XCIII

By Bernardo Pulci

Se mai priego mortal nel ciel s'intese,

Vergine sposa del tuo Figlio eletto,

in cui l'eterno amor tanto s'accese,

volgi gli occhi pietosi al tuo suggetto,

sì che, cantando di tua laude immense,

almen presso al desir giunga l'effetto!

Vedi le voglie sue già tutte accense,

e, per seguir sua degna intenzione,

nel tuo bel volto le sua luci attense.

Non Musa, non Parnaso o Citerone,

non l'aiuto di Febo qui s'attende,

né dello antico Orfeo né d'Anfïone,

ma sol quanto da te valor discende,

il qual, giugnendo in ogni sorda lira,

faria le noti dolci e reverende.

Vergine, adunque di tua grazia spira

nel caldo petto, senza 'l qual sarebbe

ogni speme di lui manca e delira.

E se forse l'ardir troppo alto crebbe,

scusilo il tuo celeste e santo ardore,

ch'un cor di neve o ghiaccio scalderebbe.

O fidissima stella, o sommo amore,

cui né lingua né 'ngegno o carta o inchiostro

basta per celebrare il tuo splendore,

tu sola, eletta nel superno chiostro,

predestinata fusti a tanto bene

con altri culti che di gemme o d'ostro.

Sendo sterili e vecchi senza spene

i tua parenti Giovacchino ed Anna,

disceson giù dal ciel voci serene,

annunzïando con sì dolce osanna

tuo nascimento, che dove' tôr tanta

resia dal mondo, che le menti inganna.

Così dunque nascesti e giusta e santa

in Nazaret, o glorïoso essempio,

di David tua prole eccelsa pianta,

ove in Ierusalem nel sacro tempio

nutrita fusti con sì degna vita

ch'accende ogni pensier contrario ed empio,

avendo ogni tua speme stabilita

di viver casta e consecrato a Dio

quella che fu da te tanto gradita,

prezïoso concetto, alto desio,

in prieghi, in orazion perseverando

sempre con essercizio santo e pio,

finché l'angiol di Dio, dal ciel volando,

porgeva l'esca al tuo vitto sereno

e veniva a' tua detti ministrando

tanto ogni suo sermon di grazia pieno

che parlando tu fussi conosciuto

essere il sommo ben nel tuo bel seno.

Sendo il debito tempo già venuto,

per mirabili segni disponsata

fusti a Ioseph con divin tributo,

col qual vergine pura, immaculata

vivendo, come stato era promesso

esser nel ventre tuo ristaürata

nostra salute per lo antiquo eccesso

del primo padre, a Dio fatto ribello,

non potendo pagar tanto interesso,

venne da Dio vocato Gabriello

con gaudio e con sì dolce cantilena

nel tuo segreto e solitar sacello,

cantando: «Ave Maria, di grazia plena,

Dominus tecum, benedicta et pia

più ch'altra donna angelica e serena».

Né sì altro misterio udito pria

fu né simil saluto, ove la mente

nostra non può salir già mai né fia.

Sì come il sol, giugnendo in orïente

lustra co' raggi suoi lucenti e vola

in un momento insino all'occidente,

così tu dopo l'ultima parola

«Ecce ancilla Domini» dicendo,

concetto il Verbo in questa voce sola,

sopra l'uso mortal carne prendendo,

integra, pura, e germinato insieme

l'alma col corpo santo e reverendo.

O celeste bellezze alte e supleme,

che provocasti i cittadin del cielo

venire in terra in queste parti estreme!

Già tanto il mondo con oscuro velo

stato per non trovar vaso sì degno

dove si raccendessi il dolce zelo,

volendo suscitar misero, indegno

l'uman lignaggio, in te sola dispuose

essere il prezzo di cotanto pegno.

Ecco di Gedeon quel che propuose

l'angiol, che sol doveva liberare

e far nel popul suo mirabil cose.

Ecco qui d'Isaia le noti chiare;

ecco di Zecchiel la chiusa porta,

per la qual sol doveva Idio passare.

Ecco di Geremia la voce scorta,

di David la pïoggia, ove si bagna

l'alma che solo in te si riconforta.

Ecco la visïone altera e magna

di Tiburtina al buono Augusto, el quale

dall'incetto suo indegno si scompagna,

umiltà vera a nessun'altra equale.

