X
Madre gentil che il figliuolo ama e prezza,
qualora il vede andare a imprese gravi,
sente tanto dolor, tanta gramezza
che le par che rio caso ognor l'aggravi,
né le dan pienamente sicurezza
conforti altrui, benché maturi e savi,
perché il timor che la traffige, avanza
quanto le dan conforti altri e speranza.
E posto ch'ella due e tre volte scorga
il figlio de l'imprese vincitore,
teme ella nondimen sempre che sorga
cosa sì ria che prema il suo valore;
e quanto par che la fortuna porga,
cosa onde il figlio suo cresca in onore,
tanto più teme, però ch'ella vede
che fortuna a virtù poco tien fede.
E ch'ella in guisa la sua ruota gira
che chi al sommo era, al basso cade spesso,
e chi lieto era alfin piange e sospira,
da caso crudo e da ria sorte oppresso,
ché chi di lei ben la natura mira,
vede che il duol pone al gioire appresso,
e ch'ella sì piena è d'inganno e frode,
che di mischiare il mal col ben si gode.
Quindi Alcumena, ancor ch'Ercole vinto
abbia quanto di dur gli fu proposto
e di tanto valore il vegga cinto,
che caro il girgli contra a ognuno è costo,
però che sempre è stato, o preso, o estinto,
o mostro, od uomo che gli si sia opposto,
teme ella nondimen che la fortuna
di chiara ch'è, non gli si faccia bruna.
E ancor che l'abbia Pallade e Ermete
per nome del gran Giove assicurata,
che le giornate sue tutte fian liete
per la virtù, c'ha il padre ad Ercol data;
non dimen vorrebbe ella che 'n quiete
vivesse e non gli fusse più apprestata
materia di dever mostrare in prova,
il senno ed il valor ch'en lui si trova.
E l'ira che nota ave di Giunone,
fa che di fin sinistro in guisa teme,
che quasi nulla sicurezza pone
in ciò che disser quei per darle speme;
e sì l'afflige questa opinione
che se ne duol tra sé, tra sé ne geme
e ognor le par veder che l'empia dea
conduca il caro figlio a morte rea.
E teme, se Giunon forse non vaglia
opprimer la virtù del forte figlio,
gli proponga fortuna tal battaglia
che non gli giovi poi forza o consiglio,
perché sa quanto volentieri assaglia
l'altrui virtù fortuna e qual periglio
proponga altrui, sotto benigno viso,
per vederlo distrutto, o afflitto, o ucciso.
Adunque essendo una indivinatrice
allora in Tebe, ch'era Manto detta,
che sapeva predir, se ria, o felice
cosa altri in gaudio, od in tristezza metta
andò a costei, del ver predicitrice
a divinar tutto il futuro eletta,
come bramosa di saper il vero
e a lei così scoperse il suo pensiero:
– Poi ch'una istessa patria ci ha produtte
e legate ci ha insieme un puro amore,
come ti ho fatte le mie cose tutte
palesi, state sian gioia, o dolore,
così or, che tutte in dubbio son ridutte
le mie speranze da un crudel timore,
venuta a te son come a cara amica,
perché il fin d'Ercol mio tu mi predica.
Dunque poiché tu sai le cose ignote,
dimmi qual deve Ercol ventura avere,
e se tra quelle cose che tu hai note,
ne potessi da te alcuna sapere,
che fin ponesse al duol che mi percuote,
o che potesse il figlio mio ottenere
modo di riposarsi dopo tanti
travagli, che sofferti ha in varii canti.
Ch'ancor, che il vegga valoroso e forte
e vincitor d'ogni terribil caso,
i'temo nondimen che da ria sorte
non mi fia un dì condutto, oimé, a l'occaso!
E come è giunto il mio marito a morte,
così vegga il figliuolo a me rimaso
per sol sostegno de la vita mia,
condutto un giorno a morte acerba e ria. –
Ebbe pietà de la dolente madre
la dotta Manto e lietamente disse:
– So che ti ha fatto dir l'eterno padre
il fin ch'ad Ercol tuo nel ciel prescrisse
e ch'egli vinceria falange e squadre
e ciò, ch'ad assalir feroce gisse,
e superati tutti i casi rei,
posto serebbe in ciel tra maggior dei. –
Però la tema che pietà materna
ti pon ne l'alma, omai tutta discaccia,
e certo tien che la bontà superna
cosa non disse mai, che non la faccia;
or poiché fisso è ne la mente eterna
quanto i't'ho detto, vo' che non ti spiaccia
ch'Ercol adopri la sua alma virtute
a servigio del mondo ed a salute.
E così sacri ad immortal memoria
il nome suo, con gloriose imprese,
e s'acquisti, nel cielo, eterna gloria
tra l'alme di virtù celesti accese;
e sappi che non fia nel mondo istoria
in cui l'onorate opre sian comprese,
né alcun poema tra le lingue belle,
che de le virtù d'Ercol non favelle.
E s'io potessi tutto quel narrarti
che vede chiaro ora la mente mia
e potessi la gente dimostrarti
di cui vuol Giove, ch'egli inizio sia,
diresti che mai donna in altre parti
non fu, non è, né per l'avenir fia,
ch'al par di te s'avesse d'allegrare
di felice progenie e singolare.
Ma perché Giove vuol che de gli eroi
che deono uscir de la tua chiara prole
d'altri Ercol notizia abbia che da noi
non ti posso or dir quel ch'egli non vuole;
però lasciando i descendenti tuoi,
che chiari andranno ovunque giri il sole,
vo' che dia bando ad ogni pena dura,
poiché tale aver deve Ercol ventura.
Visto Alcumena che Manto l'afferma
quel che Mercurio già disse e Minerva,
intanto in questa opinion si ferma
che il timor meno la consuma e snerva;
ma ben le incresce ch'ella si sia ferma
in dirle de' suoi quel ch'ella in cor serva,
e face tutto quel che puote fare
perché le voglia ciò Manto narrare.
