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By Bernardo Pulci

Piangi tu, che pur dianzi eri felice,

misera patria, sconsolata e mesta,

piangi, ché solo a te di pianger lice!

Pianse Pericle Atene e cangiò vesta,

Epaminonda Tebe, e la gran Roma

quello a chi 'l nome ancor d'Affrica resta;

e con volto piangente e sparsa chioma

vide il suo primo Bruto in terra morto,

che la regal superbia avea già doma,

Furio e quel Muzio, ch'al ferir accorto

non fu, di cui l'errante mano ardente

non sofferse mirar Porsenna iscorto.

Cosm'era il tuo ben solo, il tuo parente,

il tuo refugio, tua salute e speme,

che t'ha fatta sì bell'alma e florente.

Or Morte, che nissun riguarda o teme,

a te l'ha tolto e 'n sul feretro giace,

e già le membra un freddo sasso preme,

tal che ciascun di lamentar non tace.

Così crediam ch'errando se ne dolga

per le selve ogni fera aspra e rapace;

Febo par che 'l bel lume a sé raccolga

e, fra nube ascondendo i santi raggi,

dal corso i suo cavagli arretri e volga.

Che giova aver fra' più antichi saggi

cercato esser per fama tanto altero,

quanto tra' vili arbusti gli alti faggi?

o d'acquistare onor, gloria, o impero

e col proprio tesor la patria alzare

e farla addorna d'ogni magistero,

po' che' più degni ancor posson furare

gli stremi fati, ch'a ciascuno è dato

un fine oscuro dalle Panche amare?

Vedi Lucullo, che fu tanto elato

dalla Fortuna di potenza e d'oro

che 'l secol suo lo tenne esser beato:

costui fu pari in ciascun suo lavoro

a Cimon di delizie, e 'l fiero artiglio

non valse lor fuggire, e 'l gran martoro.

Vedi il buon Cato pien d'alto consiglio;

Manlio che con robusta e pronta mano

tolse dal Campidoglio il gran periglio;

Pompeo, quel ch'ogni forza e caso umano

contro a suo fati volle sostenere,

per far sé degno e senator romano.

Non però vincer mai né contenere

di questi alcun poté Morte crudele,

né le sue armi dispietate e fere.

Come 'nanzi all'assenzio è posto il mèle,

così porge la nostra mortal vita

un dolce prima ad uno amaro fele.

O natura, di noi cotanto oblita,

perché tanti animal bruti conservi

al mondo con età quasi infinita,

quando gli umani ingegni, a cui riservi

il saper d'ogni cosa e le ragioni

de' pianeti benigni e de' protervi,

passon tanto veloci e brevi e proni

e spesso in mezzo caggion del camino,

per volare a quel fin, ch'a ciascun poni?

Gite, ciechi mortal, con tal destino

per acquistar superbia, onori e regni,

a cui l'estremo dì sempr'è vicino.

Agrippa, quel che degli antichi degni

innanzi al tempo fé 'l grande edifizio

che Roma mostra ancor tra gli altri segni,

sentì de' fati l'ultimo giudizio;

e così e nostri santi maggior patri

periron tutti di cotal supplizio.

Edifica Marcel nuovi teatri,

vestibuli, palazzi, terme e scene

e fa voltar la terra a mille aratri.

E tu sie pronto, Emilio, al patrio bene,

Crasso e Murena alle divizie grandi,

ch'al fin fallace fia la vostra spene!

Non vale esser intento a' casi infandi,

e tanto sperto, acuto e previdente

che spesso alla Fortuna ancor comandi;

né in alto grado, né 'n sì eccellente

ch'a gli altri di potenza, onore e fama

il mondo gridi te solo eminente,

o quel che tanto si ricerca e brama,

gran prudenza di cose e gran dottrina,

ché più l'ultimo giorno ognor ci chiama.

Così nostra prestanza al fin declina,

nostra fatica è vana, e tutti siamo

sogni da sera e ombre da mattina.

Non altrimenti tosto via passiamo

che di suo fiori e frondi arido e privo

un tenero virgulto e piccol ramo.

