XCIV

By Giovan Battista Nicolucci

Amor mi rese la favella estinta,

e dove il suo martire

i' non potea soffrire

l'alma feroce al fin fe' doma e vinta

dai colpi non di lui ma di Fortuna;

poi m'insegnò schermire,

e mi die' tal ardire

che mie sventure esposi ad una ad una,

e non pur sol e luna,

ch'ho fastidito con noiosi accenti,

ma udì ben ella i gravi miei lamenti.

Dunque avend'io a depor con la mia lingua

dinanzi a gran soggetto

la soma ch'ho nel petto,

sì che ogni parte acconcia si distingua,

prenderò il modo che m'infuse amore

di spiegar il concetto

a quel real conspetto

quando i sensi addattati, mandò fore

con riverenza e onore,

e se l'impresa ch'ora tratto è greve

né però il peso del mio amor fu lieve.

Se al primo ingresso non fien le risposte

sì come è il mio disegno

me n'andrò con ritegno,

temprando a poco a poco le proposte,

e, quando pur vorrò che restin ferme,

sottiglierò l'ingegno,

mostrando quanto è degno

che mia ragione omai s'accetti e ferme.

Mi sovverrà che inferme

eran mie voglie, e che le fila sciolsi,

e che poscia placar madonna volsi.

Scoperti i tempi al mio voler nimici,

e i mezi o non possenti,

o di valor, ma attenti

ad altre trame, ad altri fini e amici,

e visto quai per me sian finti e veri,

gli occhi e gli orecchi intenti

saran, né a schifar lenti

questi e quei di dimani e d'oggi e d'heri.

Tali aveva i pensieri

allor ch'io riparava i duri incontri,

di che non fia che i più dogliosi i' scontri.

Non è questo quel cor, quel spirto audace,

che nel più acerbo stato,

quando più trar il fiato

non poteva, mi fe' pronto e vivace?

E benché il foco mio dir mi vietasse

con volto disdegnato,

i' me le posi al lato,

tal che fu forza al fin che m'ascoltasse.

Non sarà mai ch'io lasse

quest'altro carco, e ch'io non ne rïesca

se ne la mente amor l'arte rinfresca.

Canzon, tu non puoi tormi

da que' begli occhi suoi, né mi consola

quel ch'imparai ne l'amorosa scola.