Ma replicando pure ella che Giove
nol consentiva e che non potea dire
d'Ercol gli eroi, ne le lor alte prove,
disse Alcumena: – Poscia che predire
questo non puoi, ti prego, che ti giove,
acciò ch' n parte sazi il mio desire
di dirmi se le donne che verranno
da la mia gente, pregio alcuno avranno! –
Soggiunse Manto allor: – Tu mi addimandi
cosa che fia di molto astio a Giunone,
perché le donne tue seran sì grandi,
che star potran con tutte al paragone;
ma perché in parte in questo almen ti mandi
contenta a la tua solita magione,
tutte non le dirò, ma avrai sol quelle
de le quai Giove vuol ch'abbi novelle.
Però quantunque molte e molte chiare
(come belle propagini da pianta)
debban da la tua stirpe puliulare
e dar pregio a l'Italia tutta quanta,
e ne l'altre provincie, propagare
la prole, la virtù, la vita santa,
vopo è che l'Isabelle e le Beatrici
e l'altre, di gran re progenitrici.
I'taccia e tre sol te ne manifeste
da cui fian le viltà a'suoi tempi dome,
le quai verran da la progenie d'Este
carche di ricche e d'onorate some,
a la città seran vicine queste
ch'Ocno vorrà che da me tenga il nome,
nepoti a quella madre valorosa
ch'a Francesco Gonzaga serà sposa.
E madre fia di così chiari spirti
che se n'andran co'più famosi a paro
ma devendo or di quelle tre sol dirti,
che Giove, a me de la licenza avaro,
vuol che sol ora venga a discoprirti,
quantunque il ragionar mi fusse caro
di chi a la mia città fren porrà e legge,
mi bisogna or seguir chi il mio dir regge.
Di queste il padre di tua prole un ramo
serà, allor nato ad illustare sì il mondo,
ché ben sicuramente, dir possiamo,
ch'a ragion serà detto Ercol secondo
ed a le donne di cui ragioniamo,
di spirto real, d'animo mondo,
sì degnamente padre, che tra nui
sol devran donne ta venir da lui.
Anna di costui fia la prima figlia,
di celeste virtù, così dotata
che ciascuno empirà di maraviglia,
che la vedrà di don sì rara ornata,
veggio insino or che per moglie la piglia
(per rara grazia a lui dal ciel donata)
un gran signore in Francia, u'la felice
progenie Estense avrà prima radice.
Quegli fia figlio del signor d'Omella,
ch'anima così egregia avrà per moglie,
perché con prole generosa e bella,
sparga la gran virtù che 'n lei s'accoglie
nel reame di Francia e sì come ella
fia piena di pudiche e sante voglie,
così (per quanto io scerno ora e contempio)
chiaro ivi a ogn'altra fia di virtù essempio.
Come serà la Senna e serà il Reno
altier di Caterina, ch'andrà a loro
da l'Arno e riporrà nel lor bel seno
de le sue alte virtù l'ampio tesoro
da cui non pure avrà lieto e sereno,
viver la Francia, ma l'età de l'oro,
così fian lieti che dal re de i fiumi
de la reina lor segua Anna i lumi.
Questa fanciulla tra l'alme sorelle
d'Elicona fia accolta e le sue tempie
cingerà Febo de le frondi belle,
di lei ch'ancor di desio ardente l'empie
e le destinan tal pregio le stelle,
perch'ella, superate le forze empie
del tempo edace e della morte ria,
eterna (mal lor grado) al mondo sia.
Se si pregerà Italia, che venire
di Francia vegga a lei la gran Renata
con quello il real sangue per unire,
onde la donna, di ch'io parlo è nata,
veggo il franco paese anco gioire,
che da la bella Italia a lui sia andata
questa saggia, gentile, onesta donna
in cui, quanta esser può, virtù s'indonna.
E veggo che non men la Francia fia
lieta de la progenie che da questa
verrà.ch'Italia de la stirpe sia
ch'Ercole avrà de la sua moglie onesta;
ma s'io volessi dir ciò ch'io porria
dirti di lei, tanto da dir mi resta
che men mi verria il dì, pria ch'io potessi
dir tutti i don che 'n lei seranno impressi.
Solo dirò che parrà ch'ella, a gara,
cerchi di superare il suo consorte
e come in lui sarà prudenza rara
e come al pari andrà di ciascun forte,
così cercherà farsi anch'ella chiara
con le virtù che le fian date in sorte,
perché si vegga che il ciel gli produsse,
perch'ella a lui e a lei giunta egli fusse.
Qual gemma, che legata sia in or fino,
grazia riceve e a l'or dà grazia anch'ella,
tal fia anco di costor, ch'or t'indivino,
tosto ch'aggiunga lor benigna stella,
ch'en lor sì splenderà ogni don divino,
ché quanto oltre che fia leggiadra e bella,
Anna avrà onor dal suo marito egregio,
tanto darà al consorte anch'ella pregio.
E poscia ch'impedita qui non sono,
espor ti vo', quanto onorata impresa
prenderà questi, che per divin dono,
per moglie avrà sì nobil donna presa,
perché da ciò che per narrarti i'sono;
vegga che sia sì di virtute accesa,
questa alma altiera, ch'avrà per nulla ogni
cosa, ch'opposta sia a chi fama agogni.
Questi, dopo che il valoroso Enrico
che di Francia a quel tempo avrà l'impero,
per mostrarsi a l'Italia vero amico
volterà a porla in libertà il pensiero;
e per darle l'onore e il pregio antico,
vorrà che s'armi in Francia ogni guerriero,
fia primo capitan di quella gente
ch'a compir sì bell'opra allor fia ardente.
