XCIV

By Agnolo Firenzuola

Bell'intelletto, entro del quale alberga

Sì largamente quel gran don d'Iddio,

Ch'era il femminil ostro in quei primi anni;

Come fora mestier ch'al pensier mio

Nodosa sferza e non pietosa verga

Fesse non pigri i miei timidi vanni,

Acciò ch'insin sovra i celesti scanni,

E d'onde s'erge il sole

E che più splender suole,

E dove han triegua i suoi più lunghi affanni,

E là 've i monti e state e primavera

Sempre han bianche le chiome,

Portasse il nome tuo mattino e sera!

Ma chi ha oggi così bello stile

Che di tant'alta impresa non paventi?

Quale isnodata lingua ha tanto ardire,

Che presuma a le orecchie de le genti

Portare il suon de l'opre tue gentile?

Come avrò speme io mai poter venire,

Senza tema ch'io meco non m'adire

A celebrare in carte

Di te sola una parte?

Ma supplisca, ov'io manco, il gran desire;

E sieme almen per mio piacer concesso,

Quando ch'alcun non m'ode,

Narrar le lode tue solo a me stesso.

Ecco, quell'alma che sì lungo tempo

De le grazie del ciel stata è ricetto,

E del ben di lassù la pompa e 'l fregio,

Discesa è al calle, che, bench'or sia stretto,

Dette la via per tutto il mondo un tempo;

E fatto ha vie più chiaro il nome egregio

Di quella, ch'entro Roma fu in tal pregio,

Che de le sue contrade

Con adirate spade

Scacciò per sì gran tempo il nome regio;

Nel cui bel seno ognor virtuti nuove

Piovendo, alzano un grido:

– Qui dentro è 'l nido nostro, e non altrove.

E per vietar che la terrestre gonna

Non le macchiasse il perfido tiranno,

Che per turbar di lei la pace venne,

L'alma gentil, e per fuggire il danno

Che mal seppe schivar l'antica donna,

Ne le sue caste mani 'l velen tenne;

E quel, per sicurtà del suo onor, fenne

Che 'l gran Cartaginese

Allor che 'l nome intese

Di quei ch'a fuggir lui bramar già penne.

Né forza ebbe 'l Signor: ché 'l ciel non volse,

Oh singolare esempio!

Anzi ne l'empio mostro il furor volse.

Più che mai vaga, leggiadretta e bella

Tornò la donna poscia; e così piacque

Anzi al cospetto del divino Amore

L'atto pudico e 'l cor là dove nacque,

Che tutto l'arse con la sua facella.

Da indi in qua sol bel desio d'onore

Si muove in essa, e d'indi a noi vien fuore;

là onde 'l dolce sguardo

Rende, vil, pigro e tardo

Qual sia rozzo pensier ch'uscir vuol fuore;

E le poche parole accorte han forza

Ogni villan costume

Spegner, qual fiume picciol fuoco ammorza.

Poscia che le latine alme cortesi

Restaron, saziando le lor voglie,

Far ricchi i templi, e dei vinti nemici

Ornar tanti trionfi, e le lor soglie

Spogliar per rivestir i lor paesi,

Non ebber speme mai queste pendici

Ritornar come pria liete e felici,

Né ristorare 'l danno

Che fea maggiori ogni anno,

A mal grado di noi, le sue radici:

Fin che questa gentil pianta novella

Scoprìo la bella chioma,

E fe' che Roma ancor spera esser bella.

Quanti vedo or per l' antico viaggio

Drizzare i passi, e girsen con costei!

Quanti s'ascoltan su per gli alti poggi

Sonare or cetre ed or cantare Orfei!

Quanti Titiri stansi a piè d'un faggio

Con la sampogna lor sonare anch'oggi!

A quante piante il dolce umore appoggi

D'Arno la bella riva,

Ch'in un sol già fioriva,

Veder può ognun, che a questi colli or poggi.

Come credo che Fidia e 'l grande Apelle

Dichin col viso tinto:

– Vedi ch'han vinto pur l'opre novelle! –

Non scese mai con sì celesti tempre

Anima, o di virtù sì colma unquanco:

Sorga 'l sa ella, e questi nostri regni.

Che quando torna al ciel non ci sie almanco

Chi la tenghi fra noi viva mai sempre?

Destinsi adunque i più purgati ingegni,

E in stile uguale a' fatti egregi e degni,

Con dolce onesta gara,

La bella donna e rara

Fare immortal ognun di lor s'ingegni:

E tal la mostri l'incude e 'l martello

Come casto fu mai corpo sì bello.

Canzon, s'io ti vedessi

Esser più ch'altra a dar lode a costei,

Di cui uomini e dèi

Non vider mai né vederanno anch'altra,

Forse ch'io ti direi: – Raddoppia 'l stile –.

Ma, sendo vile assai,

Miglior farai tacer, povera e umile.