XI
Quegli occhi ornati di mestitia e riso,
quel fronte grave di costume e fede,
quel ragionar prudente e pien d'amore,
quella semplice astutia in quel sospecto,
quel servir ostinato, quello sdegno,
que' vezzosi talora in pruova crucci,
e quelle dolce pace doppo i crucci,
e quelle lacrimette infra quel riso,
e sùbbito scordarsi ogni gran sdegno,
e rannodar fra noi più intera fede,
scoprendo ed odïando ogni sospecto,
poi darsi a gara a meditare amore,
quei sguardi, quei suspiri, quello amore,
quel presentarci or lieti, or pien' di crucci,
quel senza fine in noi vano sospecto,
quei furtivi e cuperti cenni e riso,
quel pregar tanto l'amorosa fede,
quel' arrossire e impalidir di sdegno,
e quel pentirsi d'ogni stracco sdegno
arme furono e lacci, con che Amore
mi prese e vinse servo a tanta fede.
Piansi più anni i miei e gli altrui crucci,
adorando quell'occhi, e labbra, e riso,
onde, oimè, spesso in noi ardeo sospecto.
Ma ove quivi in me grave sospecto,
o pensier dur, o alcun premeami sdegno,
un lieto salutare, un dolce riso
finiva ogni tristezza; ed ora Amore
mille sospecti in me con sdegni e crucci
in un momento aduna, e cresce fede.
Quanto io più ardo, l'amorosa fede
più sente, ma men cura, ombre e sospecto;
e son qui fiamme li passati crucci.
L'eterno mio dolore e l'altrui sdegno
qual maggior fanno el mio tormento! E Amore,
aimè, poi quivi non prestami un riso.
Lungi da gli occhi, Amore, onde quel riso
in me nutriva fede infra 'l sospecto,
piango mie sdegno e castigo i mie' crucci.