E col cognato e col suo suocer giunto
che serà generale a tutto il campo
che Paolo quarto avrà col re congiunto
di virtù mostrerassi un vivo lampo;
e con l'ingegno a molto ardire aggiunto
procurando a la bella Italia scampo,
mostrerà con la spada e con la lancia
quanto valor, quanta virtù sia in Francia.
Segui Enrico l'impresa alta ed illustre
a la qual sino ad ora il ciel ti chiama
che Giove vuol ch'a questa opra t'industre
perch'abbi il pregio che lo tuo cor brama,
acciò che finché il sole il mondo lustre,
viva il tuo nome con eterna fama,
segui che vincitore in gran trionfo,
ti veggo dir: – De l'oste mio trionfo!
Che general tuo essendo e capitano
Ercole invitto del santo pastore,
ciò che il nemico tenterà fia vano,
e il veggo insino ad or pien di terrore,
or che la spada stringe quella mano,
vero pegno di fede e ver d'onore,
vero dirò Marte di veder parme
che prenda contra i fier giganti l'arme.
Ma ove son'io, di donne ragionando,
giunta a dir di trionfi e di vittorie?
Tempo è Alcumena mia, che ritornando
a lor, che degne sian d'alte memorie,
ti vada in pochi detti, dimostrando
quanto convien che te ne pregi e glorie,
veduto che per rara grazia, avranno
ciò ch'a beare altrui le stelle danno.
Seguirà Anna Lucrezia, a lei sorella,
non men da Febo amata e da le muse
che sia stata da loro amata quella
in cui tanta virtute il cielo infuse,
serà costei sì tra le belle, bella,
che quel che 'n mille il ciel largo difuse,
fia accolto in lei, con così estrema cura,
che un miracol parrà de la natura.
Vedrassi in costei sempre leggiadria
e reali pensieri e signorili,
grandezza a umiltà giunta e a cortesia
ed in giovane età pensier senili
e per dir breve, ella sì ornata fia
di virtù, di maniere alte e gentili
ch'allor con lingua e con purgato inchiostro
fia detto: – Questo è il sol del secul nostro. –
S'averrà ch'ella in man la lira pigli,
sembrerà Euterpe, od Erato, o Talia,
che mandar fuora voci s'assottigli
di rara grazia piene e d'armonia;
tal ch'altra a lei non fia che s'assimigli
in Grecia od in Italia nata pria,
tanto fia grato il suon de le parole
che appreso avrà ne l'Apolline e scuole.
Sorella a queste due fia Leonora,
d'amendue lor minor d'anni e d'etade,
sarà tenuta e giudicata allora
costei tempio d'onor, di castitade,
né men di quello che gran donna onora,
dotata che di senno e di beltade
e serà sì la sua presenzia grata
che parrà con le grazie a un parto nata.
Se riderà, se parlerà costei,
sempre le si vedrà modestia a paro
e il santo amor sempre anderà con lei,
ch'altrove non avrà pegno più caro;
scesa parrà dal regno de gli dei,
perché, mirando il vago aspetto e raro,
imparino da lei gli umani cori
come alma santa, in mortal vel, s'onori.
Non più s'avrà de le virtù reali
e de i doni del ciel, de la natura
pregiar la madre che di figlie tali,
in cui pose in ornarle il ciel tal cura,
felice quella etade e quei mortali
a cui averrà, per singolar ventura,
queste donne mirare, al mondo sole,
che la mia mente, insino ad ora, cole.
Ma più felici quelli che per raro
destin, fian giunti a così nobili alme,
a le quai poche gir vedransi a paro,
né più degne di lauri, o ver di palme;
né credo, ch'anzi a lor, nel mondo avaro,
fusser giunte altre a le caduche salme,
più belle, più cortesi e più modeste,
e ch'avesser tra noi più del celeste.
Rimase, udendo ciò, Alcumena lieta
e grazie eterne al sommo Giove rese
che sotto sì giovevole pianeta,
donne sì rare e di virtù sì accese,
d'Ercole avesse aver questa inquieta
vita mortale;e poiché il tutto intese,
ringraziò Manto e piena di speranza
tornò men trista a la sua antica stanza.
Mentre le donne avean questo sermone,
a giuochi olimpi, in Elide, iva Alcide
per far di sua virtù gran paragone,
quando una donna sconsolata vide,
condutta fuor del martiale agone,
tra dura gente che par che la guide
a morte e ben a morte condutta era
costei, che nome avea Calipatera.
Dicea piangendo: – Ai che dura giustizia
e voler dare una pia madre a morte,
perché in questa giochevole milizia,
ella ha voluto, con maniere accorte,
esser nel giuoco al suo figliuol propizia,
sol per veder com'era agile e forte?
Chi vide mai che per usar pietade,
si destasse uman core a crudeltade?
Comanda ciò la legge! E se la legge
chiaramente si trova essere iniqua,
perché, lassa, pietà non la corregge?
O ver perché giustizia non l'antiqua?
Ai se chi la ragione ora qui regge
non sa far retta questa legge obliqua,
sì che a ria morte madre non sia data,
che maestra nel giuoco al figlio è stata.
Ché si puote sperar da lor giudici,
per tempo alcuno mai, giusta sentenza?
Dunque Calipatera a ta supplici
anderà e a così dura penitenza,
che gittata fia giù da le pendici
de l'altissimo monte Tipeo, senza
che si possa trovar chi porga aita
a l'ultimo bisogno, a la sua vita?
Tu re del ciel, ch'a tutti gli altri regi
comandi, aita la pietà materna,
poscia che non è alcun tra questi egregi,
che ciò che qui si devria far, discerna
con voler, che perché s'acquistò i pregi
il figlio mio, per opra mia, l'inferna
parte or m'accolga, sendo ai cruda sorte,
dannata per sentenze e leggi torte.
