X
Non vi potrei narrar quanto m'aggrada
nobil Malvezzi di veder che sète
volto a sì bella e sì lodevol strada
che in parti ignote al vil vulgo e secrete
ne guida, dove il tempo si dispensa
con piacer' utilmente e con quiete.
Quivi a nuocere altrui mai non si pensa,
né d'ogni lieve ingiuria a far vendette,
ma tutti han l'alma a quel diletto intensa.
Gioco dannoso mai quivi non stette,
e meno invidia e meno ambitione,
ne v'han forza d'amor strali o saette.
O voi, cui sì lontan da la ragione
tira il cieco furor, s'avvien che il fianco
ombra d'ingiuria a vendicar vi sprone;
e voi, cui lega il cor fanciul non manco
cieco di quello, onde n'havete il volto
hor tristo, hor lieto, hor colorito, hor bianco,
volgete il passo a questa via, che volto
non sì tosto l'havrete, che a l'un fia
libero il fianco e il core a l'altro sciolto.
E se la falsa invidia, o se la ria
ambitione il cor vi punge e rode,
deh, prendete il camin per questa via,
che in parte arrivarete, ove non s'ode
cosa, che apporti noia e con diletto
de la quiete ogniun si appaga e gode.
Felice voi Malvezzi mio, ch'eletto
sì nobil cibo havete, onde il pensiero
si pasce e il cor si nutre e l'intelletto.
Mirabil cosa è pur, c'huom sì leggiero
possa coperto di corporeo velo
penetrar questo e quell'altro hemispero
e misurar di parte in parte il cielo
e saper de le stelle erranti e fisse
il vario corso, e di chi nacque in Delo,
e come a Phebo il sommo Iddio prescrisse
termine il Cancro e il gran Capro celeste,
né volse mai che fuor di questi uscisse.
Mirabil cosa anchor, che in quelle, e in queste
parti scorrer si possan del mar l'onde,
senza timor di scogli o di tempeste.
E veder come in fra la terra infonde
per loco angusto il gran Padre Oceano
di strani mostri l'acque sue feconde,
e come il Caspio, o vogliam dir l'Hircano
tanti popoli inonda, e tante genti
senza l'aiuto suo, da lui lontano.
Mirabil cosa anchor, poter gli ardenti
raggi schivar d'Apollo e nevi e brine,
e fiumi e polve e ghiaccio e pioggie e venti.
E le parti lontane e le vicine
la state a l'ombra, e il verno appresso il foco
gir cercando, e del mondo ogni confine.
E stando in riso fra gli amici e in gioco
d'Agenore mirare a l'alma figlia
ogni più bello e più secreto loco.
E veder come altera a meraviglia
nel braccio destro il Latio, e i Cimbri porta
ne l'altro, e il Tago tien sopra le ciglia,
e come l'Istro per via lunga e torta
giù dal ventre le scorre in fino al piede,
che il Rhen più dritta via prende e più corta.
E come Greci e Sarmati possede,
Galli, Thraci, Macedoni e Germani;
e Roma capo de l'impero e sede.
E come tanti monti e colli e piani,
isole e fiumi e selve e laghi serra,
con tanti lochi in verso il polo strani,
e come il mar, che a Gade entra fra terra,
verso meriggie la divide, e parte
da quella che a noi fe' sì lunga guerra.
Passiam dunque a mirar quest'altra parte
di freddo scema, onde già il nome prese,
poco descritta da le antiche carte.
Maggior del primo assai questo paese
tutto è rivolto in verso il mezo giorno,
onde le genti ha più nel viso accese.
Questa (non senza de gli antichi scorno)
gli Hiberi e i Lusitani al tempo nostro
già mille volte han circondata intorno,
tal che a Greci, o Latini un'error vostro,
temprata essendo la torrida zona,
per prova al mondo han chiaramente mostro.
La terra, di cui Bocco hebbe corona,
costei rinchiude, e Numidia e Cirene,
e il tempio, di cui tanto ogniun ragiona,
e c'hebbe il nome già da quelle arene,
Libia, Egitto, Ethiopia, e chi non piega
l'ombra né qua, né la, vuo' dir Siene.
Che il Nilo questa, (Tolomeo sol niega),
da la moglie di Giapeto divida,
ma il mar Sanguigno e sue ragioni allega.
Quest'altra adunque il Lido e il Partho annida,
l'Hircan, l'Armeno, il Phrigio, il Siro e il Perso,
c'hoggi sì ardito l'Ottomanno sfida.
Un suo maggior già tutto l'universo
di soggiogar pensò, ma troppo spiacque
tal fasto a Dio che lo fe' gir disperso.
E sol fuggendo in un vil schiffo giacque
quel, che pur dianzi con tutto il Levante
i monti navigò, cavalcò l'acque.
O potentia del Ciel, tu pur con tante
maniere mostri ogni hor varie e diverse
quanto sia il mondo e fragile e inconstante.
Del temerario ardir ch'altro al fin Xerse
trasse, che per la morte de i mariti
far tutte a brun vestir le donne Perse.
Ma ritorniam là, donde siamo usciti,
perché fuor del sentier vagando tanto
potriaci alcun tener forse smarriti.
Di gran fecondità tien questa il vanto
perché in più lochi rende in guisa il seme,
che menzogna parrebbe il dirvi quanto.
E spande altera le sue sponde estreme
con ampio giro, talché agguaglia sola
l'altre due parti ambe congiunte insieme.
L'Egeo parte costei da la figliola
d'Agenore, e quel mar, cui la germana
nomò di Phrisso, come il grido vola.
E chi da l'Austro ogni hor più si allontana
la Propontide intoppa, e quindi poi
l'Euxino e la Meotide e la Tana.
L'India, ch'essa contien, fe' nota a noi
di Philippo il gran figlio, alhor ch'ei scorse
vittorioso in fino a i liti Eoi.
Se ciò, ch'è quivi, e ciò ch'è sotto a l'Orse,
dove Dario fuggì, Ciro cadeo,
contassi, vi sarei di tedio forse.
Over lungo quel mar, che infame e reo
hebbe già il nome e c'hor sì bello il serba,
o contra Hesperia in ripa al mare Egeo.
Dove in Epheso fu già la superba
mole, e quella Caria alta regina
fece per gran pietà, per doglia acerba.
La terza in Rhodo a questa era vicina,
donde a l'isola sacra a Citherea
giunge chi verso il mar d'Isso camina.
Questa coi Siri già si congiungea,
sì come anchor congiunta era con nui
Sicania, e come coi Beoti Eubea.
O sol di cortesia ricetto, in cui
Giove sì bel pensier novello infuse,
questo, e ciò che riman, vedrete vui.
Né vi saran mai passi o strade chiuse,
ma tutte aperte e quelle piane e note,
che a gli antichi già furo erte e confuse.
E gir da l'Austro in un punto a Boote
potrete, e da l'Hesperia a l'Oriente,
che in un punto pur dir lingua nol puote.
Nuovo ciel, nuova terra e nuova gente,
nuovi animai, nuov'herbe e nuovi frutti
potrete anchor veder come presente.
Cose che in fino ad hor son state a tutti
gli altri ascose, ma i termini d'Alcide
voi potrete passar coi piedi asciutti.
Quel, ch'ei, né Bacco, né Alessandro vide,
per voi potrassi ogni hor chiaro vedere
la notte e il dì senza che altrui vi guide,
standovi o in sala o in camera a sedere.