Ecco il Signor sopra la nube lieve

assiso, oggi per noi fatto mortale;

ecco la colpa d'Eva fatta brieve

e di quel che la 'nganna già fornito

per tanto effetto la sentenzia grieve.

Maria, di gaudio angelico infinito

piena, pensando di cotanta offerta

e dello essemplo in Lisabeth udito,

vicita quella, non del nunzio incerta

né di tanta promessa ricevuta,

ma per far lei di cotal grazia certa;

né per lungo sentiero è ritenuta,

povera, sola col suo vecchio sposo,

come chi pompa uman sempre rifiuta.

E pur l'alto Fattor, nel grembo ascoso,

va con costei sanza gravezza alcuna,

sì come all'altre al suo camin noioso.

O fortunato albergo, ove s'adduna

sì care madri con sì degne piante

e sì felici vecchi si raguna!

Canta già piena di dolcezze sante

Elisabeta: «Benedetta tu

tra l'altre donne e 'l tuo frutto prestante,

onde tal grazia a me concessa fu

che la madre di Dio ha vicitato

oggi la serva sua con tal virtù.

Sappi che 'l mio figliol s'è inginocchiato

nel ventre mio per la divina essenza

e per grazia di lei santificato,

grata, dolce di Dio vera semenza»,

già profeta Giovanni e Zaccheria,

Elisabeth pien d'ogni scïenza.

Non tace più gli occulti don Maria,

anzi conclama tutta essilerata:

«Magnifica 'l Signor l'anima mia!»

Guarda quanto sia oggi umilitata

Maria, servendo a lei con ogni offizio;

quasi regina s'è dimenticata!

Quinci tornando al suo povero ospizio,

sua vita estrema colle proprie mani

ricerca, a lei non debito essercizio.

Insaziabili gusti degli umani!

Costei, che in sé tante ricchezze asconde,

va bisognando gli altrui cibi strani.

Ioseph vede e, non sappiendo donde

Maria gravida, pensa di lasciare

quella e di maraviglia si confonde,

finché l'angiolo a lui ne' sonni appare,

manifestando ogni divin misterio,

e fallo in gaudio con Maria tornare.

E già propinquo l'alto magisterio

era che 'l Verbo eterno generato

dovea finire ogni superbo imperio.

Cesare vuol nel suo regno pacato

tutto universo il mondo essere scritto

e 'l numero de' populi signato;

sicché Ioseph per cotanto editto

Maria con seco in Bethlem aduce,

dove il posar paterno gli è interdetto.

O benigno fattore, o sommo duce,

che, mostrando oggi ogni clemenzia fora,

in così vil capanna si riduce!

Ove, giunto del parto all'ultim'ora,

partorisce costei pien di bontate

colui che 'l cielo e l'universo onora.

Vedi con quanta estrema povertate,

col proprio vel del suo capo coverto,

adora quel con somma umilitate.

Già nel presepio il Redentore offerto,

venerato da dua vili animali,

rende del nostro error non degno merto.

Qui non delizie, non culti regali,

ma povertate e umilitate intorno,

divizie essemplo a voi ciechi mortali!

O felice presepio, o lieto giorno

oggi di tante angeliche ricchezze

e di tante virtuti ornate adorno!

Oggi quanto splendor, quante dolcezze,

poi che 'l Verbo di Dio, fatto passibile,

mostra del regno suo l'alte bellezze!

Oggi è visibil quel ch'era invisibile

e palpabile fatto, onde si mostra

più chiaramente a lui nulla impossibile.

Oggi firmata è la salute nostra;

oggi, superbi uman populi ingrati,

è posto fine alla querela vostra.

Come del Paradiso essilïati

fusti per Eva, oggi per questa madre

siate allo eterno gaudio rivocati.

Oggi concilïato e il vostro padre,

oggi aperta la via donde non s'erra,

tante dote in Maria viste leggiadre.

Oggi termin è posto a tanta guerra

contro al nemico, onde si canta e dice:

«Vera gloria nel cielo e pace in terra».

Oggi l'editto misero e infelice

preciso è d'Eva in tal dilezione,

partorito costei lieta e felice.

Come la stella sanza offensione

produce il razzo in ogni parte chiaro,

non mancando di sua perfezione,

così costei, del suo ventre preclaro

renduto al mondo il lume santo e giusto,

non minuisce il suo tesor sì chiaro.