La miserabil donna in questa guisa
si lamentava, quando Alcide corse
là ove la voce udì ch'era intercisa
da singiozzi, ch'a lei l'ambascia porse,
la cagione le chiede, perché uccisa
esser deveva ed ella che s'accorse
a l'abito, a l'aspetto, a la maniera,
ch'Ercole è, che può far, ch'ella non pera.
Umile a i pié gli si gittò e demessa
e disse: – Per mia nulla iniquitade
mi trovo or sì miseramente oppressa,
ma perché ho usata al figlio mio pietade,
ti prego ben, poiché il ciel m'ha concessa
grazia che 'n questa mia calamitade
trovi qui te, che domi ogni fier mostro
e purghi da ree cose il secol nostro.
Ché la tua gran virtute or non consenta
ch'io sia condutta a fin tanto infelice,
a cui condurmi questa gente è intenta,
di una sentenza iniqua essecutrice,
a la qual mai non credo che consenta
la tua virtù, de i buon difenditrice,
e perché vegga che chiedo a ragione
aita, è tal del mio mal la cagione.
Un sol figlio ho ch'è mio fido sostegno,
di gran valor dotato e di fortezza;
egli, bramoso di voler dar segno
de la sua forza e de la sua destrezza,
di venir qui a provarsi fe' disegno,
qui, ove rara virtù molto s'apprezza,
e cominciò a provarsi per vedere
se potea il pregio de la lotta avere.
Io che Lacena sono ed ebbi il padre
che mi mostrò ciò ch'appertiene a Marte,
come amorevole e pietosa madre,
insegnai di lottare al figlio l'arte,
devendo poi venir tra queste squadre,
ove son genti di diversa parte,
dubitai che non pur restasse vinto,
ma per inganno, o ver per frode estinto.
Ché non passando il sestodecimo anno
questo figliuol mi parve che potesse
ricever da l'astuzia altrui inganno,
tal ch'ove credea vincer, si cadesse,
mi mise questa tema tanto affanno,
sì gran cura per ciò nel cor m'impresse,
che mi deliberai voler venire
qui, ove a la prova egli deveva uscire.
Ma certa che non so che legge toglie
che venga donna tra queste persone,
molte in sé cose la mia mente accoglie,
ond'io possa compir la mia intenzione;
conchiudo alfin, compir le mie pie voglie
col far ciò che la legge ria dispone
e uomo mostrar mi penso, benché donna,
col mutar, in viril, l'usata gonna.
Questo mi piace, a questo sol m'apprendo
e mi mostro uom sotto mentita vesta
e col figliuol ne lo steccato scendo,
com'uomo fussi, tra maestri presta,
e che non sia ingannato i'vo' scorrendo
e il tutto miro in quella parte e 'n questa,
vince egli e gli vien data la corona
ché per onore al vincitor si dona.
S'io mi rimasi di tal fatto allegra,
pensar tu tel puoi ben, senza ch'io il dica,
ma la gioia mutò tosto in pena egra
fortuna, che mi s'era mostra amica,
perché, per farmi ire a la morte negra,
conoscer mi si fe' cruda nemica,
perché quel che celato avea, scoperse,
e a la morte per ciò, lassa, mi offerse.
Però ché indusse un mio malvagio servo
che consapevole era del secreto,
ad accusarmi, come rio e protervo
ed a turbar lo stato mio quieto,
sì ratto mai non corse alano a cervo,
come gli essecutor di quel decreto
mi vennero a pigliare ed al giudicio
mi menaro.ad avere aspro supplicio.
Punto non mi giovò ragioni addurre,
per potere ammollir la legge dura,
né pietà mi giovò, a pietade indurre,
né le potenti leggi di natura,
perché non mi facessero condurre
color che de i giudici hanno la cura,
a l'eccelso Tipeo, dal basso logo,
per gittarmi precipite dal giogo.
Sì che tu vedi a che m'abbia condutta
la mia pietade e l'impietade altrui,
e il rigor de la legge che ti ho addutta,
che Pluton mandò a noi, da i regni bui,
se per pietà non fia da te ridutta
a meglio l'empia legge, per ch'io fui
dannata a morte sì malvagia e ria,
che far potrebbe ogni fiera alma pia.
Tu adunque, domator d'ogn'aspro mostro,
la cui clemenza ogni impietade abborre,
se giusta parti la ragion c'ho mostro,
se per te a gli infelici si soccorre,
movati a tal pietade il caso nostro,
ché da morte sì ria mi facci torre,
correggi questa legge, che farai
più bella impresa che facesti mai.
Ch'a mortali non dà danno minore
decreto durò e legge aspra e severa,
che tutta sia fondata su il rigore
che tigre irata, od altra alpestre fiera;
e chi cerca ridurla a via migliore
e mite farla di crudele e fiera,
non merta minor loda, invitto Alcide,
che chi malvagio e crudel mostro ancide.
Qui si tacque la donna. Alcide allora
la fe' disciorre e la condusse al foro,
ove eran quei che la mandavan fuora
a far morir, per mano di coloro
e disse: – Non mi par che costei mora,
poiché le voglie sue così pie foro,
ché per ben del figliuol caro s'indusse
mostrarsi un uomo, ancor che donna fusse.
Né chi la legge fece questo caso
giamai pensossi e se l'avesse visto
non avrebbe condur fatto a l'occaso,
madre sì pia, con fin sì acerbo e tristo,
ma da ragione interna persuaso
avria a la sua calamità provisto
e detto avria poiché ciò avesse inteso,
che caso tal non fu da lui compreso.
Perché poteva più la naturale
legge, che non potea quella, ch'è scritta
ed a la gran pietà di donna tale
mai non avrebbe colpa alcuna ascritta,
non ch'avesse voluto che mortale
pena l'avesse estremamente afflitta,
che legge non fu mai, la qual vietasse
che madre, figlio suo, non aiutasse.
