la cara cervice cadente.

Ma de gli estinti e de' gementi ti sfugge la vista

se Paride ammiri tornar da la strage cruenta

incolume. E te, da lungi accennante, saluta;

e il sangue appreso e 'l tintinno de l'arme sonanti

lo fan più bello. Ma tu l'ancelle chiomate

sollecita appelli, gli apprestino i caldi lavacri,

e' sale a l'alte case: e, ancor di lorìca gravato,

i' me gli stringo, com'ellera lussuriante

a querce altera frondente di verde novello;

e la man trepida, le ondanti creste de l'elmo

posate a terra, il bel crine di polvere sparso

carezza, e terge il sudor de le floride guance.

Ahi! ma le abondanti dal petto care parole

un nume ignoto raffredda, e la voce rimansi

stretta alle fauci nel nome di dolce marito.

E quando, in forte amplesso commista d'amore,

il cor segreto tutto negli ignei baci

si sface, nomarlo la bocca ansante ricusa

uom mio. Deh quanto con lacrime t'invidiai,

te che al compresso mio duol compiangi tacendo,

figlia di Priamo, bella d'Elicàone sposa,

Laòdice! A te di pura dolcezza rigati

gli amplessi, a te di tristo rossore la fronte

immacolata. E tu, splendor de le troadi ninfe,

oh tu cui 'l sacro Priamo parla riverente,

Andròmaca, allor che incedi a Diana simile,

bella d'odorato peplo e d'argentei veli,

a te d'intorno un sommesso d'amore sussurro

corre, e l'ùmil volgo s'arrestano contemplando.

Perché la vista di quel tuo dolce rosato

pallor virgineo e de' semplici sguardi soavi

regger non posso? Perché tua voce modesta

qual d'usignolo ch'entro a fragrante roseto

canta sul primo tremolar de le vergini stelle

mi suona nel petto quasi suon di triste novella?

Fuggir m'è forza e della magion ne' recessi

celar la cura. Quivi Etra di Pìtteo nata,

e Clìmene fida, ridenti ancelle, beate

ancor del tenero fior dell'improvvida vita,

a me pensosa, tessente le lucide tele

trascorrer fanno talor su la china pupilla

un mesto riso. Ma quando la lor giovinetta

beltà ragguardo, mi torna soave dinanzi

di te che 'n Argo le morbide tele sedevi

meco tessendo, cara nutrice, l'imago

materna. E Giuno mi mette ne l'intimo petto

de' patrii tetti, de' non più visti parenti,

e di chi primo mi fe' sua, dolce la brama.

Ma come, ahi misera! de le donne argive lo sguardo,

o del cognato, o di te soffrire potrei,

figlia? Quale a me, di doglie tante ministra,

qual fôra l'amplesso, la voce de l'inclito Atride?

Stolta! e tu pensi ch'e' dorma fredde le notti,

di te sognando, Menelao di Marte l'amico,

né tenere ancelle, all'incendio di predata

città sottratte, dono di nobili Achei,

di giovane amplesso l'allegrino? Tale d'amori

ponesti a' ciechi mortali immobile fato

Tu, Dea, che a Gnido sorridi ed a l'alta Citera.

Di Giove l'arcano senno a te, lieta Afrodite,

serve; e la madre mia l'attesta, e i forti gemelli,

Castore del corso mastro, Polluce de l'armi.

E tu l'attesti, dell'inclito Bellerofonte

nata, ch'a l'Egìoco confusa in amore, creasti

il simile a' numi Sarpedone, Laodamìa.

Queste ne l'intimo core mi mormora blande loquele

la santa Citerèa, ch'a me de le cure latenti

sgombra da l'immoto pensiere la pallida nube.

Talor la veggo spuntar ne' languidi sogni,

come da l'Oceano i rai d'Espero dolce-tremanti;

e al seno, ed al passo leggier quasi vol di colomba

la Dea conosco. Ridesta, in amor mi si volge

l'infiammata anima; e al chiaror de la luce novella

che su i torniti letti risplende, lo veggo,

i be' crin, sulla rosea cervice fluenti

(quale infra' lauri d'Eurota il Cinzio nume,

o quale in selva il bellissimo Endimione),

quel per cui Priamo sua figlia dolce mi noma.

Dal suo respiro i' pendo, e me dico beata

ch'unica fra tutte l'argive e le troadi ninfe

orno gli odorati talami di tale marito.

E se di veli ondeggianti e di splendido peplo

bella oltre all'uso i' paio, e più vivida fiamma

per me 'l pensiero comprendegli, grazie vêr te

unqua più calde non salsero, lieta Afrodite.

Ma né i diletti né 'l duo? del core profondo

ho cui narrarli: né qui di conscio riso

son dati a me misera i conforti, o di conscio lutto.

Qual chi per selva di pruneti orrida e d'angui

cerca smarrito calle e vestigia note,

i' non rinvengo me stessa. E strania vivo,

strania vivrommi finché vecchiaia mi colga

squallida ne' tetti per me di floride vite

orbati. Lutto a' presenti, infame sarai

favola a' venturi. Deh morte piaciuta mi fosse

anzi che 'l talamo antico e i diletti parenti

lasciar! Deh slanciata m'avesse la negra procella

su i ripidi scogli o ne la spuma de l'onde sonanti!