X.

By Luigi Tansillo

Se bandita da voi quella pietate,

Che in ogni casto alberga e nobil petto,

Volete, anima bella, tormentarme;

Piacciavi almen, ch'io possa al mio diletto,

Mentre porto il martìr, che voi mi date,

Del mio duol fra me stesso lamentarme.

Non mi vietate l'arme,

Che più sovente adopra chi men puote:

Fate, se mai percuote

O voce, o sospir mio l'orecchie vostre,

Che 'l bel volto non mostre

Segno, che spiaccia a voi, ch'io mi lamenti:

E questo sia il ristor de' miei tormenti.

De' miei tormenti lamentarmi intendo,

E piagner le mie colpe, che son molte;

Non già di voi, cagion d'ogni mio bene:

Che se voi m'uccidete mille volte,

Mille del mio morir grazie vi rendo;

Né 'l maggior danno, che da voi mi viene,

Può recar tante pene,

Ch'agguaglino il piacer, che da voi nasce,

Quando il pensier si pasce,

Non pur l'occhio, di vostra alma beltade.

Né tutta la mia etade

Potria in parte pagar quanto a voi deggio

Quel punto sol, che i be' vostri occhi io veggio.

Ohimè, che in nominarvi, occhi beati,

L'alma si desta per lasciar la sede

Del cor, dove con voi regnava in pace.

Or sen' vorria fuggir; tanto vi vede

Ivi entro folgorar d'ira infiammati;

Onde viver non vuol, se a voi non piace:

Che quel, che a voi dispiace,

Ella non può gradir: e se alcun'ora

S'indugia a far ch'io muora,

Va sperando che l'ira al suo fin giunga.

Ma s'esser dee più lunga,

Squarcerà innanzi tempo il suo bel velo,

E non irà, se non vi aggrada, in cielo.

Chi le guerre e le paci, e 'l bene e il male,

Ed ogni sua fortuna attende solo

Dal ciglio di sua Donna, e non d'altronde,

Oggi conoscer può, qual sia il mio duolo,

Veggendo ch'ai begli occhi più non cale,

Che i miei, dì e notte, versin amare onde;

E i dolci sguardi, donde

Io prendea vita, or mi minaccin morte.

Veggio le belle porte

Di rubini e di perle per me chiuse,

Onde Apollo e le Muse

Uscir solean sovente a darmi aita;

Talché né loda spero più, né vita.

Né la vita piacer, né l'onor gloria

Potria recarmi, senza il dolce e caro

Sguardo e 'l bel riso, e gli altri don che insieme

Condian d'alta dolcezza ogni mio amaro.

Deh tolga del passato la memoria

Chi del futuro mi vuol tôr la speme!

Ah lasso, e qual uom geme

Sì sotto i piè d'Amore, e di Fortuna,

Che non respiri alcuna

Volta, e non senta men le gravi some?

Ma io dolente, come

Alleggerò il gran peso, che m'ha oppresso,

Se quel che più mi aggrava sono io stesso?

Chiunque d'alto mal si dole e piange

Oh quanto nel dolor trova conforto,

Quando a pianger non ha proprio fallire,

Ma sol si può lagnar dell'altrui torto!

Misero me, che più m'affligge ed ange

La colpa del martir, che no 'l martire!

Che s'io potessi dire,

Che 'l fallo altrui, no 'l mio, fa ch'oggi io muoia;

Nel mondo non è gioia,

Che pareggiar potesse il mio dolore.

Ma perché fei l'errore

Ch'a soffrir tanto duol m'ha condannato,

Piango la pena assai, ma più il peccato.

Le mie gran colpe, o ch'io mi corchi, o desti,

Più gravi sempre mi si fan vedere;

E la tema m'affligge in mille guise.

Queste son quelle furie ultrici e fiere,

Ch' 'l dì e la notte avea d'intorno Oreste,

Dacché nel sen materno il ferro mise.

E s'ei la madre uccise,

Io fallai più, benché minor fu il danno:

Che, se l'offese s'hanno

A stimar quanto val quel che s'offende,

Qual pena fia, ch'ammende

Il mal ch'io fei, poscia che spiacque a voi,

O di tempio e d'altar degna fra noi?

Se l'arme, con che il mondo quasi sempre,

Quando ha sdegno maggior, suol vincer Dio,

E fargli l'armi sue cader di mano,

Non acquistan perdono al fallir mio;

Bisognerà, ch'in acqua io mi distempre,

Piangendo, lasso, il mio peccato invano.

Ma voi, che dell'umano

Sì poco avete, e del divino tanto,

Sosterrete che 'l pianto

Vi faccia ognor più pronta a darmi scempio?

Deh non togliete esempio

Dal mondo, ma dal cielo, anima eletta:

Piacciavi più il perdon, che la vendetta.

Se l'acqua, ch'han versato gli occhi afflitti,

E verseranno ognor, finché la vena

Morte del sangue lor pietosa chiude,

Sparsa avesser per Dio, qual Maddalena;

Forse innanzi al morir mille delitti

Avrian purgati con la sua virtude:

Né fiume, né palude

Uopo saria, che sotto noi s'asconda,

Per lavar quest'immonda

Anima: che, se in vita ebbe l'Inferno,

Perché 'l dolor eterno

Di là non avrà pace all'aspra guerra,

Piange nel mondo, e piangerà sotterra.

Canzon, raro si trova

Ostinata durezza in cor gentile:

Va dunque, e tutta umìle

Inchina alla mia Donna, e perdon chiedi;

Dille, baciando i piedi,

Che nei begli occhi, onde bandita io sono,

Spero trovar pietà, non che perdono.