XCVI – Redi

By Giacomo Leopardi

Chi l'acqua beve,

Mai non riceve

Grazie da me.

Sia pur l'acqua o bianca o fresca,

O ne' tonfani sia bruna;

Nel suo amor me non invesca

Questa sciocca ed importuna:

Questa sciocca, che sovente,

Fatta altiera e capricciosa,

Riottosa ed insolente,

Con furor perfido e ladro

Terra e ciel mette a soqquadro.

Ella rompe i ponti e gli argini;

E con sue nembose aspergini,

Su i fioriti e verdi margini

Porta oltraggio a i fior più vergini.

E l'ondose scaturigini

A le moli stabilissime,

Che sarian perpetuissime,

Di rovina sono origini.

Lodi pur l'acque del Nilo

Il soldan de' Mammalucchi,

Né l'Ispano mai si stucchi

D'innalzar quelle del Tago;

Ch'io per me non ne son vago.

E se a sorte alcun de' miei

Fosse mai cotanto ardito,

Che bevessene un sol dito;

Di mia man lo strozzerei.

Vadan pur, vadano a svellere

La cicoria e raperonzoli

Certi magri mediconzoli

Che con l'acqua ogni mal pensan di espellere.

Da mia masnada

Lungi sen vada

Ogni bigoncia

Che d'acqua acconcia

Colma si sta.

L'acqua cedrata

Di limoncello

Sia sbandeggiata

Dal nostro ostello.

De' gelsomini

Non faccio bevande,

Ma tesso ghirlande

Su questi miei crini.

De l'aloscia e del candiero

Non ne bramo e non ne chero.

I sorbetti, ancorché ambrati,

E mille altre acque odorose,

Son bevande da svogliati

E da femmine leziose.

Vino vino a ciascun bever bisogna,

Se fuggir vuole ogni danno:

E non par mica vergogna

Tra i biccheri impazzir sei volte l'anno.