XCII – S. Rosa

By Giacomo Leopardi

Loda i Tersiti Favorino: e appena

A i principi moderni un figlio nasce,

Che in augurii i cantor stancan la vena.

Quando Cintia falcata in ciel rinasce,

Ha da servir per cuna; e col zodiaco

Hanno insieme le zone a far le fasce.

Quanti dal messicano a l'egiziaco

Fiumi nobili son, quanti il gangetico

Lido ne spinge al mar, quanti il siriaco;

Tant'invitando va l'umor poetico

A battezzar talun che, per politica,

Cresce e vive ateista, e muore eretico.

E canta, in vece di adoprar la critica,

Ch'ei porterà la trionfante croce

Da la terra giudea per la menfitica:

Che da la Tule a la tirintia foce

Reciderà le redivive teste

De l'eresia crescente a l'idra atroce:

Che, tralasciata la magion celeste,

Ricalcheran gli abbandonati calli

Con Astrea le virtù profughe e meste.

Per inalzar a un re statue e cavalli,

Ha fatto insino un certo letterato

Sudare i fuochi a liquefar metalli.

E un altro per lodar certo soldato,

Dopo aver detto è un Ercole secondo,

Ed averlo ad un Marte assomigliato;

Non parendogli aver toccato il fondo,

Soggiunge, e pose un po' più su la mira:

A i bronzi tuoi serve di palla il mondo.

Oh gran bestialità! come delira

L'umana mente! né a guarirla basta

Quanto elloboro nasce in Anticira.

Divina verità, come sei guasta

Da questi scioperati animi indegni,

Che del falso e del ver fanno una pasta!

Predican per Atlanti e per sostegni

De la terra cadente uomini tali,

Che son rovine poi di stati e regni.

Se un principe s'ammoglia, oh quanti, oh quali

Si lasciano veder subito in frotta

Epitalami e cantici nuziali!

Ogni poema poi mostra interrotta

Di qualche grande la genealogia,

Dipinta in qualche scudo o in qualche grotta:

E quel che fa spiccar questa pazzia,

È che la razza effigiata e scolta

Dichiaran sempre i maghi in profezia.