XCIII – S. Rosa

By Giacomo Leopardi

Quella sei tu, che solo affanno e doglia

Senti del bene altrui: quella che tenta

Detrarre a i fatti onde l'onor germoglia.

Ogni stato maggior, di te paventa:

Ché, quasi tuoni, annunziano i tuoi ragli

Che la fortuna è a fulminare intenta.

Quella sei tu, che per le reggie agguagli

Al più vile il maggior; perocché furo

L'altezze a l'ire tue sempre i bersagli.

Dov'è senno e saper celebre e puro,

Colà ti volgi sol; perché tu brami

Con le imposture tue di farlo impuro.

Quella sei tu, che a la bilancia chiami

L'anime eccelse; e allor godi e guadagni,

Che aggravando ogni error, le rendi infami.

Con la virtù nascesti, e l'accompagni;

Ma per tenderle insidie e darle il guasto:

E se non ti riesce, ululi e piagni.

Quella sei tu, che non comporta il fasto,

Perché non può veder se non bassezza

Il genio tuo, che fu sempre da abasto.

Il paragon tu sei de la fortezza,

Per pubblicarne i néi; non già per rendere,

Col cimento, maggior la sua bellezza.

Quella sei tu, che fai chiaro comprendere

Che il bene è dove vai; poiché s'è visto

Che per tutto ove egli è, lo cerchi offendere.

Ami l'accidia; e di far grand'acquisto

Pensi ove il tempo inutilmente scorre;

Ma dove ben s'impiega, il core hai tristo.