XC
Io veggio, altera donna, il tuo bel seno
colmo di gemme prezïose e d'oro,
e l'antico tesoro
recuperato, già posto in oblio.
Veggio l'aspetto tuo tanto decoro
più che l'usato grazïoso ameno,
e 'l tuo stato sereno
pien di dolce riposo e di desio;
ogni altra cura, ogni altro pensier rio
fugato, e posto in alto il bel vessillo,
dappoi che 'l buon Camillo
ha posto in pace la sua sposa Roma,
e la sua inculta ed arruffata coma
ristaürato con alterna vice,
tal che ciascun ti noma
e loda bella donna, alma e felice.
Veggio il tuo primo Bruto, il ferro stritto
mostrante al popol, di furor dipinto,
tutto fedato e tinto
nel casto petto di Lucrezia degno;
Tarquinio assente, già per forza spinto
della sua patria e dello imperio affritto,
con simulato amitto
ridomandare il posseduto regno;
Virginio è giunto e con pietoso sdegno
posto Roma e la figlia in libertate,
onde sua nobiltate
s'inalza e sua virtù clara s'aprezsa.
Così, donna gentil, tua gran bellezza
da ogni parte duplicar si vede,
sì ch'ogn'altra si sprezza;
e qual più degna a tua dignità cede.
Venuto è Ciceron nel gran senato,
e di Caton l'alto parer si prende;
Cesare invan difende,
fin che con ferro è di tacer costretto.
Lentulo oppresso in basso loco scende
cogli altri giunti al loro ultimo fato,
Catilina spogliato
d'ogni sua speme è da Metello stretto;
Cicero patre della patria è detto
e manifesta ogni cospirazione
aperto, e di Pisone
ogni segreto, dalla patria sciolto.
Di qui, donna leggiadra, el tuo bel volto
con maraviglia ognor più splende e luce,
dappoi che in te s'è volto
pietosamente un sì benigno duce.
Ecco che 'l secol degno si rinova
e di Saturno il primo regno torna,
tal che più non soggiorna
l'età del ferro, ove ogni mal s'adempli.
Tu, di leggi e costumi ornati adorna,
rendi della tua madre antica prova;
tanto essaltarti giova
al buon Torquato con famosi essempli.
Vedi levar sommi edifizî e templi,
oraculi, delubri e sacri fani
con divini ed umani
culti, decreti e plebisciti santi.
Dunque, l'oscure bende e' tristi amanti
lèvati, donna, ché 'l tuo Scipio t'ama
e mostrane sembianti,
onde ne segue ogni tua gloria e fama.
Atene alla sua publica salute
più pronto mai Temistocle non vide,
né Tebe il grande Alcide
o Paminonda in sua gravi perigli,
che tu vedrai con sua costante fide
il tuo Fabrizio, e con maggior virtute
da te già conosciute
ben mille volte in sua santi consigli.
Costui non t'ha renduti tanti figli
ch'eron già stanchi di chiamar merzede?
O vero e degno erede
del padre tuo, di che tanto ti dolse,
quel ch'a sua voglia Italia e 'l mondo volse
e che tanto onorava i tempi nostri!
Ma il ciel se lo ritolse
per adornarne su gli eterni chiostri.
O fortunata e graziosa donna,
giunta a sì degno e glorioso sposo,
che sì lungo riposo
ti mostra e 'nsegna con eterna vita!
Non è questo colui che sol fu oso
di rivestirti di sì ricca gonna,
viva petra e colonna,
dove ogni nostra speme è stabilita?
Pòsati, bella donna, e con gradita
virtù serba sì fermo e bel diamante,
e le sue care piante
onora e degna con pietoso affetto;
di che surger vedrai sì degno effetto
che insino a' Parti s'udirà il romore,
e 'l tuo nome fia detto
felice al mondo con eterno onore!
— Lascia Trinacria con Caribdi e Scilla,
canzon, bench'io non t'abbi ornata d'ostro,
e cerca il lito nostro,
dal qual più lunge or mi consumo e scarno.
Quivi la donna in sul bel fiume d'Arno
vedrai, che serba il mio degno tesauro;
non ti posare indarno
fin che tu giunga appiè d'un verde lauro.