XI. ALLA FANCIULLA INFERMA.

By Vincenzo Monti

Lascia le tazze e i farmaci

Omai dell'arte muta:

Se ti confidi a Ippocrate,

Ohimè!, tu sei perduta.

Indarno egli sollecito

Ai labbri tuoi prepara

Le nauseate polveri

Della corteccia amara.

In van di sangue affrettasi

A impoverir la vena:

Già della vita amabile

Rimanti un segno a pena.

L'ira funesta e vindice

D'un vilipeso amore

Ancor non senti? e rigido

Resiste in petto il core?

Io che sprezzato e pallido

Piansi da te lontano,

Vendetta or chieggo a Venere;

E non la chieggo in vano.

Cedi al tuo peggio; e ascoltami

Men contumace e schiva,

Nè in te gli sdegni accrescere

Dell'invocata diva.

Qual fu a Cidippe il premio

D'esser superba e dura?

Che le giovò d'Aconzio

Farsi all'amor spergiura?

Giacque costretta a piangere

Le sue ripulse ingrate;

E rio malor struggevale

Il fior della beltate.

I non concessi talami

Indarno altri chiedea;

Vigile indarno il fisico

Salute promettea.

Grave il furor di Cinzia

Sull'infedel discese,

E del Corizio giovane

Il dritto al fin difese.

Deh! se l'avversa istoria

Di rinnovar paventi,

Ama una volta e placida

All'amor mio consenti.

Io per te prono e supplice,

Mirto spargendo e rosa,

Io placherò la cipria

Divinità sdegnosa.

Ritorneran le porpore

Sull'adorabil viso,

E su le labbra il facile

Conquistator sorriso.

Quegli occhi tuoi cerulei,

Occhi sì dolci e cari,

Sotto quel ciglio aspettano

Di scintillar più chiari.

Ma della madre idalia

Guai se ricusi il freno,

Guai se ancor ti senti escludere

Il suo calor dal seno.

Essa la face alzandoti

In su la rea cervice,

Ti verserà nell'anima

Colpevol fiamma ultrice.

Allorchè dea difficile

Di sdegno il petto accende,

Ahi come al cor terribile

Il suo furor discende!

Fedra tel dica e Biblide,

E la cretense moglie

Ch'arse pel toro adultero

Di scellerate voglie.