XI

By Francesco Bolognetti

Un medesmo pensier credo che fosse,

dotto Giraldo, quel, s'io non m'inganno,

che a far poema heroico ambo ne mosse,

percioché i thoschi in fino ad hor non hanno

Marte cantato con heroici carmi,

ma rozzi e inculti fra i romanzi stanno.

Quel vostro, che cantò gli amori e l'armi

de i Galli erranti, andar cinto d'alloro

senza ragione (al mio giudicio parmi).

Colui non men, che senza alcun decoro,

trovate nuove lettre, al fin d'Homero

colse lo sterco e non conobbe l'oro.

Di Giron lo scrittor forse il pensiero

hebbe lontan di voler gire a quella

meta, ch'io dico, e prese altro sentiero.

Molti son di parer che la favella

thosca solo in mostrar d'amor gli affetti

basti, e sia dolce al par d'ogni altra e bella,

ma che a voler cantar gli alti soggetti

del fero Marte, al segno non arriva,

sian quanto voglian gli scrittori eletti.

E dicon ch'ella è d'assai voci priva,

onde esprimer si possa un certo ardore,

s'avvien ch'ira o minaccie alcun descriva.

Io tengo che costor siano in errore,

per quel, c'ho già d'alcun veduto prova,

d'alcun che anchor non scopre il suo valore.

Quanto, o Giraldo, mi diletta e giova

pensando a questa, che i nostr'avi in culla

videro, e in fascie ne l'età sua nova,

e i nostri padri tenera fanciulla;

noi la veggiam cresciuta in breve tanto,

che a sua perfettion non manca nulla,

e con sì dolce, e con sì altero canto

concorde al suon di tromba o di siringa,

già d'Europa rimbomba in ogni canto.

Qual'è che ben come costei depinga

gli affetti interni a gli occhi nostri inante

quando amor ne traffigge, o ne lusinga?

O qual si trova più di lei bastante

cantar di Pan, di Cerere e di Marte

l'armi, l'aratro e l'humil greggia errante?

De gli alti Dei le lodi a parte a parte

canta felicemente, e de gli heroi

di cui già piene son tutte le carte.

Se questa nostra età, se i vitii suoi,

hor cinta il pie' di socco hor di coturno,

traffigga e morda, io ne dimando a voi,

o se de la gran figlia di Saturno

può dir gli sdegni e l'ire; o d'Eolo quando

scioglie Coro, Aquilone, Austro e Vulturno.

Tra me la notte e il dì dunque pensando

quanto la thosca lingua sia perfetta,

dicea in tal guisa a me stesso parlando:

così sapess'io dir, com' esser detta

puot' ella, e molta maraviglia hebb'io

ch'heroicamente a dir nessun si metta.

Onde nel cor mi nacque alto desio

far di me stesso prova, e saper come

mi fosse amica Euterpe, Urania e Clio.

Dunque non già per far noto il mio nome,

né in parte alcuna a qual si voglia offesa,

né per ornarmi d'hedera le chiome,

ma solo hebbi a mostrar la mente intesa

quanto l'esser fedel, l'usar pietade

merto e loda n'apporte in ogni impresa.

Et una Donna, honor di questa etade,

in cui Giove dal ciel sì largo infuse

virtù, senno, valor, gratia e beltade,

cantai sotto altrui nome, e da le Muse,

se in tutto non mi fur le porte aperte,

non mi fur' anco a tutte l'hore chiuse,

e nel salir le strade anguste et erte

mi ristoraro, in porgermi la mano,

de le fatiche in fino alhor sofferte.

Così (la mercié lor) poco lontano

dal terzo essend'io già del mio viaggio,

fu chi mi disse: “Ogni tuo sforzo è vano,

poi che il Giraldo, sì facondo e saggio,

per la medesma via ratto si pone,

e con gran lena ogni hor prende vantaggio.”

Ond'io, sapendo in quanta opinione

del mondo siate, e che al vostro alto metro

cede ogni miglior thosco, e con ragione,

sì come a ricca gemma cede il vetro,

o virgulto, o cespuglio a cerro, a pino,

conchiusi al tutto di tornare indietro.

Dunque, o Giraldo, voi, cui sì divino

spirito infuse il ciel, deh, non rompete,

ma seguite il già preso alto camino.

Voi solo a questa età, salir potete

l'altero monte e giugnere a quel segno

dove null'altro anchor giunto vedete.

Io non sol d'alto stil, d'arte e d'ingegno

vi cedo e di dottrina e di prudenza,

ma di più bel soggetto e di più degno.

Dir non si può, né imaginar, che senza

quel celeste fervor, che già v'ho detto,

o senza l'infallibil providenza,

sì bel pensier vi fosse entrato in petto

di cantar l'opre del figliuol di Giove:

o sol di tanto stil degno soggetto!

Dinanzi a gli occhi un specchio havete, dove

si pon le vere sue sembianze fide

scorger da tutti, e quante mai fe' prove.

Quest'è il vostro Signor, di cui non vide

il sol, né vedrà mai più saggio e forte:

o nuovo, o invitto, o glorioso Alcide!

Tu solo a la giustitia apri le porte,

e il lume tuo, ch'ogni altro lume ammorza,

via più chiaro sarà dopo la morte.

Che pensate esser voi sotto la scorza

di tante fere, e di tai mostri uccisi

con sì mirabil sopra humana forza?

Quei capi, che da lui tronchi e divisi

da l'Hidra furo, e quel Leon Nemeo,

e quei Giganti con sì strani visi,

l'Apro e Diomede, e coi fratelli Argeo,

Phasi, Acheloo, Thermodoonte, Eveno,

Cacco e Busiri, e Gerione e Antheo.

Con tutto ciò, di che ogni libro è pieno,

sol voglion dimostrar c'Hercol moderno

al mondo giova e pone a i vitii freno.

E come a vero suo figliuol, l'eterno

Giove sempre virtù dal Ciel gli instilla

per far che immortal viva in sempiterno.

O felice città, che sì tranquilla

siedi, e sei fatta homai non pur sicura

ma nobil donna di negletta ancilla,

al nuovo Alcide tuo lieto procura

d'intagliar marmi e d'inalzar trophei,

che da barbari mostri ti assicura,

tu per lui grande e venerabil sei.