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By Bernardo Pulci

Io veggio, altera donna, il tuo bel seno

colmo di gemme prezïose e d'oro,

e l'antico tesoro

recuperato, già posto in oblio.

Veggio l'aspetto tuo tanto decoro

più che l'usato grazïoso ameno,

e 'l tuo stato sereno

pien di dolce riposo e di desio;

ogni altra cura, ogni altro pensier rio

fugato, e posto in alto il bel vessillo,

dappoi che 'l buon Camillo

ha posto in pace la sua sposa Roma,

e la sua inculta ed arruffata coma

ristaürato con alterna vice,

tal che ciascun ti noma

e loda bella donna, alma e felice.

Veggio il tuo primo Bruto, il ferro stritto

mostrante al popol, di furor dipinto,

tutto fedato e tinto

nel casto petto di Lucrezia degno;

Tarquinio assente, già per forza spinto

della sua patria e dello imperio affritto,

con simulato amitto

ridomandare il posseduto regno;

Virginio è giunto e con pietoso sdegno

posto Roma e la figlia in libertate,

onde sua nobiltate

s'inalza e sua virtù clara s'aprezsa.

Così, donna gentil, tua gran bellezza

da ogni parte duplicar si vede,

sì ch'ogn'altra si sprezza;

e qual più degna a tua dignità cede.

Venuto è Ciceron nel gran senato,

e di Caton l'alto parer si prende;

Cesare invan difende,

fin che con ferro è di tacer costretto.

Lentulo oppresso in basso loco scende

cogli altri giunti al loro ultimo fato,

Catilina spogliato

d'ogni sua speme è da Metello stretto;

Cicero patre della patria è detto

e manifesta ogni cospirazione

aperto, e di Pisone

ogni segreto, dalla patria sciolto.

Di qui, donna leggiadra, el tuo bel volto

con maraviglia ognor più splende e luce,

dappoi che in te s'è volto

pietosamente un sì benigno duce.

Ecco che 'l secol degno si rinova

e di Saturno il primo regno torna,

tal che più non soggiorna

l'età del ferro, ove ogni mal s'adempli.

Tu, di leggi e costumi ornati adorna,

rendi della tua madre antica prova;

tanto essaltarti giova

al buon Torquato con famosi essempli.

Vedi levar sommi edifizî e templi,

oraculi, delubri e sacri fani

con divini ed umani

culti, decreti e plebisciti santi.

Dunque, l'oscure bende e' tristi amanti

lèvati, donna, ché 'l tuo Scipio t'ama

e mostrane sembianti,

onde ne segue ogni tua gloria e fama.

Atene alla sua publica salute

più pronto mai Temistocle non vide,

né Tebe il grande Alcide

o Paminonda in sua gravi perigli,

che tu vedrai con sua costante fide

il tuo Fabrizio, e con maggior virtute

da te già conosciute

ben mille volte in sua santi consigli.

Costui non t'ha renduti tanti figli

ch'eron già stanchi di chiamar merzede?

O vero e degno erede

del padre tuo, di che tanto ti dolse,

quel ch'a sua voglia Italia e 'l mondo volse

e che tanto onorava i tempi nostri!

Ma il ciel se lo ritolse

per adornarne su gli eterni chiostri.

O fortunata e graziosa donna,

giunta a sì degno e glorioso sposo,

che sì lungo riposo

ti mostra e 'nsegna con eterna vita!

Non è questo colui che sol fu oso

di rivestirti di sì ricca gonna,

viva petra e colonna,

dove ogni nostra speme è stabilita?

Pòsati, bella donna, e con gradita

virtù serba sì fermo e bel diamante,

e le sue care piante

onora e degna con pietoso affetto;

di che surger vedrai sì degno effetto

che insino a' Parti s'udirà il romore,

e 'l tuo nome fia detto

felice al mondo con eterno onore!

— Lascia Trinacria con Caribdi e Scilla,

canzon, bench'io non t'abbi ornata d'ostro,

e cerca il lito nostro,

dal qual più lunge or mi consumo e scarno.

Quivi la donna in sul bel fiume d'Arno

vedrai, che serba il mio degno tesauro;

non ti posare indarno

fin che tu giunga appiè d'un verde lauro.