Questo è quel rubo santo ed incombusto

che 'l nostro padre Moisè già vide

acceso in alto senza essere adusto.

Questo è quel che d'Aronne si previde,

quando la virga dalla sua man mossa

fiorì tra tante, come Idio provide.

Questa è la pietra che, non sendo scossa,

Danïel vide giù cader dal monte,

qual dovea rovinar ogni altra possa.

Queste son d'Isaia le voci pronte,

d'Abacuc, Michea e d'altri mille

vati profeti con sentenzie conte.

Questo è quanto conclamon le Sibille,

delfica, cuma, libica, eritrea,

persica e l'altre accese di faville.

O cieca e dura Bethleem iudea,

veramente la spina infra la rosa

oggi restando in tua credenzia rea!

Questa è la scala dove Idio si posa

e che vide Jacobbe sopra stare

al ciel, quando nel monte si riposa.

Maria, volendo l'ordine servare,

festina essere il Figlio circunciso

l'ottavo giorno e 'l nome dichiarare.

Piange Gesù, donde si bagna il viso

costei veggendo; o lacrimar benigno,

cagion di tanto gaudio e tanto riso!

Oggi di noi qual cor tanto maligno,

Signor, che non ringrazi, poi che versi

quel che ci comperò nel santo ligno?

Ecco tre Magi, anzi tre regi persi,

Maria, dall'oriente seguitati

drieto alla stella per camin diversi.

Vedili a' santi piedi inginocchiati

per offerire al tuo Figliuolo immenso

tre don con giusti effetti figurati:

aüro, come degno e regal censo;

mirra, sì come ad uon fatto mortale,

e come a vero sacerdote incenso.

Ma che aüro a te presentar vale,

Maria, se presto ad altri lo comparti

e di tua povertà nulla ti cale?

Sì come Saba dall'estreme parti

vien d'Etïopia, per aver più nota

del saggio padre ogni scienzia ed arte,

vedi nel tempio già tutta divota

Maria col Figlio, come fussi impura

quella ch'ad ogni colpa era remota.

Vedi con quanta miserabil cura,

non avendo agno al tempio d'offerire,

dua colombette presentar procura.

O giusto vecchio, pien d'ogni desire,

che, tenendo Gesù nelle tua braccia,

più non ti curi tua vita finire!

Che sarà, Simeon, più che ti spiaccia,

poi ch'è concesso nella tua vecchiezza

abracciar quel che l'universo abraccia?

Quanti dolci pensier, quanta allegrezza

celebrata fra voi, e quanto affanno

già s'apparecchia con più lunga asprezza!

Vedi Maria, che dal crudel tiranno

pavida fugge col suo sposo e figlio,

da Dio mostrato ogni futuro inganno,

come Jacobbe con turbato ciglio

fugge dal frate, e da Saul si scioglie

David, tolto dal mortal periglio;

vedi che, giunti nelle prime soglie

d'Egitto, cade ogni delubro in terra

e simulacro dove Idio s'accoglie,

sì come l'arca nell'antica guerra,

ratta da' Filistei, per divin segno

nel tempio posta, il loro idolo aterra.

Vedila stanca dallo essilo indegno,

dopo sette anni nella patria giunta,

spento d'Erode ogni superbo isdegno.

Vedi che, di dolor nuovo compunta,

dopo tre giorni disputando truova

Gesù nel tempio in allegrezza assunta.

Quanto l'immenso amor fra voi si muova

oggi pe' prieghi tuoi, dell'acqua vino

nelle nozze facendo assai s'aprova.

Vedi che 'l giorno è già fatto vicino,

dove vedrai fra gente aspra e feroce,

Vergine, il tuo Gesù tanto tapino.

Vedilo in tanto strazio posto in croce,

che sparge il sangue per lo altrui delitto

e che ti chiama con pietosa voce.

O miseranda donna, o core afritto,

oggi come sostengon gli occhi tuoi

vedere in alto il tuo Figliuol confitto?

Quanto pianger convienti e quanto puoi

l'antica offesa, che 'l tuo Figlio appaga,

meritamente ricordare a noi?

Misera gente, di mal far sì vaga!

Vedil di spine coronato e morto,

che ti dimostra l'una e l'altra piaga:

chi può tanto dolor mostrare scorto?