E che però giusto era liberarla,
perché, se pur peccato avea commesso,
l'averle minacciato di far farla
il fine, che il senato avea commesso,
finché viveva, ben potea ritrarla
da commetter più mai simile eccesso,
(se ciò era pur eccesso) e che non giusto
era il più oltre passar, ma empio e ingiusto.
Qual si senton talor mormorar l'onde
al soffiar d'Euro lievemente mosse,
o qual si senton tremolar le fronde,
se son nel bosco da lievi aure scosse,
un mormorio tal ivi si difonde
da la question, ch'Ercol nel foro mosse:
chi vuol che sia la donna a morte data
e chi di parer è che sia salvata.
Quel dice: – Ché la legge dee servarsi,
poiché parer commun l'ha statuita
e ch'a l'altre verrà a baldanza darsi,
liberata costei d'esser schernita
e che non dee più tosto legge farsi,
se poi ch'è fatta, esser non dee essequita,
e chi legge condanna ad esser morto,
non puote dir mai di ricever torto.
Altri a le ragion d'Ercole consente
e dice che lodevol cosa sempre
fa chi si mostra d'esser sì clemente,
che la severità mitighi e tempre,
e che se la legge è bene inclemente,
dee maturità altrui ridurla a tempre,
ché per servar la sua durezza illesa,
somma giustizia alfin non paia offesa.
E che si fa la legge aspra e severa,
non perché a pien si servi la sua asprezza,
ma perché vistala altri così fiera,
tema di non provar sua rigidezza,
ma se pietà, come Calipatera,
alcun trascorrer fa, dee la durezza
mitigar de la legge il magistrato,
a cui di amministrar giustizia è dato.
Poscia che molto fu detto e risposto,
i migliori al buono Ercol consentiro
e serò quel che da lui fu proposto,
liberando la donna dal martiro;
ottenuta la grazia, da Ercol, tosto
l'alte sue lodi al cielo andar s'udiro,
e perché questo più non succedesse,
volser ch'una altra legge allor si fesse.
E fu, che mastro al campo non venisse,
da indi in poi che non venisse nudo,
acciò che donna alcuna più non gisse,
a tentar sorte tal, caso sì crudo,
poiché parer commun la legge fisse,
per l'avenire, a l'usitato ludo,
Ercol fe', col senato, che il servo empio,
che la donna accusò, fu a gli altri essempio.
Perch'è gli fu, qual traditore, impeso,
per lo pié manco e lasciato ivi tanto,
che da morte crudel fu sovrapreso,
né punto gli giovò preghiera, o pianto;
Ercol, ch'a far di sé prova, era acceso,
poiché cessato fu il tumulto alquanto
si die a lottare e a giocar co'cesti
abbattendo e atterrando or quegli, or questi.
Vittorioso fu in ogni certame
che 'n quel tempo, a l'Olimpo si facesse,
onde quel popol per mostrar che l'ame
e che caro l'onor d'Ercole avesse,
un'alta e singolar statua di rame,
su una eccelsa colonna, ivi gli errese,
e per far più le sue prodezze conte,
d'oleastro gli cinsero la fronte.
Or essendo a que' giuochi gente molta
d'Argo, d'Arcadia e de la nobil Tebe,
Ercole a far vendetta il pensier volta
d'Augea che fu di cor sì rozzo ed ebe,
che da lui la merce fu ad Ercol tolta
come se stato fusse un de la plebe,
tal ch'egli si partì pieno di sdegno,
giurando di voler levargli il regno.
Volendo adunque far giusta vendetta
Ercole allor, del ricevuto oltraggio,
tutta raccoglie quella gente eletta,
che detta esser venuta a que' giuochi aggio;
e poscia che fu tutta in un ristretta,
disse Ercol loro: – Il vostro alto coraggio
e la cortesia vostra mi dà ardire
di volervi una mia onta ora scoprire.
Pensando che il valor che 'n voi alberga,
ed il desio d'onor che v'ardeil seno
a questa bella impresa, intanto, v'erga,
che venir non debbiate al giusto meno,
ma perché l'insolenza si disperga
d'un malvagio signor, d'inganni pieno,
l'arme prender vogliate a mio favore
e mostrar la virtù vostra e il valore.
Augea che d'Elide or l'imperio tiene
per una util fatica a lui prestata,
su la sua fe' non sotto incerta spene,
la merce mi promise meritata,
poscia come iniquo uom che fe' non tiene,
giunta alfine la mia opra incominciata,
non pur mi negò il reo quel che promise,
ma l'opra e me, com'ingrat'uom, derise.
Allor tentai voler farlo pentire
che non mi avesse mantenuto fede,
ma tosto ch'a l'ingiusto uomo desire
venne di dinegarmi la mercede,
insieme fece molta gente unire,
e parte lor del suo paese diede,
acciò ch'ognun di lor mi s'opponesse
e quel ch'egli promise, non mi desse.
Vedete ingratitudine d'uom reo,
che per non dar quel ch'a ragion deveva
e farmi ingiuria, a gente strana deo,
parte di quel che 'n Elide teneva,
di questa onta incredibil che mi feo,
perché Fileo, suo figlio il riprendeva,
sì accese di tant'ira quest'uom fiero
che lo scacciò, qual'oste, de l'impero.
Onde il meschino sconsolato stassi,
senza sussidio alcun lontan dal padre,
ed ora a questo, ora a quell'altro vassi,
chiedendo aiuto, pieno di doglie adre,
ed ora prega me che più nol lassi
in questa angoscia e giunga in un le squadre
e faccia sì ch'egli non sia scacciato
da questo ingiusto e privo de lo stato.
