XCVI – Redi
Chi l'acqua beve,
Mai non riceve
Grazie da me.
Sia pur l'acqua o bianca o fresca,
O ne' tonfani sia bruna;
Nel suo amor me non invesca
Questa sciocca ed importuna:
Questa sciocca, che sovente,
Fatta altiera e capricciosa,
Riottosa ed insolente,
Con furor perfido e ladro
Terra e ciel mette a soqquadro.
Ella rompe i ponti e gli argini;
E con sue nembose aspergini,
Su i fioriti e verdi margini
Porta oltraggio a i fior più vergini.
E l'ondose scaturigini
A le moli stabilissime,
Che sarian perpetuissime,
Di rovina sono origini.
Lodi pur l'acque del Nilo
Il soldan de' Mammalucchi,
Né l'Ispano mai si stucchi
D'innalzar quelle del Tago;
Ch'io per me non ne son vago.
E se a sorte alcun de' miei
Fosse mai cotanto ardito,
Che bevessene un sol dito;
Di mia man lo strozzerei.
Vadan pur, vadano a svellere
La cicoria e raperonzoli
Certi magri mediconzoli
Che con l'acqua ogni mal pensan di espellere.
Da mia masnada
Lungi sen vada
Ogni bigoncia
Che d'acqua acconcia
Colma si sta.
L'acqua cedrata
Di limoncello
Sia sbandeggiata
Dal nostro ostello.
De' gelsomini
Non faccio bevande,
Ma tesso ghirlande
Su questi miei crini.
De l'aloscia e del candiero
Non ne bramo e non ne chero.
I sorbetti, ancorché ambrati,
E mille altre acque odorose,
Son bevande da svogliati
E da femmine leziose.
Vino vino a ciascun bever bisogna,
Se fuggir vuole ogni danno:
E non par mica vergogna
Tra i biccheri impazzir sei volte l'anno.