XCII

By Giuseppe Parini

Dunque, Ninfa crudel, dunque a' miei versi

non vuoi porgere orecchio, e vuoi ch'io pèra

con tanto pianto onde il mio volto aspersi?

Ben di natura sì maligna e fiera

son pesci in mar fra i ceti e le balene,

che allor senton piacer quand'uom dispera.

Ben cantan più gioconde le sirene,

mentre s'avveggon che l'incauto pino

allettato dal canto a lor sen viene.

E va tanto correndo il bue marino

sopra 'l veloce notator, che 'l vede

provar nell'acque l'ultimo destino.

Ma come tanta crudeltà risiede,

ninfa, in te che non sei di squame cinta,

e non hai fesso in doppia coda il piede?

Al men t'avesse il tuo furore sospinta

a saziarti un dì del sangue mio

e a lasciar questa vita un giorno estinta.

Ma, lasso, il core hai sì crudele e rio,

che, più spietata dei marini mostri,

conceder non mi vuoi quel che desio.

Alfin andrò negl'infernali chiostri,

quando sii sazia de' tormenti miei,

e fia ch'a dito allora ognun ti mostri.

— Costei, — diranno i pescator, — costei

fece morire il misero Licone;

punitela dal cielo, o sommi dèi. —

Vedi Mopso, Dameta e Celadone

ch'amati essendo dalle ninfe loro,

cantan pe' liti ognor dolci canzone.

Son io forse men bello di costoro?

Ho pur le luci al color dell'onde,

ho pur le chiome del color dell'oro.

E se nel volto mio non si diffonde

quel bel vermiglio che la guancia tinge,

per la tua crudeltate egli s'asconde.

Pur nessuno di loro i flutti cinge,

com'io, con tante e sì diverse reti;

nè contra i pesci tanti ferri stringe.

E sai ben tu se 'l padre mio mi vieti

d'andar col pesce alla città sovente;

onde i giorni trarrei felici e lieti,

poich'io compro or un fiasco, ora un tridente;

e se 'l denaro il genitor mi chiede,

tosto cento e più scuse io volgo in mente;

e gli vo raccontando, ed ei se 'l crede,

o che 'l perdei, nel ritornar per via,

o che mancante il comprator mel diede.

E se non fosse così cruda e ria

qual meco è sempre, la mia pescatrice,

spesso qualche bel dono anch'ella avrìa.

Ma come mai, come sperar ciò lice,

se questa fèra impietosir non ponno

tanti sospiri che 'l mio petto elice?

Quando fia mai quel dì che in lieto sonno

riposar mi sia dato, e in me si posi

colui ch'è del mio cor signore e donno?

Ahi! che prima vedrò gl'impetuosi

carabi pace aver colla murena,

e l'anzie andar co' labraci spinosi,

pria di state vedrò bianca la Mena,

ch'io possa dire un dì: — Quest'è quel giorno,

quest'è l'ora ch'io debba uscir di pena. —

Ben diece volte ha rinnovato il corno

Cinzia dal cominciar de' miei lamenti;

eppur mai sempre a querelarmi io torno,

e se co' remi faticosi e lenti

guidando vo la piccoletta barca,

o se distendo la mia rete ai venti.

E non è ninfa così al pianger parca

che, nell'udirmi sospirar, non abbia

di lagrime la guancia umida e carca.

Talor mi getto in sulla nuda sabbia,

e vo la dura terra e i duri sassi

per lo dolor mordendo e per la rabbia.

Nè val che un qualche pescator che passi

pietoso mi sollevi e dia conforto,

perchè accrescendo il mio dolor più vassi.

L'altrier, pensando al mal che in seno io porto,

ahi disperato! fui per affogarmi,

s'un mio compagno non si fosse accorto,

che, veggendomi all'onde avvicinarmi

in viso smorto e nel guardar travolto,

non so dove lontan venne a menarmi.

E di certo, o crudel, non andrà molto

che in fondo all'acqua estinto mi vedrai,

comunque io siami o disperato o stolto.

E forse allor qualche pietate avrai

del mio misero caso, alfin bagnando

di qualche lagrimetta i tuoi be' rai.

Ma v'è nel Nilo un fier dragon che, quando

ha divorato l'uomo, al fin sen giace

sopra l'ossa spolpate lagrimando.

Nè piange, no, la belva aspra e rapace

per pietà; ma perchè più non ritrova

ond'empiere la bocca aspra e vorace.

Tal s'avverrà ch'a te dagli occhi piova

stilla di pianto sul mio caso amaro,

ciò non fia per pietà che 'l cor ti mova;

ma perchè del mio strazio a te sì caro

non potrai saziar quel fiero petto,

in crudeltà sì mostruoso e raro.

Sotto qual clima e sotto quale aspetto

di fiera stella il primo dì vedesti,

e qual tana ti diè la culla e 'l tetto?

Certo in mezzo del mare, empia, nascesti

fra l'orche e le balene e le pistrìci,

e dalle poppe loro il latte avesti;

e fra i pesci dell'uomo i più nemici

conversasti mai sempre, e l'ariete,

la tuli e lo scorpion ti fûro amici.

Ma poss'io perder la più bella rete,

se non ti penti un dì di tanta asprezza,

poichè andate saran l'ore più liete.

Allor maledirai la tua fierezza,

e ti dorrai di non avere il frutto

goduto a tempo della tua bellezza.

Empia, ma che farai, poichè distrutto

fia lo splendor che subito si strugge,

fuori che consumarti in rabbia e 'n lutto?

Siccome acciuga al foco, si distrugge

vostra frale beltà, donne superbe,

e com'onda del mar sen passa e fugge.

Abbi dunque pietà delle mi' acerbe

pene, o leggiadra pescatrice e bella,

e vienne meco a riposar sull'erbe.

Così non ti dirò più cruda e fella,

nè delle fiere o dei marini pesci

più dura, più spietata e più rubella.

Prendi l'esca e la canna, o bella, ed esci

qui dove io giaccio in su la mia barchetta,

e in quest'acqua i tuo' rai confondi e mesci.

Qui l'onda pura, cristallina e schietta,

a far preda di lucci e di carpioni

le pescatrici e i pescatori alletta.

Vieni: ho serbato un cestellin d'agoni

ch'in una tratta ho presi stamattina,

e vo' che sien, se qui verrai, tuoi doni.

Ma lasso! a che pregar? Costei s'ostina

tanto contra di me, quant'io mi doglio;

e sono i preghi miei l'onda marina,

che in van batte e ribatte in uno scoglio.