XCIV – S. Rosa

By Giacomo Leopardi

Diero a la rosa una virtù le sorti

Contro gli scarafaggi: essi a fatica

Si avvicinano a lei, che cascan morti.

Se di tal proprietà vuoi ch'io ti dica

L'origine primiera, intento ascolta

L'istoria d'essa e la cagione antica.

Quando da Giove in ciel moglie fu tolta,

Ogni animal per la celeste mensa

Qualche cosa donò da lui raccolta.

L'ape, fra gli altri, a la real dispensa

Portò certo suo miele, il quale di fresco

Manipolato avea con cura immensa.

Questo piacque così, che i numi a desco

Per lui furon tra lor quasi a le pugna;

Come fa per il vin lo stuol tedesco.

Men avida l'umor succhia la spugna:

E sen leccaro i Dei le dita in guisa,

Che avean scarniti i polpastrelli e l'ugna.

Quindi da l'ape informazion precisa

Chiesero di quel miel; la cui ricetta

Volean che fosse a lettre d'oro incisa.

L'ape rispose che di rosa schietta

Fabbricato l'avea; e che da questa

Veniva al miel quella dolcezza eletta:

Dove nel miel che volgarmente appresta,

Adoprava in confuso il fior d'ogni erba

O che nasce ne gli orti, o a la foresta.

Si stupiron gli Dei che sì superba

Dolcezza fosse entro la rosa ascosta,

Che per le spine appare aspra ed acerba.

Allor da l'ape ogni virtude esposta

Fu de la rosa; e seguitò narrando

La nobiltade e il pregio in che ella è posta:

Dicendo che il sapor tanto ammirando

Era in lei derivato, in un con l'ostro,

Dal néttare che Amor versò ballando.

In somma l'ape in quel beato chiostro

Sì la rosa inalzò, che fe stimarla

E di bontade e di bellezza un mostro.

Giove attento de l'ape udì la ciarla;

E dopo, in premio di quel miel sì grato,

Regina de gl'insetti ei volse farla;

Con patto che da lei gli fosse dato,

Per il suo piatto, in ogni settimana,

Una tal somma di quel miel rosato.

Ma perché udito avea la sovrumana

Natura de la rosa, ivi creolla

Monarchessa de' fiori alta e sovrana.

Terminate le nozze, e già satolla

La turba de gli Dei; dal sommo tetto

De gli animali si partì la folla.

Con l'ape ognun di lor, colmo d'affetto,

Si rallegrò: ma pien d'astio e d'orgoglio,

N'ebbe lo scarafaggio ira e dispetto.

E spinto da l'invidia e dal cordoglio,

Andò pensando a un certo stratagemma

Di torre a l'ape in un l'onore e il soglio.

Quindi egli cominciò, solo e con flemma,

De la rosa a sporcar tutte le foglie,

Prima che uscisse il Sol fuor di maremma:

E mentre l'ape a cor le dolci spoglie

Giva de' fiori, ei con sozzura immonda

Le corrompeva il miel dentro le foglie.

Volando l'ape a la celeste sponda,

Fece a Giove saper questo strapazzo,

Esclamando sdegnata e furibonda.

Giove entrò in bestia, e fece un gran schiamazzo:

Sicché a cercar l'autor di quell'ingiuria

Scese Mercurio dal sovran palazzo.

E in un tratto il trovò (ché mai penuria

Non si dié di spioni): onde fu preso

Lo scarafaggio, e torturato in furia:

E, perché quando il re si tiene offeso,

Non si adopra oriuolo in dar la fune,

Il fatto confessò chiaro e disteso.

Quindi da' numi, per parer comune,

Come invido convinto e già confesso,

Non fu lasciato di quel fallo impune.

Perché dunque tentò con empio eccesso

Di tor l'onore a l'ape, a lei facendo

De l'alveario e de la rosa un cesso;

Fu sentenziato con rigor tremendo,

Ch'ei viva ne lo sterco, e che gli sia

De la rosa l'odor veleno orrendo.