XI
O fra tante procelle invitta e chiara
anima gloriosa, a cui Fortuna
dopo sì lunghe offese alfin si rende,
e benché da le fasce e da la cuna
tarda venisse a te sempre et avara
né corra ancor quanto il dever si stende,
pur fra se stessa danna oggi e riprende
la ingiusta guerra e del su' error si pente,
quasi già d'esser cieca or si vergogni;
onde, perché tardando non si agogni
tra speranze dubbiose, inferme e lente,
benigna ti consente
la terra e 'l mar con salda e lunga pace,
ché raro alta virtù sepolta giace.
Ecco che 'l gran Nettuno e le compagne
de la bella Anfitrite e 'l vecchio Glauco
sotto al tuo braccio omai quieti stanno;
e con un suon soavemente rauco
per le spumose e liquide campagne
sovra a pesci frenati ignudi vanno
ringraziando natura, il giorno e l'anno
che a sì raro destino alzaron l'onde;
tal che Protèo, ben che si pòsi o dorma,
più non si cangia di sua propria forma,
ma in su gli scogli assiso, ove el s'asconde,
chiaramente risponde
a chi il dimanda, senza laccio o nodo,
e de' tuoi fati parla in cotal modo:
— Questi che qui dal ciel per grazia venne
sotto umana figura a far il mondo
di sue virtuti e di sua vista lieto,
empierà di sua fama a tondo a tondo
l'immensa terra, e di sé mille penne
lascerà stanche e tutto il sacro ceto;
sì che Parnaso mai nel suo laureto
non sentì risonar sì chiaro nome
né far d'uom vivo mai tanta memoria,
né con tal pregio, onor, trionfo e gloria,
dopo vittoriose e ricche some,
vide mai cinger chiome
di verde fronda, come il dì ch'io parlo,
ché 'l cielo a tanto ben volse servarlo.
Ben provide a' dì nostri il Re superno,
quando a tanto valor tanta beltade,
per adornarne il mondo, inseme aggiunse.
Felice, altera e gloriosa etade,
degna di fama e di preconio eterno,
che di nostra aspra sòrte il ciel compunse,
e per cui sola il vizio si disgiunse
da' petti umani, e sola virtù regna,
riposta già nel proprio seggio antico,
onde gran tempo quello suo nemico
la tenne in bando, e ruppe ogni sua insegna!
Or, onorata e degna,
dimostra ben, che se in esilio visse,
le leggi di là su son certe e fisse.
Chi potrà dir, fra tante aperte prove
e fra sì manifesti e veri esempi,
che de le cose umane il ciel non cure
Ma il viver corto e 'l variar de' tempi,
e le stelle, qui tarde e preste altrove.
fan che la mente mai non si assecure
a questo, e le speranze e le paure
(sì come ognun del suo veder si inganna)
tiran il cor, che da se stesso è ingordo,
a creder quel che 'l voler cieco e sordo
più li consiglia e più gli occhi li appanna;
e poi fra sé condanna,
no 'l proprio error, ma il cielo e l'alte stelle,
che sol per nostro ben son chiare e belle.
Oh qual letizia fia per gli alti monti,
se a' Fauni mai tra le spelunche e i boschi
arriva il grido di sì fatti onori!
Usciran di suoi nidi ombrosi e foschi
le vaghe Ninfe, e per le rive e i fonti
spargeran di sue man divini odori;
in tutti i tronchi, in tutte l'erbe e i fiori
scriveran gli atti e l'opre alte e leggiadre,
che 'l faran vivo oltra mille anni in terra
e se in antiveder l'occhio non erra,
tosto fia lieta questa antica madre
d'un tal marito e padre
più che Roma non fu de' buoni Augusti,
ché 'l ciel non è mai tardo a' preghi giusti.
Benigni fati, che a sì lieto fine
scorgete il mondo e i miseri mortali
e li degnate di più ricco stame,
se mitigar cercate i nostri mali
e risaldar li danni e le ruine,
acciò che più ciascun vi pregi et ame,
fate, prego, che 'l cielo a sé non chiame,
fin che natura sia già vinta e stanca,
questi che è de virtù qui solo esempio;
ma di sue lodi in terra un sacro tempio
lasce poi ne la età matura e bianca;
ché, se la carne manca,
rimanga il nome. - E così detto, tacque,
e lieve e presto si gettò ne l'acque.
Su l'onde salse, fra' beati scogli
andrai, canzon; ché 'l tuo signore e mio
ivi del nostro ben pensoso siede.
Bascia la terra e l'uno e l'altro piede,
e vergognosa escusa il gran desio
che mi ha spronato, onde io
di dimostrar il core ardo e sfavillo
al mio gran Scipione, al mio Camillo.