XCIV
Amor mi rese la favella estinta,
e dove il suo martire
i' non potea soffrire
l'alma feroce al fin fe' doma e vinta
dai colpi non di lui ma di Fortuna;
poi m'insegnò schermire,
e mi die' tal ardire
che mie sventure esposi ad una ad una,
e non pur sol e luna,
ch'ho fastidito con noiosi accenti,
ma udì ben ella i gravi miei lamenti.
Dunque avend'io a depor con la mia lingua
dinanzi a gran soggetto
la soma ch'ho nel petto,
sì che ogni parte acconcia si distingua,
prenderò il modo che m'infuse amore
di spiegar il concetto
a quel real conspetto
quando i sensi addattati, mandò fore
con riverenza e onore,
e se l'impresa ch'ora tratto è greve
né però il peso del mio amor fu lieve.
Se al primo ingresso non fien le risposte
sì come è il mio disegno
me n'andrò con ritegno,
temprando a poco a poco le proposte,
e, quando pur vorrò che restin ferme,
sottiglierò l'ingegno,
mostrando quanto è degno
che mia ragione omai s'accetti e ferme.
Mi sovverrà che inferme
eran mie voglie, e che le fila sciolsi,
e che poscia placar madonna volsi.
Scoperti i tempi al mio voler nimici,
e i mezi o non possenti,
o di valor, ma attenti
ad altre trame, ad altri fini e amici,
e visto quai per me sian finti e veri,
gli occhi e gli orecchi intenti
saran, né a schifar lenti
questi e quei di dimani e d'oggi e d'heri.
Tali aveva i pensieri
allor ch'io riparava i duri incontri,
di che non fia che i più dogliosi i' scontri.
Non è questo quel cor, quel spirto audace,
che nel più acerbo stato,
quando più trar il fiato
non poteva, mi fe' pronto e vivace?
E benché il foco mio dir mi vietasse
con volto disdegnato,
i' me le posi al lato,
tal che fu forza al fin che m'ascoltasse.
Non sarà mai ch'io lasse
quest'altro carco, e ch'io non ne rïesca
se ne la mente amor l'arte rinfresca.
Canzon, tu non puoi tormi
da que' begli occhi suoi, né mi consola
quel ch'imparai ne l'amorosa scola.