E perché parmi ciò ragione e penso,
che giusto a voi ciò parer debba ancora,
la pietà, la giustizia il cor mi ha accenso
a non lasciarlo del suo regno fuora,
così d'aver me ed il figliuolo offenso
questo ingiusto uom fia castigato a un'ora,
se 'n questa impresa mostrar vi vorrete,
ché pronti a favorire il dever sete.
Però per lo valor vostro vi prego
e per l'amor ch'io so che mi portate
che non vogliate, in questo caso, niego
farmi, ma che sian l'onte appareggiate;
e se forse è bisogno, ivi riprego
che possa in voi si il giusto e la pietade
che questo figlio (e Fileo mostrò a ognuno)
non lasciate oltraggiar da un re importuno.
Qual quando convocò Giove gli dei
e loro espose che voleva armarsi
contra i giganti impetuosi
che di far guerra al ciel volean vantarsi,
consentir tutti, così allora quei
che da Alcide perciò vider pregarsi,
pronti, di gir con lui, si dimostraro,
a castigar quel tiranno empio, avaro.
Qual quando a la stagion miglior che solve
le nevi e il ghiaccio in umido licore,
ogni rio, ogni torrente si rivolve
al fiume suo, mostrando ira e furore;
tal ch'ei, superbo in vista, l'onde volve,
mostrandosi di se stesso maggiore,
così color, con Ercole si uniro
ed ad Augea assalir ratti si giro.
Augea che sente che gli viene adosso,
quando il pensava men, né temea meno,
Ercole, con essercito sì grosso,
non vuol venire a sé medesmo meno,
cinger fa la città d'argine e fosso,
perché si vuol poter servar almeno,
dentro a le mura, quando egli non vaglia
uscir ne la campagna, a la battaglia.
Quei di Pile, di Pisa e i suoi raguna
e tutti quei che fur seco a periglio
e dispone le squadre ad una, ad una,
udì forza e bisogno e di consiglio;
così esperto nocchier se la fortuna
prevede che por debba in gran scompiglio
il mar che solca, né ritrarsi in porto,
possa per non restar, tra l'onde, morto.
Se ne va a questa ed a quell'altra parte
e i marinari, a i luochi suoi dispone
e con quanto ha valor, con quanta ave arte,
quanto può meglio al rio furor s'oppone
mentre ordina le genti e le comparte;
per opporsi al figliuol d'Anfitrione,
il superbo Augea, viene il forte Alcide
e il campo intorno a la città divide.
Ecco esce fuor d'una squallida sterpe,
strisciando gonfia su il verde terreno,
con la testa alta una adirata serpe
con tre lingue, vibrando aspro veneno;
ecco la vede che per terra serpe
un'aquila dal ciel, puro e sereno,
e a lei si cala, qual falcone a starne,
per voler strazio miserabil farne.
E a mezzo, con l'adunche unghie, la prende,
sdegnosa a i pié la serpe le si annoda
ed al collo co'denti or le si stende,
or drizza a i fianchi il morso, ora a la coda,
ma nulla fa che sì l'augel l'offende
che non può il dente porre ove la roda,
perché l'assal col becco e fere in guisa
che non piagata pur, ma resta uccisa.
Da questo, Ercole augurio ottimo prese
ed a'compagni disse: – Ecco che Giove
con l'augel suo, ci vuol mostrar palese,
quali per esser sian le nostre prove,
e come vendicar debbiam l'offese
antiche e l'altre che ci farà nove
questo malvagio s'egli è così sciocco
che prenda contra nui lancia, né stocco. –
Il favore del ciel non può mancare
– soggiunse Alcide – a chi a giustizia s'arme
e vittoria mai sempre dee sperare
chi move contra uomo malvagio l'arme,
perché il reo d'or, in or deve aspettare
(come insin or d'aver compreso parme)
ch'alfin dia al mal'oprar divin giudicio
dopo un gran tolerar, degno supplicio.
Come nocchier, che 'n mezzo il mar si trova
combattuto da l'onde in ogni lato
e discorre che punto non gli giova
l'opporsi al mare ed al fier vento irato,
non volendo ir contra fortuna in prova,
né a danno suo tentar l'acerbo fato,
l'ancore gitta e immobil ivi stassi,
finché l'ira del vento e del mar passi.
Così si diede a fare allor di lui
Augea, pensando ciò al suo mal rimedio,
che 'n Elide asserrò i soldati suoi
e apparecchiossi a sostener l'assedio;
Ercol, che infiammato è contra costui,
cinge la terra e dice farà il tedio
ed il disagio che tu mi verrai
a piedi umile e mi ti sopporrai.
Mentre senza venir punto a battaglia,
a danno d'Augea la sua gente spinge
Ercole e la città qua e là travaglia
ed ogni giorno più la preme e stringe,
una figlia del re da la muraglia,
mira quella potente oste che cinge
Elide e visto Alcide in quella torma,
il maraviglia e loda la sua forma.
Or costei, mentre era l'assedio intorno
ad Elide, ascendea sovra una torre,
onde veder poteva d'ogn'intorno
tutta la gente ostile in squadra porre,
e visto le venia, di giorno, in giorno,
Ercole e a cerco a la città disporre
l'assedio, onde il suo viso sì le piacque
che il padre e il regno, appresso lui, le spiacque.
Ché con tal forza ella raccolse il viso
d'Ercol nel core e così lo v'impresse,
che s'avenia che nol vedesse aviso
l'era che senza l'alma rimanesse,
non poteva in lei più giuoco, né riso,
né ciò che per piacerle altri facesse,
solo ad Alcide ella pensava e solo
bramava esser con lui sola, con solo.
Se dormia, le mostrava Ercole il sonno
e godea ella veder la bella imago,
bramava sol di lei vederlo donno,
a lui solo volgeva il pensier vago,
le cose, desta poi, scorrea che ponno
far venir uom gentil di donna vago,
ma non potendo più, sen va a la torre
e al foco suo, col mirar lui, soccorre.
