XI
Un medesmo pensier credo che fosse,
dotto Giraldo, quel, s'io non m'inganno,
che a far poema heroico ambo ne mosse,
percioché i thoschi in fino ad hor non hanno
Marte cantato con heroici carmi,
ma rozzi e inculti fra i romanzi stanno.
Quel vostro, che cantò gli amori e l'armi
de i Galli erranti, andar cinto d'alloro
senza ragione (al mio giudicio parmi).
Colui non men, che senza alcun decoro,
trovate nuove lettre, al fin d'Homero
colse lo sterco e non conobbe l'oro.
Di Giron lo scrittor forse il pensiero
hebbe lontan di voler gire a quella
meta, ch'io dico, e prese altro sentiero.
Molti son di parer che la favella
thosca solo in mostrar d'amor gli affetti
basti, e sia dolce al par d'ogni altra e bella,
ma che a voler cantar gli alti soggetti
del fero Marte, al segno non arriva,
sian quanto voglian gli scrittori eletti.
E dicon ch'ella è d'assai voci priva,
onde esprimer si possa un certo ardore,
s'avvien ch'ira o minaccie alcun descriva.
Io tengo che costor siano in errore,
per quel, c'ho già d'alcun veduto prova,
d'alcun che anchor non scopre il suo valore.
Quanto, o Giraldo, mi diletta e giova
pensando a questa, che i nostr'avi in culla
videro, e in fascie ne l'età sua nova,
e i nostri padri tenera fanciulla;
noi la veggiam cresciuta in breve tanto,
che a sua perfettion non manca nulla,
e con sì dolce, e con sì altero canto
concorde al suon di tromba o di siringa,
già d'Europa rimbomba in ogni canto.
Qual'è che ben come costei depinga
gli affetti interni a gli occhi nostri inante
quando amor ne traffigge, o ne lusinga?
O qual si trova più di lei bastante
cantar di Pan, di Cerere e di Marte
l'armi, l'aratro e l'humil greggia errante?
De gli alti Dei le lodi a parte a parte
canta felicemente, e de gli heroi
di cui già piene son tutte le carte.
Se questa nostra età, se i vitii suoi,
hor cinta il pie' di socco hor di coturno,
traffigga e morda, io ne dimando a voi,
o se de la gran figlia di Saturno
può dir gli sdegni e l'ire; o d'Eolo quando
scioglie Coro, Aquilone, Austro e Vulturno.
Tra me la notte e il dì dunque pensando
quanto la thosca lingua sia perfetta,
dicea in tal guisa a me stesso parlando:
così sapess'io dir, com' esser detta
puot' ella, e molta maraviglia hebb'io
ch'heroicamente a dir nessun si metta.
Onde nel cor mi nacque alto desio
far di me stesso prova, e saper come
mi fosse amica Euterpe, Urania e Clio.
Dunque non già per far noto il mio nome,
né in parte alcuna a qual si voglia offesa,
né per ornarmi d'hedera le chiome,
ma solo hebbi a mostrar la mente intesa
quanto l'esser fedel, l'usar pietade
merto e loda n'apporte in ogni impresa.
Et una Donna, honor di questa etade,
in cui Giove dal ciel sì largo infuse
virtù, senno, valor, gratia e beltade,
cantai sotto altrui nome, e da le Muse,
se in tutto non mi fur le porte aperte,
non mi fur' anco a tutte l'hore chiuse,
e nel salir le strade anguste et erte
mi ristoraro, in porgermi la mano,
de le fatiche in fino alhor sofferte.
Così (la mercié lor) poco lontano
dal terzo essend'io già del mio viaggio,
fu chi mi disse: “Ogni tuo sforzo è vano,
poi che il Giraldo, sì facondo e saggio,
per la medesma via ratto si pone,
e con gran lena ogni hor prende vantaggio.”
Ond'io, sapendo in quanta opinione
del mondo siate, e che al vostro alto metro
cede ogni miglior thosco, e con ragione,
sì come a ricca gemma cede il vetro,
o virgulto, o cespuglio a cerro, a pino,
conchiusi al tutto di tornare indietro.
Dunque, o Giraldo, voi, cui sì divino
spirito infuse il ciel, deh, non rompete,
ma seguite il già preso alto camino.
Voi solo a questa età, salir potete
l'altero monte e giugnere a quel segno
dove null'altro anchor giunto vedete.
Io non sol d'alto stil, d'arte e d'ingegno
vi cedo e di dottrina e di prudenza,
ma di più bel soggetto e di più degno.
Dir non si può, né imaginar, che senza
quel celeste fervor, che già v'ho detto,
o senza l'infallibil providenza,
sì bel pensier vi fosse entrato in petto
di cantar l'opre del figliuol di Giove:
o sol di tanto stil degno soggetto!
Dinanzi a gli occhi un specchio havete, dove
si pon le vere sue sembianze fide
scorger da tutti, e quante mai fe' prove.
Quest'è il vostro Signor, di cui non vide
il sol, né vedrà mai più saggio e forte:
o nuovo, o invitto, o glorioso Alcide!
Tu solo a la giustitia apri le porte,
e il lume tuo, ch'ogni altro lume ammorza,
via più chiaro sarà dopo la morte.
Che pensate esser voi sotto la scorza
di tante fere, e di tai mostri uccisi
con sì mirabil sopra humana forza?
Quei capi, che da lui tronchi e divisi
da l'Hidra furo, e quel Leon Nemeo,
e quei Giganti con sì strani visi,
l'Apro e Diomede, e coi fratelli Argeo,
Phasi, Acheloo, Thermodoonte, Eveno,
Cacco e Busiri, e Gerione e Antheo.
Con tutto ciò, di che ogni libro è pieno,
sol voglion dimostrar c'Hercol moderno
al mondo giova e pone a i vitii freno.
E come a vero suo figliuol, l'eterno
Giove sempre virtù dal Ciel gli instilla
per far che immortal viva in sempiterno.
O felice città, che sì tranquilla
siedi, e sei fatta homai non pur sicura
ma nobil donna di negletta ancilla,
al nuovo Alcide tuo lieto procura
d'intagliar marmi e d'inalzar trophei,
che da barbari mostri ti assicura,
tu per lui grande e venerabil sei.