X
Piangi tu, che pur dianzi eri felice,
misera patria, sconsolata e mesta,
piangi, ché solo a te di pianger lice!
Pianse Pericle Atene e cangiò vesta,
Epaminonda Tebe, e la gran Roma
quello a chi 'l nome ancor d'Affrica resta;
e con volto piangente e sparsa chioma
vide il suo primo Bruto in terra morto,
che la regal superbia avea già doma,
Furio e quel Muzio, ch'al ferir accorto
non fu, di cui l'errante mano ardente
non sofferse mirar Porsenna iscorto.
Cosm'era il tuo ben solo, il tuo parente,
il tuo refugio, tua salute e speme,
che t'ha fatta sì bell'alma e florente.
Or Morte, che nissun riguarda o teme,
a te l'ha tolto e 'n sul feretro giace,
e già le membra un freddo sasso preme,
tal che ciascun di lamentar non tace.
Così crediam ch'errando se ne dolga
per le selve ogni fera aspra e rapace;
Febo par che 'l bel lume a sé raccolga
e, fra nube ascondendo i santi raggi,
dal corso i suo cavagli arretri e volga.
Che giova aver fra' più antichi saggi
cercato esser per fama tanto altero,
quanto tra' vili arbusti gli alti faggi?
o d'acquistare onor, gloria, o impero
e col proprio tesor la patria alzare
e farla addorna d'ogni magistero,
po' che' più degni ancor posson furare
gli stremi fati, ch'a ciascuno è dato
un fine oscuro dalle Panche amare?
Vedi Lucullo, che fu tanto elato
dalla Fortuna di potenza e d'oro
che 'l secol suo lo tenne esser beato:
costui fu pari in ciascun suo lavoro
a Cimon di delizie, e 'l fiero artiglio
non valse lor fuggire, e 'l gran martoro.
Vedi il buon Cato pien d'alto consiglio;
Manlio che con robusta e pronta mano
tolse dal Campidoglio il gran periglio;
Pompeo, quel ch'ogni forza e caso umano
contro a suo fati volle sostenere,
per far sé degno e senator romano.
Non però vincer mai né contenere
di questi alcun poté Morte crudele,
né le sue armi dispietate e fere.
Come 'nanzi all'assenzio è posto il mèle,
così porge la nostra mortal vita
un dolce prima ad uno amaro fele.
O natura, di noi cotanto oblita,
perché tanti animal bruti conservi
al mondo con età quasi infinita,
quando gli umani ingegni, a cui riservi
il saper d'ogni cosa e le ragioni
de' pianeti benigni e de' protervi,
passon tanto veloci e brevi e proni
e spesso in mezzo caggion del camino,
per volare a quel fin, ch'a ciascun poni?
Gite, ciechi mortal, con tal destino
per acquistar superbia, onori e regni,
a cui l'estremo dì sempr'è vicino.
Agrippa, quel che degli antichi degni
innanzi al tempo fé 'l grande edifizio
che Roma mostra ancor tra gli altri segni,
sentì de' fati l'ultimo giudizio;
e così e nostri santi maggior patri
periron tutti di cotal supplizio.
Edifica Marcel nuovi teatri,
vestibuli, palazzi, terme e scene
e fa voltar la terra a mille aratri.
E tu sie pronto, Emilio, al patrio bene,
Crasso e Murena alle divizie grandi,
ch'al fin fallace fia la vostra spene!
Non vale esser intento a' casi infandi,
e tanto sperto, acuto e previdente
che spesso alla Fortuna ancor comandi;
né in alto grado, né 'n sì eccellente
ch'a gli altri di potenza, onore e fama
il mondo gridi te solo eminente,
o quel che tanto si ricerca e brama,
gran prudenza di cose e gran dottrina,
ché più l'ultimo giorno ognor ci chiama.
Così nostra prestanza al fin declina,
nostra fatica è vana, e tutti siamo
sogni da sera e ombre da mattina.
Non altrimenti tosto via passiamo
che di suo fiori e frondi arido e privo
un tenero virgulto e piccol ramo.