Se il vedea porsi la leonina vesta,
in quel cuoio veder le parea Marte;
se correre il vedea per la foresta,
lodava il suo valor, lodava l'arte;
se il corsier volger con la man rubesta,
artatamente in questa o'n quella parte,
credea che castor mai, con tal fortezza,
cillaro non movesse.o tal destrezza.
S'il leon gli vedea dal capo tolto,
godea mirare il nobil viso e il collo
e le parea che il generoso volto
a Bacco fesse scorno ed ad Apollo;
e se lodato ella l'aveva molto,
quando col viso chiuso già mirollo,
al mirar de la fronte e de le ciglia,
tutta s'empia di strana maraviglia.
Va d'ora, in ora tanto oltre l'amore,
che di ardente der tutta sfavilla,
tal che s'incenerisce quasi il core,
e quasi ella divien nera favilla;
brama a tal giunta d'Elide signore
veder lui per cui tutta si distilla,
e vorria Ercol veder tanto possente,
che il padre superasse e la sua gente.
Se vibrar dardo, od altra arma vedea
contra i nemici, da le mura, mesta
che non giungesse ad Ercole temea
e il ferisce nel fianco e ne la testa,
doleasi seco ch'andar non potea,
pria che il colpo giungesse, ad Ercol presta,
ad avisarlo, o fargli di sé scudo,
sì che non l'offendesse il colpo crudo.
O quante volte a l'empia, pensier venne
di gittarsi ne l'oste da le mura?
Quante di aprir le porte le sovenne
per dar d'entrar ad Ercol via sicura,
e l'avria fatto, senonché la tenne
de le guardie e del padre la paura,
e molto spesso le dolse esser viva,
poiché non si vedea del padre priva.
Seco dicendo: – Se il mio padre fosse
uscito fuor di vita ha già dieci anni,
Ercol godrei, per cu' amor mi percosse,
e fuor serei di così gravi affanni,
e non mi struggerian le polpe e l'osse
le cure che mi son di sì gran danni,
che non ho pure, oimé, non dirò lieta,
ma una sol ora riposata, o quieta.
Poscia sé riprendea che ciò volesse
e dicea: – Oimé, se fusse il padre morto,
io non saprei ch'Alcide or mi piacesse
e fusse egli il mio bene e il mio conforto:
ringrazio il ciel che insino ad ora stesse
a dargli morte e ben mi doglio a torto,
perché la vita del mio padre face,
ch'amor m'infiamma con sì nobil face. –
Indi dicea: – So ch'a ragione pugna
questo, di Giove, generoso figlio
e il veggo vincitor di questa pugna
e il padre d'esser morto a gran periglio,
che se costui vittorioso giugna
ne la città non uderà consiglio,
né prego alcuno perché a fil di spada,
il padre, i cittadini ed io non vada.
Devendo adunque esser la patria presa,
e preso con la patria il padre ed io,
meritamente ne serei ripresa,
se potendo salvar me e il padre mio,
volessi che vincesse questa impresa,
con danno così grave e così rio,
il forte Alcide e più tosto il valore
la vittoria gli desse, che il mio amore.
Il mio amor voglio che vittoria dia
senza sangue, al fort'uom, ch'ora m'assale
perch'egli, astretto a la mia cortesia,
non ardisca ad alcun di noi far male,
e perché segua ciò, mestier mi fia
tor de le mani al padre il crin fatale
e a colui darlo, con la patria, in dono,
cui dal ciel destinata a servir sono.
Pensando questo la malvagia figlia,
sopra di ciò lungo discorso face,
poscia più saggiamente si consiglia
e dice: – S'ove credo trovar pace
da costui che la patria mia scompiglia
e refrigerio a la mia ardente face,
mi sdegnasse ed irato mi uccidesse
ch'util sariami che il capello avesse? –
Poi pensier muta e dice: – Quando pure
fusse Ercole contrario al mio desire
e mandar mi volesse a l'ombre oscure,
contenta son, per la sua man, morire
e per uscir di sì gravose cure;
a l'arme sue vo' nudo il petto offrire,
acciò che la sua man m'ancida e accore,
come per lui già mi traffisse amore. –
E su questo pensier tutta si ferma,
pensando seco, che più dolce morte
non può far donna, per amore inferma,
ché gir per man di quel, ch'ella ama, a morte
in questo risoluta, in questo ferma,
scende la torre ed entra ne la corte,
per torre al miser padre il fatal crine
e porlo in mani ostili e pellegrine.
Scelse Minerva già questo capello
del capo di Medusa e il dié a Cefeo
e gli disse che infinché tenea quello,
sicur serebbe da ogni caso reo
e che né re, né d'altri a lui ribello,
vincere unqua il faria, però che deo
al capel tal virtù, perch'egli fesse
invincibil chiunque il possedesse.
Augea da Cefeo poscia il capell'ebbe,
(ma come fusse ciò non vi so dire)
però sì in lui l'ardir, l'orgoglio crebbe,
che giamai non pensò danno sentire
e stintò che costretto ognun serebbe
ch'andasse la città sua ad assalire,
lasciar l'impresa e ciò stato seria
se non gli si opponea la figlia ria.
Or mentre a danno di suo padre accoglie
questa figlia malvagia, ogni sua cura,
da noi si fugge il sole e il dì ne toglie
ed in sua vece vien la notte oscura;
ella, per essequir le crude voglie,
il capello fatale ad Augea fura,
con scelerata mano e si dispone
di portarlo al figliuol d'Anfitrione.
Ai cruda figlia, ai come tanto ardita
fusti giamai come sì acerba e fiera
che la patria da te fusse tradita
ed il padre, per una alma straniera?
Amor, ch'a gloria i suoi seguaci invita,
acciò mai non t'indusse, ma Megera
io, perché vo' ch'alcun mai non ti nome,
supprimo donna rea l'empio tuo nome.
