XI
Invero una tu sei, Verona bella,
poi che la mia Veronica gentile
con l'unica bellezza sua t'abbella.
Quella, a cui non fu mai pari o simìle,
d'Adria ninfa leggiadra, or col bel viso
t'apporta a mezzo 'l verno un lieto aprile;
anzi ti fa nel mondo un paradiso
il sol del volto, e degli occhi le stelle,
e 'l tranquillo seren del vago riso;
ma l'intelletto, che sì chiaro dielle
il celeste Motor a sua sembianza,
unito in lei con l'altre cose belle,
quegli altri pregi in modo sopravanza,
che l'uman veder nostro non perviene
a mirar tal virtute in tal distanza.
A pena l'occhio corporal sostiene
lo splendor de la fronte, in cui mirando
abbagliato e confuso ne diviene:
questa la donna mia dolce girando,
l'aria fa tutta sfavillar d'intorno,
e pon le nubi e le tempeste in bando.
Di rose e di viole il mondo adorno
rende 'l lume dal ciglio, con cui lieta
primavera perpetua fa soggiorno.
Oimè! qual empio influsso di pianeta,
unica di quest'occhi e vera luce,
subito mi t'asconde e mi ti vieta?
Chi 'l nostro paradiso altrove adduce,
Adria, meco perciò dogliosa e trista,
ché 'n tenebre il dì nostro si riduce?
Ogni altro oggetto, lasso me, m'attrista,
or che del vago mio splendor celeste
mi si contende la bramata vista.
Ben del pensier con l'egre luci e meste
scorgo Verona invidiosamente,
che de' miei danni lieta si riveste.
Veggo, lasso, e rivolgo con la mente
ne l'altrui gioia e ne l'altrui diletto
via più grave 'l mio danno espressamente.
Adria, per costei fosti almo ricetto
di tutto 'l ben ch'a noi dal ciel deriva,
quant'ei ne suol più dar sommo e perfetto:
or di lei tosto indegnamente priva,
per questa del tuo lido antica sponda
torbido 'l mar risuona in ogni riva.
Ben tanto più si fa lieta e gioconda
Verona; e di fiorito e dolce maggio,
nel maggior nostro verno e ghiaccio, abonda.
Quivi del mio bel sol l'amato raggio
spiega le tante sue bellezze eterne,
che d'ir al cielo insegnano il viaggio.
Per virtù di tal lume in lei si scerne
vestir le piante di novel colore,
e giunger forza a le radici interne.
L'aura soave e 'l prezioso odore,
che da le rose de la bocca spira
questa figlia di Pallade e d'Amore,
nutrimento vital per tutto inspira,
sì ch'a quel refrigerio in un momento
tutto risorge e rinasce e respira;
e de la voce angelica il concento
i fiumi affrena, e i monti ad udir move,
e 'l ciel si ferma ad ascoltarla intento:
il ciel, che in Adria piange, e ride altrove,
là 've la dolce mia terrena dea
grazia e dolcezza dal bel ciglio piove,
e quel ricetto estremamente bea,
dov'ella alberga, per destìn felice
d'un altro amante e per mia stella rea.
Altri del mio penar buon frutto elice,
del mio bel sol la luce altri si gode,
ed io qui piango nudo ed infelice.
Ma, s'ella 'l mio dolor intende et ode,
perch'a levarmi l'affamato verme
non vien dal cor, che sì 'l consuma e rode?
E, se non m'ode, o mie speranze inferme!
poi che 'l ciel chiude a' miei sospir la strada,
contra cui vano è quanto uom mai si scherme,
Ma tu sì aventurosa alma contrada,
ch'a pena un tanto ben capi e ricevi,
qual chi confuso in gran dolcezza cada,
d'Adria i diletti, a fuggir pronta e lievi,
mira; e dal nostro danno accorta stima
il volar de' tuoi dì fugaci e brevi.
Or ti vedi risposta ad alta cima
né pensi forse come d'alto grado
le cose eccelse la fortuna adima:
stabil non è di qua giù 'l bene, e rado
più d'un momento dura, e 'l pianto e 'l duolo
trova per mezzo l'allegrezza il guado,
Ma pur felice aventuroso suolo,
che quel momento al goder nostro dato
possiedi un ben così perfetto e solo.
Pian, poggio, fonte e bosco fortunato,
ch'a un guardo, a un sol toccar del vago piede
forma prendete di celeste stato,
l'alto e novo miracol, che 'n voi siede,
a farvi basti, in tanto spaziò, eterno
tutto quel ben, ch'al suo venir vi diede;
sì che mai non v'offenda o ghiaccio o verno,
ned altro influsso rio,ma sempre in voi
sia la stagion de' fior lieta in eterno;
pur che tosto colei ritorni a noi,
al nido, ov'ella nacque, che senz'essa
mena tristi ed oscuri i giorni suoi.
Deh torna, luce mia, del raggio impressa
de la divinità, qui dove mai
pianger la tua partita non si cessa.
Tempo è di ritornar, madonna, omai
a consolar de la vostr'alma vista
di questa patria i desiosi rai,
a dar a la mia mente inferma e trista
col dolce oggetto del bel vostro lume
rimedio contra 'l duol, che sì l'attrista:
e, se troppo 'l mio cor di voi presume,
datemi in pena che del vago volto
da vicin lo splendor m'arda e consume;
né de' begli occhi altrove sia rivolto
il doppio sol, fin che 'n polve minuta
non mi vediate dal mio incendio vòlto;
e, per farlo, affrettate la venuta.