Anzi dura ogni spirto eccelso e divo
per fama eterno, e chi fu mai cagione
salvar suo patria sarà sempre vivo.
Vive Attilio, Cornelio ed Iscipione,
vive Sempronio e 'l gran Tito Flaminio,
e 'l titol ancor tien suo regione;
e già son giunte a l'ultimo esterminio
le ricchezze di Tiro e le troiane
e ogni forza del roman dominio.
Già Smirna e Babillon son fatte vane,
l'ardir de' Galli e la potenza argiva,
le vittorie e trïonfi e pompe umane.
Ma sin che 'l mar bagnerà alcuna riva,
non torrà Morte a Cato il chiaro nome,
ched e' non sia di lui chi parli o scriva.
La fama di chi prese il bel cognome
da Creta e da Numidia immortal fia,
benché 'l temp'ogni cosa oscuri e dome.
Se Regulo con pena acerva e ria
finì suo vita, pur sempre memoria
convien ch'al mondo di lui ferma sia.
Ogni latin poema e greca istoria
canta che l'alma di virtute addorna
non de' mancar di sempiterna gloria.
Così 'l morto sovente vivo torna,
così la degna fama e 'l giusto onore
come pianta a risurger non soggiorna.
Così 'l tuo nome, Cosmo, e 'l tuo splendore
per tutti gli anni sarà sempre chiaro
e per morte tuo gloria assai maggiore.
O fortunato saggio! o fido e caro
alla tuo patria! per te i giorni nostri
un nuovo Lelio in terra rimiraro,
per te, perch'ogni essemplo si dimostri
della prisca eccellenza, che già tanto
fé Roma addorna d'alti templi e chiostri.
Tu, pudico, sever, tu giusto e santo,
tu liberal, tu sì clemente e pio
ch'a Cesare o Caton nissun diè vanto.
La tuo speme era sola e 'l tuo disio
al ben comune e publica salute,
ogn'altra cura vil posta in oblio;
le tuo divizie son più volte sute
pronte a salvar la patria in libertate,
di che parlar potrien le lingue mute.
In te d'antica stirpe e nobiltate
refugio è di famoso, degno erede,
quant'alcun delle gente mai togate
di preclari nipoti; onde si vede,
se vera è la sentenza di Solone,
ch'a te grazie sublime il ciel concede.
Però che più vogliàn, per qual ragione
facciàn querele in contro a Dio, usando
stolte parole spesso e van sermone?
Appio, quel cieco, prima militando,
poi nel senato fé suo patria degna;
tu col saper la tua vie più inalzando,
la qual cerca or che premio o quale 'nsegna
a te riferir possa, e nulla truova
ch'a tuo magna eccellenza si convegna.
Pur del tuo ben oprar tanto gli giova
ch'un titol singular, non mai più scritto,
da lei per te da Roma si rinnuova,
ché di comun decreto e santo editto
a eterna memoria sie scolpito
Cosmo, della suo patria padre invitto.
Ma, s'egli è 'l ben pe' meriti gradito,
veramente beato in ciel ten vai
a posseder quel gaudio, ch'è 'nfinito.
E perch'a' tempi nostri alcun già mai
a te fu simil, degli antichi eletti
molti venire in contro ti vedrai:
Tullio, che Catellina e gli altri eretti
contr'alla patria oppresse, e per tal cosa
ebbe il cognome, ch'or tu solo accetti;
Fabio con la suo gente assai pietosa
a vivere e morir; Curio e Fabrizio,
che Roma tennor già da Pirro in posa.
Con questi ed altri insieme al sommo ospizio
giugnendo, il coro adornerai, nel quale
canton l'alme, che visson sanza vizio.
Dunque, Cosmo, ornamento al secol, vale!
E tu, florida patria, omai t'allegra,
se più che del tuo ben del suo ti cale!
Lascia 'l pianto e la vesta oscura e negra,
tornando al primo tuo più bello stato
d'ogn'arte clara e disciplina intègra;
conserva, onora il suo felice nato,
ver successor della virtù paterna,
che ti farà fiorir sì 'n ciascun lato
che la tuo fama fia nel mondo eterna.