XI. ALLA FANCIULLA INFERMA.
Lascia le tazze e i farmaci
Omai dell'arte muta:
Se ti confidi a Ippocrate,
Ohimè!, tu sei perduta.
Indarno egli sollecito
Ai labbri tuoi prepara
Le nauseate polveri
Della corteccia amara.
In van di sangue affrettasi
A impoverir la vena:
Già della vita amabile
Rimanti un segno a pena.
L'ira funesta e vindice
D'un vilipeso amore
Ancor non senti? e rigido
Resiste in petto il core?
Io che sprezzato e pallido
Piansi da te lontano,
Vendetta or chieggo a Venere;
E non la chieggo in vano.
Cedi al tuo peggio; e ascoltami
Men contumace e schiva,
Nè in te gli sdegni accrescere
Dell'invocata diva.
Qual fu a Cidippe il premio
D'esser superba e dura?
Che le giovò d'Aconzio
Farsi all'amor spergiura?
Giacque costretta a piangere
Le sue ripulse ingrate;
E rio malor struggevale
Il fior della beltate.
I non concessi talami
Indarno altri chiedea;
Vigile indarno il fisico
Salute promettea.
Grave il furor di Cinzia
Sull'infedel discese,
E del Corizio giovane
Il dritto al fin difese.
Deh! se l'avversa istoria
Di rinnovar paventi,
Ama una volta e placida
All'amor mio consenti.
Io per te prono e supplice,
Mirto spargendo e rosa,
Io placherò la cipria
Divinità sdegnosa.
Ritorneran le porpore
Sull'adorabil viso,
E su le labbra il facile
Conquistator sorriso.
Quegli occhi tuoi cerulei,
Occhi sì dolci e cari,
Sotto quel ciglio aspettano
Di scintillar più chiari.
Ma della madre idalia
Guai se ricusi il freno,
Guai se ancor ti senti escludere
Il suo calor dal seno.
Essa la face alzandoti
In su la rea cervice,
Ti verserà nell'anima
Colpevol fiamma ultrice.
Allorchè dea difficile
Di sdegno il petto accende,
Ahi come al cor terribile
Il suo furor discende!
Fedra tel dica e Biblide,
E la cretense moglie
Ch'arse pel toro adultero
Di scellerate voglie.