XI

By Niccolò Cieco

Quella soave ed angosciosa vita,

che negli anni più cari

fra pensier tanti e vari

suddito resse il mio giovinil corso,

di ritornare al suo protervo morso,

quanto più può, s'aita.

L'anima, ch'era uscita

de' dì perduti e de' lor frutti amari,

ma come appar più volte i suoi contrari,

ama lo 'nferno, ed io,

per mal nuovo disio,

ordino il laccio da legar me stesso;

e veggio il mio nimico armato apresso

e non lo so fuggire,

né prender arme per far mia difesa.

Mal è ch'io sia cagion della mia pena.

Che faren d'esta impresa?

Amor mi punge e Ragion mi rafrena.

Comincia Amor con sue dolce cautele,

che porge a chi gli crede,

di volermi a mercede.

Così lusinga il cor ché si disvii;

indi, svegliando gli antichi disii,

dice: «Car mio fedele,

se mai ti fui crudele

non disdegnar, ché per te si provede.

Ritorna all'uso tuo, ché 'l tempo il chiede

e non è ancor fuggito;

lèvati da partito

e darai parte al bel viver preclaro.

D'esser nel primo disdegnoso e avaro,

quest'è la mia natura,

ma longo sofferir fa l'uom beato;

pensa nel frutto che 'l buon fin ti serba.

Non esser di te ingrato,

ché 'l seme tuo non sia perduto in erba».

Dall'altra parte il Timor mi corregge

con una conoscenza

piena di sofferenza,

tal che con dolce ferza mi gastiga

con dir: «Tapin, non gir cercando briga,

poi che tu puoi far senza,

ché sùbita sentenza

non è virtù in chi il dominio regge.

Quando in costui fu mai ragion né legge,

se non voglia e furore,

poi ch'è fatto signore

del mal guidato cor, che gliel consente?

Già fusti suo; ètti uscito di mente

che signoria ti fece?

Rendine grazia al ciel, che te ne sciolse;

tu sai sua qualità, non puoi negarla,

se ben o mal ti volse

che dovresti fuggir chiunque ne parla».

Amor si volge e dice al suo aversaro:

«Pon fine a tua proposta

degna d'altra risposta,

qual si convien ch'incolpa a torto altrui.

Quel ch'i' mi sia non niego o quel ch'i' fui;

non sia ragion nascosta,

poi vaneggia a tua posta,

ch'a far del falso ver mal ci è riparo.

Quanto più il servo me diletto e caro

più tosto lo tormento

e follo star contento

negli affanni più gravi e più noiosi.

Dunque, se nel martìr vivon gioiosi

i miei fedel seguaci,

qual è colui che riprender mi vòle?

E se più oltre saper ti sovene

quando il mio mal non dole,

pensa quanta dolcezza è nel mio bene!»

In questo nasce fra 'l pensiero e i sensi

un voler per natura.

Come sua creatura

Amor sel tira e più ch'altro gli piace,

in cui non vive perfezion di pace,

né modo né misura;

e la buona paura

già il valor perde e soggiogar conviensi,

se poi d'altrove non vien buon compensi.

Nella dubbiosa sorte

crescer e farsi forte

per natural calor sento il disio

e l'arbitrio tôr via, che già fu mio,

e trïunfare Amore

e di più voluntà far un concetto,

onde dipende un signorile orgoglio.

Non assegna altro effetto,

non ragion, non cagion se non: i' voglio.

— Canzon, va', di' chi' son pur quel ch'i' m'era,

ma più vicino a morte.

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