Finché, risuscitato al terzo giorno,

prima vedesti il tuo fido conforto

e dopo alquanto, di splendore adorno,

salire al ciel, dove promesso gli era

di far sempre felice e bel soggiorno;

onde, mostrando ogni sua gloria intera,

simile il Primo Amor d'ardente lingue

misse fra voi, come promesso v'era.

O diletta di Dio, ove s'impingue

tanto di grazia l'uno e l'altro polo,

sì come piace a quel che ben distingue,

parendo il ciel di tua bellezze solo,

oggi dal mondo tenebroso sciolta,

prendi sì alto e sì spedito volo;

e, verso il regno tuo lieta rivolta,

col corpo ascendi ove dintorno vedi

tutta la corte angelica raccolta.

Già sotto posto agli tua santi piedi

vedi la luna nelle eccelse rote,

dove alla destra del tuo Figlio siedi.

O dolci amplessi, o reverende note,

o superne accoglienze uniche e sole,

dolce armonie e sinfonie divote!

Già rivestita da sì chiaro sole,

già di dodici stelle incoronata,

contempli quel che sì t'onora e cole.

Ave, Regina, più ch'altra beata,

chi potrà degne laude referire

a te, oggi nel ciel tanto essaltata?

Non può lingua mortal tanto salire,

né facundia né stil se tu, diletta,

non degni al grande incetto sovenire,

Vergine, per la qual felice è detta

l'umana spezie, già d'error sì carca,

fatta per te più grata e più perfetta.

O vero tempio, dove 'l gran Monarca

volse che 'l mondo sol fussi salvato,

sì come già Noè nella grande arca!

Fonte di grazia e di bontà signato,

orto dove ogni fior dolce e süave

respira di delizie circundato,

tu se' la vera porta e quella chiave

fabricata da Dio che 'l cielo aperse,

chiuso pel nostro error, tanto e sì grave.

Nave che pria la grazia al mondo oferse,

onde più il sesso feminin si loda

in te, che non si biasma in chi l'aperse;

stella, ch'ogni nocchier più stanco a proda

dopo lunga procella alfin conduce,

dove più si trïunfi e più si goda;

fulgida lampa, che nel ciel traluce,

degna sol d'impetrar quel che tu vuoi

dal tuo sposo diletto e caro duce,

piega le luci tue pietose a noi

in questa valle pien d'ogni nequizia,

dove son tanti benefici tuoi!

Chi giusta, chi clemente e chi propizia

madre, ch'al priego uman sempre procede,

e donde è nato il fonte di giustizia,

la tua grande umiltate ogni altra eccede,

prima e vera cagion di tanto effetto

che quel ch'era 'mmortal mortal si diede.

Senza te nulla il mondo saria detto,

senza te pace e senza te salute,

senza te l'alto ciel saria interdetto.

In te somma clemenzia, in te virtute

quante ne chiude il ciel, quant'egli scorge

vere eccellenzie, in te sola compiute.

Tu vedi il pianto e quanto error ne porge

chi con varie lusinghe immondo guida,

misero, lasso, dove non s'accorge!

E vedi quanto in te si riconfida

nostra speranza in così basso loco,

dove l'ultimo giorno ognor ci sfida.

Per la tua carità, pel dolce foco,

senza 'l qual non potrebbe rilevarsi

nostro misero stato assai né poco,

per tanti prieghi lacrimosi sparsi,

non per merito lor, non ché sien giusti,

ma per tua grazia, ché non sieno scarsi,

soccorri al popol tuo, pel qual tu fusti

dignata a tanta gloria, a tanto onore,

sì che a te giova gli altrui falli ingiusti!

Salve, cara, diletta e dolce amore,

salve, luce del ciel, dove tu chiami

sempre merzé del nostro immenso errore!

Prend'i sospir, prendi gli affetti brami,

sì che pervenga l'orazione indegna

grata dinanzi a Quel che tu tanto ami;

serva la patria mia florida e degna,

integra sempre in libertade e in pace

e reverente sotto la tua insegna;

e serva il tuo fedel, quanto a te piace,

in questo carcer che si chiama vita,

dove essaltare il tuo nome non tace,

sì che, cantando dopo la partita

con altre rime di tue fiamme accese,

venga a veder la tua bontà infinita,

se mai priego mortal nel ciel s'intese.