XCII – S. Rosa
Loda i Tersiti Favorino: e appena
A i principi moderni un figlio nasce,
Che in augurii i cantor stancan la vena.
Quando Cintia falcata in ciel rinasce,
Ha da servir per cuna; e col zodiaco
Hanno insieme le zone a far le fasce.
Quanti dal messicano a l'egiziaco
Fiumi nobili son, quanti il gangetico
Lido ne spinge al mar, quanti il siriaco;
Tant'invitando va l'umor poetico
A battezzar talun che, per politica,
Cresce e vive ateista, e muore eretico.
E canta, in vece di adoprar la critica,
Ch'ei porterà la trionfante croce
Da la terra giudea per la menfitica:
Che da la Tule a la tirintia foce
Reciderà le redivive teste
De l'eresia crescente a l'idra atroce:
Che, tralasciata la magion celeste,
Ricalcheran gli abbandonati calli
Con Astrea le virtù profughe e meste.
Per inalzar a un re statue e cavalli,
Ha fatto insino un certo letterato
Sudare i fuochi a liquefar metalli.
E un altro per lodar certo soldato,
Dopo aver detto è un Ercole secondo,
Ed averlo ad un Marte assomigliato;
Non parendogli aver toccato il fondo,
Soggiunge, e pose un po' più su la mira:
A i bronzi tuoi serve di palla il mondo.
Oh gran bestialità! come delira
L'umana mente! né a guarirla basta
Quanto elloboro nasce in Anticira.
Divina verità, come sei guasta
Da questi scioperati animi indegni,
Che del falso e del ver fanno una pasta!
Predican per Atlanti e per sostegni
De la terra cadente uomini tali,
Che son rovine poi di stati e regni.
Se un principe s'ammoglia, oh quanti, oh quali
Si lasciano veder subito in frotta
Epitalami e cantici nuziali!
Ogni poema poi mostra interrotta
Di qualche grande la genealogia,
Dipinta in qualche scudo o in qualche grotta:
E quel che fa spiccar questa pazzia,
È che la razza effigiata e scolta
Dichiaran sempre i maghi in profezia.