XCIII
Or che già la stagion fiorita e bella
fa tutte intorno rallegrar le cose,
e i pesci e i pescatori allegri e pronti
correndo vanno in questa parte e in quella,
e le lor ninfe di ligustri e rose
sulla riva del mar cingon le fronti;
ora ch'ogni animal lieto s'abbraccia
col suo compagno in su le verdi erbette,
e la tenera vite dell'uomo appresso
stretto lo tien con amorose braccia,
e di soavi e belle lagrimette
per lo dolce piacer il bagna spesso;
sol io, lontan da' conosciuti liti,
mesto, dolente, abbandonato e solo,
la mia perdita piango e la mia ninfa.
Qual altro pescator fia che s'additi
che tante abbia cagion d'amaro duolo,
sia pur di questa o di remota linfa?
Son io Sebeto, il pescator sì vivo,
che in su la spiaggia de la gran sirena
così lieto garzon fui già creduto?
Quel che, col suono e col cantar giulivo,
fuori dell'onda in su la secca arena
i più timidi pesci avrìa tenuto?
Son colui che in pescatorii giochi
sovr'ogn'altro compagno il pregio ottenni
e ch'a ingannar coll'esca e colla rete
i semplicetti pesci avea sì pochi
uguali in sulla riva ond'io qua venni?
O canne, o reti mie, non più vedrete
il vostro pescatore, e, se 'l vedeste,
non credereste mai che desso i' fia!
Or vengan pur le grosse tinche a riva
coi lascivetti lucci, e colle preste
occhiate i persici, ora la mia
fiocina giace irruginita e priva
d'una man che la spinga, e 'l mio tridente,
fitto laggiù nell'arenoso fondo,
d'alga e di musco si ricopre intorno.
Ahi misero Sebeto, e chi ti sente
alleviar colla voce il grave pondo
di quel mal che ti preme e notte e giorno?
Questo lito, quest'onda e queste piante
non t'odon già; chè se potesse udirti
una cosa insensata, udresti ancora
le scabre selci alla tua foce infrante,
e l'onde algenti, e quest'incolti ed irti
alber aspri ululati mandar fuora,
accompagnando i tuoi tristi lamenti.
Ma voi, veloci pesci e leggiadretti,
che per quest'acque ognor scherzando andate,
se mai vi fece andar più tardi e lenti
Amor che incende ancora i vostri petti,
abbiate voi del mio dolor pietate.
Quell'io ch'un tempo mi credei felice
sovr'ogni pescator che 'n onda peschi,
or sono a tal colpa d'Amor, ch'io stimo
uom non esser in riva od in pendice,
cui peggio Amor colla sua pania inveschi
dal principio del core infino all'imo.
Ove son iti que' felici giorni,
quando soletto nella mia barchetta
la rete a' pesci in sul mattin tendea,
senza ch'un labbro o due begli occhi adorni
mi ferissero il cor d'aspra saetta?
Ben sciolto allora a mio piacer godea,
lieto cantando in su le rive amene,
e dolci balli colle ninfe bionde
e co' leggiadri pescator tessendo
al suon di corde e d'incerate avene.
Ma poichè Amore il suo velen m'infonde,
fin dentro al sen i' vo sempre piangendo;
sicch'io non spero di trovar riposo
perfin ch'i pesci di quest'onde fuori
uscir non veggia, e gir volando intorno.
Poichè i begli occhi e 'l bel volto amoroso
più non riveggio, onde n'uscian splendori
che rendean da per tutto un chiaro giorno.
Ben ebbe un cor di fiera tigre o d'orso
colui ch'al mondo quel bel lume tolse
che nel mio cor sì dolce stral confisse.
Deh perchè non correste in suo soccorso,
belle ninfe del mar? Perchè non volse
Nettuno il ferro, e l'uccisor trafisse?
Ma lasso! indarno il mio dolor mortale
vo disfogando ai duri sassi e all'onda,
i quai nè senso nè pietà non hanno:
e 'l mio nemico Amor vieppiù m'assale,
e con vista più lieta e più gioconda
par che si rida del crudel mio danno.
Io starò qui su quest'ignota piaggia
sol fra me rammentando il rio destino,
finchè l'aspra mia vita il duol mi tolga:
e se fia mai ch'un dì qui a giugner aggia
qualche buon pescator d'altro confino,
fra poche pietre il cener mio raccolga.
Così non fia che in riva d'Acheronte
andar mi faccia il rigido nocchiere,
vagando ancor nel sempiterno orrore;
e 'l mio cadaver sottoposto all'onte
qui non rimanga dell'ingorde fiere,
miserando spettacolo d'amore.