XCII

By Agnolo Firenzuola

Come avran fine i cominciati affanni,

Se crescendo sen van di giorno in giorno,

La tua mercé, Signor, ch'uomini e Dei

Volgi a tuo senno e rivolgi, da poi

Che gli hai piagati con quei dardi, i quali

Sopra l'incudin de l'incerta speme,

E con quelle tanaglie, e quel martello

Che diè lor l'inquieta gelosia,

A la fucina de l'inganno aguzza

Lo strazio e 'l gioco, tuoi fidi ministri,

E della tua mal conosciuta madre,

Come per pruova ben lo 'ntende ognuno,

Che vien non sol ferito, ma pur punto

D'un di quei che per ciance e scherzi scocchi;

E come 'l prova' io ben quella sera,

Che la vil pica pellegrina, a gara

D'un buon pastor, spiegò l'inculte rime;

Ov'anch'io spinto dai più dolci preghi

Di quella che mi avea già teso il laccio,

Ben che rozzo cantai quei dolci amori

Co' rozzi carmi miei, ch'ancor qualcuna

Finge che fusser ver, ben che nol creda:

Tal ch'io n'ho rosse forse ambe le guance,

E me ne sento ancor doler l'orecchio,

Che mi si svelse per amica mano,

Con gentil atto e con pietoso grido,

Con dir che mal tenea conto del grado

Che mi diè Cintio al fonte d'Elicona.

Sì ch'io ne feci poi mia scusa in rime.

Dico, che 'l provai ben da quella sera,

Che stando a canto di Selvaggia, allora

Non mia, ch'oggi è pur mia (ah folle, allora

Er'ella tua, ch'ella non era tua;

Ché male è tua chi t'ha in dispregio, o fugge);

Standomi adunque a contemplar costei,

Che mi pareva pur vedervi dentro

Un non so che divin, ben ch'io non fussi

Entrato ancor ne le sue dolci reti,

E non mi avessi ancor sospesi al volto

I falsi occhiai d'Amor, che bene spesso

Soglion occhio ben san far mirar torto;

Io vi scorgeva pure, io vel vedeva

Un non so che divino, una maniera,

Una cosa da far felice chiunque

Eletto fusse a mirar tanta gioia.

Pendendo adunque da la dolce bocca,

Come la madre pia pende dal figlio,

Allor ch'e' conta i gran perigli in mare

O 'n sanguinoso campo trapassati;

Da la bocca, che spira più soave,

Più grato odor, che 'l nido u' si rinuova

L'unica verginella in fra i Sabei;

Ella mi disse, per prendersi gioco

Di me, ch'aver mi parea sciolto il core,

Ma sì sciolto l'avea, come ha l'uccello

I piedi, allor che 'n l'invescata verga

Credendo altri beffar, beffa se stesso:

– O quanto felice era quella ninfa,

Che già fea lieto Prato, or altro luogo

Allegra con quel suo sì dolce riso!

Felice certo, anzi beata e bella,

Poi che da uom di gran senno e valore,

Come voi sète (e sogghignò guardandomi),

Meritò così degna esser tenuta,

Che voi non v'infingeste esserle servo;

Che essendo d'un giudizio così raro,

Come ben lo mostrate a chiunque v'ode,

Non è credibil, che del vostro cuore

Fusse fatta di voi e signora e donna

Per volontaria e propria elezione,

Se non aveste conosciute in lei

Parti condegne al vostro alto intelletto.

O quanto si potrà tener beata

Chiunque d'un tale spirto oggetto fia,

Che con l'acume del sacrato ingegno,

Col favor de l'amiche Muse, in cielo

Vedrà portarsi viva, e a l'altre etadi

Preservarsi più bella assai che adesso.

Appena chiusi avea candidi avori

La bella donna tra coralli e rose,

Ch'io mi sentii nel cor, per gli occhi suoi,

Penetrarmi un degli aspri, un de' pungenti

Dardi, che per vendetta usa il crudele,

Nel cor, che già ne avea ben mille e mille

Spuntati e rotti, e or divenne un vetro:

Ond'io chinai vergognoso la fronte,

Vergognoso non sol che 'n quella etate,

Che nove lustri avea serrato, fusse

L'amoroso carbon racceso, come

Raccende il fuoco in sul mattin la vecchia;

Ma mi parea, la sì com'era, indegna

Cosa il vedermi esser venuto amante

Di chi ornasse sì bella leggiadria,

Sì leggiadra bellezza, quel vezzoso,

Quel dolce, quel seren, quel divin petto,

Grazia e vaghezza il dipignesse; e tante

Virtù con onestà congiunte il seno

L'empiesser coi lor fiori e frutti, e 'l grembo.