Anzi dura ogni spirto eccelso e divo

per fama eterno, e chi fu mai cagione

salvar suo patria sarà sempre vivo.

Vive Attilio, Cornelio ed Iscipione,

vive Sempronio e 'l gran Tito Flaminio,

e 'l titol ancor tien suo regione;

e già son giunte a l'ultimo esterminio

le ricchezze di Tiro e le troiane

e ogni forza del roman dominio.

Già Smirna e Babillon son fatte vane,

l'ardir de' Galli e la potenza argiva,

le vittorie e trïonfi e pompe umane.

Ma sin che 'l mar bagnerà alcuna riva,

non torrà Morte a Cato il chiaro nome,

ched e' non sia di lui chi parli o scriva.

La fama di chi prese il bel cognome

da Creta e da Numidia immortal fia,

benché 'l temp'ogni cosa oscuri e dome.

Se Regulo con pena acerva e ria

finì suo vita, pur sempre memoria

convien ch'al mondo di lui ferma sia.

Ogni latin poema e greca istoria

canta che l'alma di virtute addorna

non de' mancar di sempiterna gloria.

Così 'l morto sovente vivo torna,

così la degna fama e 'l giusto onore

come pianta a risurger non soggiorna.

Così 'l tuo nome, Cosmo, e 'l tuo splendore

per tutti gli anni sarà sempre chiaro

e per morte tuo gloria assai maggiore.

O fortunato saggio! o fido e caro

alla tuo patria! per te i giorni nostri

un nuovo Lelio in terra rimiraro,

per te, perch'ogni essemplo si dimostri

della prisca eccellenza, che già tanto

fé Roma addorna d'alti templi e chiostri.

Tu, pudico, sever, tu giusto e santo,

tu liberal, tu sì clemente e pio

ch'a Cesare o Caton nissun diè vanto.

La tuo speme era sola e 'l tuo disio

al ben comune e publica salute,

ogn'altra cura vil posta in oblio;

le tuo divizie son più volte sute

pronte a salvar la patria in libertate,

di che parlar potrien le lingue mute.

In te d'antica stirpe e nobiltate

refugio è di famoso, degno erede,

quant'alcun delle gente mai togate

di preclari nipoti; onde si vede,

se vera è la sentenza di Solone,

ch'a te grazie sublime il ciel concede.

Però che più vogliàn, per qual ragione

facciàn querele in contro a Dio, usando

stolte parole spesso e van sermone?

Appio, quel cieco, prima militando,

poi nel senato fé suo patria degna;

tu col saper la tua vie più inalzando,

la qual cerca or che premio o quale 'nsegna

a te riferir possa, e nulla truova

ch'a tuo magna eccellenza si convegna.

Pur del tuo ben oprar tanto gli giova

ch'un titol singular, non mai più scritto,

da lei per te da Roma si rinnuova,

ché di comun decreto e santo editto

a eterna memoria sie scolpito

Cosmo, della suo patria padre invitto.

Ma, s'egli è 'l ben pe' meriti gradito,

veramente beato in ciel ten vai

a posseder quel gaudio, ch'è 'nfinito.

E perch'a' tempi nostri alcun già mai

a te fu simil, degli antichi eletti

molti venire in contro ti vedrai:

Tullio, che Catellina e gli altri eretti

contr'alla patria oppresse, e per tal cosa

ebbe il cognome, ch'or tu solo accetti;

Fabio con la suo gente assai pietosa

a vivere e morir; Curio e Fabrizio,

che Roma tennor già da Pirro in posa.

Con questi ed altri insieme al sommo ospizio

giugnendo, il coro adornerai, nel quale

canton l'alme, che visson sanza vizio.

Dunque, Cosmo, ornamento al secol, vale!

E tu, florida patria, omai t'allegra,

se più che del tuo ben del suo ti cale!

Lascia 'l pianto e la vesta oscura e negra,

tornando al primo tuo più bello stato

d'ogn'arte clara e disciplina intègra;

conserva, onora il suo felice nato,

ver successor della virtù paterna,

che ti farà fiorir sì 'n ciascun lato

che la tuo fama fia nel mondo eterna.