La scelerata figlia, poiché il crine
con l'empia mano al re suo padre tolse,
andò ad Alcide e disse: – Le divine
doti che il cielo in te e natura accolse,
fatt'han ch'ancor che tu d'altro confine
sia qui venuto, a danni nostri, volse
costei prepor l'amarti a la sua terra
e al padre, contra cui fai sì aspra guerra.
E ché per dimostrarti il grande ardore
che le cuoce per te tutti gli spirti
avendoti già dato in dono il core,
la patria vuole anco e il suo padre offrirti;
e far che senza guerra, sii signore
d'Elide e vegga il popolo ubidirti! –
E questo detto, con demesso volto,
gli offerse il crin, ch'avea al suo padre tolto.
Dicendo: – Questo, ch'or ti dò, capello
t'apre d'Elide mia le chiuse porte,
e a voglia tua porai chiaro vedello
ch'a la città non gioverà esser forte,
altro non cheggio senonché per quello
amor, che cagione è che ciò ti porte,
una grazia mi faccia che sol bramo,
ché tanto tu ami me, quant'or io t'amo.
Qual chi ode cosa orribil di stupore
riman sì pien che dir non può parola;
tal ad Ercol, veduto questo orrore,
pietà la mente quasi e i sensi invola
e disse verso lei, pien di furore:
– Ti distruggan gli dei, crudel figliuola,
stran mostro più di tutti quanti i mostri,
disnor del sesso tuo, de i tempi nostri.
Meco non serai tu che sì empia mente
non vo' patir che nel mio popol viva;
costei, che dirsi ciò da Alcide sente,
restò così d'ogni baldanza priva,
sì la presse dolor grave e possente
che le rincrebbe di trovarsi viva,
e da l'ambascia vinta e dal dolore,
mandò sdegnosa queste voci fuore.
Dunque per te, per te dunque, crudele,
verrò in odio a la terra, in odio al cielo?
E mi serà cagion d'alte querele
l'averti amato con ardente zelo?
Tal, che son stata al mio padre infedele
e a la mia patria, perché tu sia gelo,
ov'io, per te, mi trovo tutta foco,
né curi l'amor mio molto, né poco?
Non ti parturì mai, donna di Giove,
crudel, ma d'una rupe, oimé, nascesti,
e questo io scorgo, a manifeste prove,
poscia ch'a l'amor mio tal merce presti:
misera, ove ricorrer debbo? Ed ove
avere aiuto? Se tu che devresti
per lo don, ch'io t'ho fatto, essermi pio,
mi sei sì crudo, sì spietato e rio?
Felice, oimé, felice, oimé se cieca
nata mi fossi e non ti avessi visto,
poi ch'averti veduto, ora m'arreca,
per lo mio troppo amor, fin così tristo,
misera è quella donna che sì accieca
altrui beltà, ch'ella, per farne acquisto
mette la patria, il padre e sé in non cale,
vinta da l'appetito irrazionale.
Misera me: per te perduto ho il padre,
per te la patria e mi son fatta infame,
venuta son tra le nemiche squadre,
per esserti sol serva e perché m'ame
e vuol destin crudele, oimé e sì ell'adre
che la ruina e la mia morte brame;
ma poiché pur tu vuoi ch'io me ne mora,
trammi almen tu di questa vita fuora.
Ché poscia ch'esser tal la merce deve
de l'amor mio, del mio desire insano,
noioso non mi fia punto, né greve
il vedermi morir per la tua mano! –
Ercol, cui par che il ragionare aggreve
di questo orribil mostro ed inumano:
Va – disse – che da Dio il castigo dato
fia a così abbominevole peccato. –
Allor costei piena di quel furore
che, per sì crudel fatto, in lei s'indonna,
indi si parte, spinta dal dolore
a cui non senti par mai mortal donna
e sì trappassa con un ferro il core
e scioglie l'alma da la fragil gonna
che bestemiando scende giù a l'inferno
ad aver pena e aver supplicio eterno.
Ma prima ch'ella al miser fine andasse,
mossa da voglie dispietate e crude,
(acciò ch'alcun più mai nol ritrovasse)
il fatal crin gittò in una palude.
Augea, ciò inteso, per Ercol non passe
ne la città che il popolo e lui chiude
e da giust'ira mosso e da gran sdegno,
non gli tolga la vita insieme e il regno.
Dopo molto pensare, andò il meschino
fuor de la terra, al figlio d'Alcumena
ed umile e demesso, a capo chino
Ercole disse: – A te il mio error mi mena
perché mi ha mostro il mio fiero destino,
qual mi si dee supplicio e qual catena,
poiché fatto ha a la figlia il crin rapirmi,
e perché vincitor tu sia, tradirmi!
Però tutto in tuo arbitrio i'mi rimetto,
tu fa di me quel che di far ti piace
e se corregger forse il mio difetto
ti par, col perdonarmi e darmi pace,
d'obligo eterno i'mi ti terrò astretto,
ma se forse ch'io viva ti dispiace
e parti che d'avere a morir merti,
non ricuso anco ciò per compiacerti. –
Ercol che sempre fu d'animo grande,
né giamai crudo a chi a lui venne umile:
Perdon – disse – ti dò, poiché il dimande
perché non voglio che il tuo fatto vile
con cui oltraggiasti me, ne le tue bande,
esser mi faccia mai men che gentile!
E detto ciò, deposto l'odio antico,
cortese tutto gli si mostrò e amico.
Usata ch'ebbe ad Augea Ercol mercede
e la vita concessagli e perdono,
di suo consentimento a Fileo diede
tutto il regno, che il padre aveva in dono,
il novo successor, giurando fede,
disse: – Per sempre tuo vassallo i'sono! –
Ercol, ciò fatto, a Tebe andò e le cose
fe' ch'io dirò diman che il dur gli impose.