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By Bernardo di Piero Cambini

I' sento e veggio a torno

tante cose ire il giorno,

ch'i' stupisco

e ancor non m'ardisco

rallegrarmi del male.

Le zucche sanza sale

non fan buona cucina.

El buon dì da mattina

si conosce.

Se 'l mondo porge angosce

è consüeto,

ché tal si lieva lieto

che si posa crucciato.

Omè egli è apiccato

troppo foco!

L'è duo parte del giuoco.

A chi sta a vedere

mangiare, insegna a bere,

perché desta la sete.

Or con più d'una rete

il buon si piglia.

El caval sanza briglia

spesso casca in fossa.

Chi non ha molta possa

non lievi gran pondi.

Chi pesca in luoghi fondi

sappi sotto acqua istare.

Egli è senno apparare

a l'altrui spese,

perché d'altrui contese

si guadagna.

Chi ha manco magagna

può me' parlare il vero.

El bianco per lo nero

di fuora si dimostra.

Deh, non vada alla giostra

chi non ha elmo in testa.

Chi teme la tempesta

si stia sempre al coperto.

Non cerchi pel diserto

chi non vuol trovar fiere.

El prudente nocchiere

provede alla fortuna

e' marinai raguna

e fa consiglio.

Chi si truova in periglio

subito si provegga

e colla mente vegga

el suo bisogno.

I' non me ne vergogno,

il dirò pure:

squittin, legg'e volture

dividon le cittati.

Chi n'ha ben ragunati

pel bisogno gli tenga,

e colla mente aprenda

da quel che meglio insacca,

poi che l'è ito a macca

insino a ora.

La gente ci sta sora,

uscita della muda.

Ed ècci chi ne suda

a mezzo 'l verno.

I' aprirei il quaderno

per esser meglio inteso,

ma io sarei ripreso

da chi vuol dire male.

L'ordine naturale

è di mestier ch'i' segua.

Fra la pace e la triegua

si fan le gran vendette,

ma quel che 'l ciel promette

è di mestier che vada.

Chi non sa ben la strada

non si metta in cammino.

Se in casa al vicino

vedi 'l fuoco apiccare,

e l'acqua abbi a portare

alla tua presto.

I' non mi disonesto

a parlar mozzo,

e la luna nel pozzo

non dimostro.

Deh, se lo star ben vostro

v'ingenera pace,

non sïate fallace

a prender nuova via;

e se poi alfin resia

ve n'interviene,

s'a dire sta lor bene,

abinsi 'l danno.

Chi comincia lo 'nganno

è dover che riceva;

e chi prima la lieva

dee di ragion pigliarla;

egli è senno a posarla

quando conosci il meglio,

ché maggior è il periglio

che 'l guadagno.

Chi è sublime e magno

gli duol più di bassezza.

Chi è uso in cavezza

gli è spiacevole il freno.

Chi pregno è di veleno

non dee partorir mèle.

La gente c'è fedele

quanto basta il profitto.

Chi non arerà ritto

non farà buona ricolta.

Chi di correr s'afolta

nolla dura.

Omè, ch'i' ho paura

del giudicio di sopra,

el qual, secondo l'opra,

retribuisce e danna!

L'assempro di Susanna

i' vi ricordo.

E se c'è nessun sordo

si sturi ben gli orecchi

e priego che si specchi

ne' preteriti mali,

e dica: «E miei saran peggiori e tali».