Ma chi può contrastare a quel che vuole

Il falso Cipriotto, l'impio, il crudo?

Ond'io, senza tentar fuga né scampo,

Mi die' prigione a quel bel petto, a quello

Che sparge raggi assai più chiar che 'l sole:

Ché 'l sol co' raggi suoi cose terrestri

Illumina e mortal; quei del bel petto

Penetrando l'interne parti, e quelle

Che son formate a la divina imagine,

L'intelletto, il volere, il ricordarsi,

Illustran, rendon chiare, empion di lume;

E nel partir rubini, ed aprir rose,

Ne mostran quelle perle, ch'Oriente

Non vide o vedrà tai perle sì bianche,

Sì forbite, sì ugual, sì compartite,

Che di lodarle mai non sarò sazio,

Fin ch'io non corro a lodar quelle luci,

Anzi quelle due stelle, anzi quei soli;

Quai s'io potessi un sol punto del giorno

Contemplarli a mio senno, io ben potrei

Arditamente dir ch'unque altro amante

Non fu (cerca, se sai) quanto me lieto.

Queste fur le cagion che del gran Giove

Io revocai le 'ntralasciate figlie

In mio soccorso, e nel fonte di nuovo

D'Elicona immollai la secca lingua,

Tentando or una ed or un'altra loda

Di questa rozza e gentil pastorella

Por d'un faggio o d'un orno in su la scorza;

Pensando, ahi folle, ahi miser, di potere

Col favor lor farmele grato forse;

Ma invan s'alzò il pensier, perché finito

Fu 'l favor dell'iddee, e la beltade

Che in lei risplende, quel bel vago onesto,

Quel severo attrattivo, quella grazia,

Se va, se posa, se parla, o se ride,

Furon sono e saran sempre infinite.

E chi è quel che non sa, che dal finito

A l'infinito ben proporzione

Non si può imaginar, non che trovare?

E però nel disio, fuor di speranza,

Mi vivo tristo, anzi lieto pensando,

Tra la vil turba essere stato un scelto

Per contemplar ciò ch'è di bel tra noi,

E ombreggiarlo alcuna volta in carte:

Ben che soma d'altr'omeri che i miei,

Soma che cresce al crescer de l'ardore,

De l'ardor che crescendo vien sì grande,

Che di me stesso omai più non mi fido,

Non li veggendo termin porre o fine.

Ché quella prima sera ch'io le diedi

In preda il mio voler, in quella stessa

Mi parve amarla, sì ch'una sol dramma

Non si potesse aggiugnere al gran peso.

Ma ben m'accorsi poi di giorno in giorno

De l'error mio, che mai fiume per pioggia

Crebbe, o per neve che da' monti, forza

D'un più rubesto sol, ratta scendesse,

Com'io sentiva in me crescer il fuoco

Di dì in dì, d'ora in or, di punto in punto.

Pur ier standosi meco i pensier miei

A ragionarsi insieme e con Amore,

De' miei travagli e de' miei affanni, e dopo

Molti e molti discorsi, uniti tutti

Concluser che venuto era a tal grado,

A quell'estremo punto, al sezzo fine

Il mio fuoco amoroso, fuor del quale

Non arrivan pur l'ale del pensiero,

E come pietra, o qual sia cosa grave

Non può passare il centro della terra,

Perché quivi è 'l suo termin terminato

Da quel che fece il tutto e puote il tutto;

Così 'l mio incendio avea tocco la meta,

Che pose Amor ne l'ordin de l'amore.

Ma oggi ben m'accorsi in su quel punto,

Ch'io vidi sfavillar quelle due luci,

Che tutto quel che fu detto era nulla,

E sino ad or era stata una ciancia

L'amor, la fiamma, la speme, e 'l disio;

Ché mai non crebbe l'empito e 'l furore

Fornace accesa al gettar del fastello,

Com'io senti' rinovar dentro al core

Vie maggior fuoco che mai fusse ancora

In amoroso cor sentito o visto.

E dissi: – Se così di giorno in giorno

Men vo, ingannato da' pensier miei sciocchi,

Sempre legne aggiungendo a la gran fiamma,

Poco starò (perch'io non son fenice,

Che rinnuovi le penne dentro al fuoco,

O me ne pasca come salamandra)

A ritornar forse assai men che cenere.