XI
Quella soave ed angosciosa vita,
che negli anni più cari
fra pensier tanti e vari
suddito resse il mio giovinil corso,
di ritornare al suo protervo morso,
quanto più può, s'aita.
L'anima, ch'era uscita
de' dì perduti e de' lor frutti amari,
ma come appar più volte i suoi contrari,
ama lo 'nferno, ed io,
per mal nuovo disio,
ordino il laccio da legar me stesso;
e veggio il mio nimico armato apresso
e non lo so fuggire,
né prender arme per far mia difesa.
Mal è ch'io sia cagion della mia pena.
Che faren d'esta impresa?
Amor mi punge e Ragion mi rafrena.
Comincia Amor con sue dolce cautele,
che porge a chi gli crede,
di volermi a mercede.
Così lusinga il cor ché si disvii;
indi, svegliando gli antichi disii,
dice: «Car mio fedele,
se mai ti fui crudele
non disdegnar, ché per te si provede.
Ritorna all'uso tuo, ché 'l tempo il chiede
e non è ancor fuggito;
lèvati da partito
e darai parte al bel viver preclaro.
D'esser nel primo disdegnoso e avaro,
quest'è la mia natura,
ma longo sofferir fa l'uom beato;
pensa nel frutto che 'l buon fin ti serba.
Non esser di te ingrato,
ché 'l seme tuo non sia perduto in erba».
Dall'altra parte il Timor mi corregge
con una conoscenza
piena di sofferenza,
tal che con dolce ferza mi gastiga
con dir: «Tapin, non gir cercando briga,
poi che tu puoi far senza,
ché sùbita sentenza
non è virtù in chi il dominio regge.
Quando in costui fu mai ragion né legge,
se non voglia e furore,
poi ch'è fatto signore
del mal guidato cor, che gliel consente?
Già fusti suo; ètti uscito di mente
che signoria ti fece?
Rendine grazia al ciel, che te ne sciolse;
tu sai sua qualità, non puoi negarla,
se ben o mal ti volse
che dovresti fuggir chiunque ne parla».
Amor si volge e dice al suo aversaro:
«Pon fine a tua proposta
degna d'altra risposta,
qual si convien ch'incolpa a torto altrui.
Quel ch'i' mi sia non niego o quel ch'i' fui;
non sia ragion nascosta,
poi vaneggia a tua posta,
ch'a far del falso ver mal ci è riparo.
Quanto più il servo me diletto e caro
più tosto lo tormento
e follo star contento
negli affanni più gravi e più noiosi.
Dunque, se nel martìr vivon gioiosi
i miei fedel seguaci,
qual è colui che riprender mi vòle?
E se più oltre saper ti sovene
quando il mio mal non dole,
pensa quanta dolcezza è nel mio bene!»
In questo nasce fra 'l pensiero e i sensi
un voler per natura.
Come sua creatura
Amor sel tira e più ch'altro gli piace,
in cui non vive perfezion di pace,
né modo né misura;
e la buona paura
già il valor perde e soggiogar conviensi,
se poi d'altrove non vien buon compensi.
Nella dubbiosa sorte
crescer e farsi forte
per natural calor sento il disio
e l'arbitrio tôr via, che già fu mio,
e trïunfare Amore
e di più voluntà far un concetto,
onde dipende un signorile orgoglio.
Non assegna altro effetto,
non ragion, non cagion se non: i' voglio.
— Canzon, va', di' chi' son pur quel ch'i' m'era,
ma più vicino a morte.
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