X – Sannazzaro
Quand'io appena incominciava a tangere
Da terra i primi rami, ed addestravami
Con l'asinel portando il grano a frangere;
Il vecchio padre mio, che tanto amavami,
Sovente a l'ombra de gli opachi suberi
Con amiche parole a se chiamavami:
E, come fassi a quei che sono impuberi,
Il gregge m'insegnava di conducere,
E di tosar le lane, e munger gli uberi.
Tal volta nel parlar soleva inducere
I tempi antichi, quando i buoi parlavano,
Ché 'l Ciel più grazie allor solea producere.
Allora i sommi Dii non si sdegnavano
Menar le pecorelle in selva a pascere;
E com'or noi facemo, essi cantavano.
Non si potea l'un uom ver l'altro irascere;
I campi eran comuni e senza termini;
E copia i frutti suoi sempre fea nascere.
Non era il ferro, il qual par ch'oggi termini
L'umana vita; e non eran zizzanie,
Ond'avvien ch'ogni guerra e mal si germini.
Non si vedean queste rabbiose insanie;
Le genti litigar non si sentivano,
Per che convien che 'l mondo or si dilanie.
I vecchi quando al fin più non uscivano
Per boschi, o si prendean la morte intrepidi,
O con erbe incantate ingiovanivano.
Non foschi o freddi, ma lucenti e tepidi
Erano i giorni: e non s'udivan ulule,
Ma vaghi uccelli, dilettosi e lepidi.
La terra, che dal fondo par che pulule
Atri aconiti, e piante aspre e mortifere,
Ond'oggi avvien che ciascun pianga ed ulule;
Era allor piena d'erbe salutifere,
E di balsamo, e 'ncenso lacrimevole,
Di mirre preziose ed odorifere.
Ciascun mangiava a l'ombra dilettevole
Or latte e ghiande, ed or ginepri e morole.
O dolce tempo, o vita sollazzevole!
Pensando a l'opre lor, non solo onorole
Con le parole; ancor con la memoria
Chinato a terra come sante adorole.
Ov'è il valore? ov'è l'antica gloria?
U' son or quelle genti (oimè son cenere)
De le quali grida ogni famosa istoria?
I lieti amanti e le fanciulle tenere
Givan di prato in prato rammentandosi
Il foco e l'arco del figliuol di Venere.
Non era gelosia; ma sollazzandosi
Movean i dolci balli a suon di cetera,
E 'n guisa di colombi ognor baciandosi
O pura fede, o dolce usanza vetera!
Or conosco ben io che 'l mondo instabile
Tanto peggiora più, quanto più invetera.
Tal che ogni volta, o dolce amico affabile,
Ch'io vi ripenso, sento il cor dividere
Di piaga avvelenata ed incurabile.