XII. POEMETTO ANACREONTICO.

By Vincenzo Monti

Un industre acheo pittore

A ragion dipinse Amore

Non già inerme fanciulletto

Pauroso semplicetto,

Ma coll'ale e coll'incarco

Di turcasso strali ed arco;

Armi acute rilucenti,

Armi tutte onnipossenti,

E ministre di trofei

Sopra gli uomini e gli dèi.

Quindi ei vago e stilibondo

Di dar cruccio a tutto il mondo,

Cieco dio di voglie instabili,

Batte i vanni infaticabili;

E qua e là saetta e punge

Quanti cor per via raggiunge;

Ed allor che il pensi meno

Ei t'arriva e t'apre il seno.

Ma non serba quel tiranno

La misura in far del danno.

Prima sparge l'infedele

Su le piaghe un po' di mèle;

Poi dà mano ad un vasetto

Pien di tôsco maledetto

Che per nostra disventura

Porta appeso alla cintura,

E lo stilla notte e dì

Sopra i cuori che ferì.

Ah crudele ingiusto nume!

S'hai sì barbaro costume,

E chi mai ti chiamerà

Un'amabil deità?

Ma tre volte avventurato,

Se a gustar m'avessi dato

Senza fiel senza amarezze

Le soavi tue dolcezze!

Ma più ratto d'un momento

Nacque e sparve il mio contento.

Una ninfa eridanina

Di sembianza pellegrina,

Che palesa quanto belle

Sian del Po le pastorelle;

Una ninfa dolce dolce

Ch'ogni cuor rapisce e molce;

Con un ciglio che può fare

Tigri ed orsi innamorare,

Ciglio nero rubatore,

Mi legò mi tolse il cuore:

Ed a pena la guardai

Che mi piacque, ch'io l'amai;

Anzi parve ch'io l'amassi

Prima ancor che la guardassi.

Mentre io fiso la mirava;

Ovunqu'ella indirizzava

Delle luci il bel sereno,

Ivi i fiori all'erbe in seno

Rugiadoso il capo alzavano

E più vaghi diventavano,

Desíosi d'essere tocchi

Dal chiaror di quei begli occhi.

L'aere istesso a lei d'intorno

Scintillar vedeasi, adorno

Di faville tremolanti

Che spargea da' bei sembianti

Questa cara benedetta

Vezzosissima angioletta.

E frattanto i venticelli

Correan giù dagli arbuscelli

A lambirle lievemente

Or la bocca sorridente

Or le guance porporine

Or le trecce del bel crine,

Ben mostrando ai molli fiati

D'esser tutti innamorati

Di quel vago e gentil viso

Che fea in terra un paradiso.

A tal vista, oh come mai

Sospirando anch'io bramai

Di cangiarmi in qualche auretta

Per volare su la vetta

Di quei labbri, ivi accogliendo

Tutta l'alma, e confondendo

Co' suoi placidi respiri

Il calor de' miei sospiri!

Ma, quand'ella in dolci guise

Riguardommi e poi sorrise,

A quel guardo, a quel sorriso

Ch'anche un serpe avría conquiso,

I nervetti più sottili

E le fibre più gentili

Con tremor soave e caro

Per le membra s'agitaro.

A quell'impeto, a quel moto,

Poi che insolito ed ignoto

Fino all'alma penetrò,

Ogni forza mi mancò;

E su i piedi vacillando

E tremando e palpitando

Di morire io mi credetti

Nel pugnar di tanti affetti.

Cento volte io volli dirle,

— Bella, io t'amo: — e poi scoprirle

La mia lingua in van tentò

Il desío che m'infiammò;

Chè la voce in su l'uscita

Cento volte impaurita

Palesarsi non ardì

E sul labbro mi morì,

O cangiossi in un sospiro

Testimon del mio martiro.

Alfin senza nulla dire,

Pien di tema e insiem d'ardire,

Al mio ben m'avvicinai,

E al suo fianco mi posai.

Ci guardammo: e in que' dolcissimi

Cari sguardi languidissimi

Col silenzio mille cose

Disser l'anime amorose.

Mentre muto io non sapea

Aprir labbro e mi credea

D'aver tronca la favella,

— Perchè tanto, alfin diss'ella,

Tu mi guardi, e il core in petto

Ti sospira, o giovinetto? —

— Bella ninfa, io rispondei,

Anch'io forse ti vedrei

Sospirar, se un sol momento

Tu provassi quel ch'io sento. —

Ella rise, e si compiacque

D'ascoltar ch'io l'amo, e tacque:

Poi mi diede un porporino

Ben tessuto fiorellino,

Ch'io baciai di amor ripieno

Mille volte o poco meno:

E la man che mel donò

Sul mio petto l'adattò,

Ove ascoso il porto ancora

Per portarlo infin ch'io mora.

Volli anch'io di fede in pegno

Del mio amor lasciarle un segno;

Ed in cambio di quel fiore

Le donai, non mica il core,

Chè due volte non potea

Darlo a lei che già il tenea,

Ma un bel nastro variato

Di colore delicato;

E la sorte oh quanto mai

Del mio nastro invidiai!

Quando il prese e poi legollo

Al ritondo eburneo collo.

Crudo Amore, Amor ingrato;

Ahi! che troppo fortunato

In quel punto io ti parea,

Se una mano ingiusta e rea

Non spargeva i tuoi tormenti

Sul più bel de' miei contenti.

Oh contenti, oh rimembranze,

Oh dilette mie speranze!

V'ho perdute, e non son morto

D'amarezza e di sconforto?

Giacchè sparso d'orror fosco

Tutto intorno tace il bosco,

E la mesta aura romita

Solo a piangere n'invita;

Occhi miei, che far volete

Se qui dunque non piangete?

L'idol mio non è più mio,

Chè un rival me lo rapìo.

Solitudini secrete,

Selve tetre ed inamene,

Qual ristoro mi darete

Senza il volto del mio bene?

Voi che siete e che son io

Senza il caro idolo mio?

Ah, se mai tra queste spesse

Piante amiche il piè volgesse

L'indiscreto invidioso

Turbator del mio riposo;

Già non chieggo che a' miei prieghi

La vostr'ombra a lui si nieghi,

Che per lui tra sassi l'onda

Roco e mesto il suon diffonda,

O che il vento e gli antri bui

Sian funesti ai sonni sui;

Chieggo solo che a lui stesso

Qualche tronco di cipresso

Dica il pianto che distilla

L'una e l'altra mia pupilla,

Dica il duol che si fa gioco

Del mio core, e a poco a poco

Dai tormenti indebolita

Fa mancarmi in sen la vita;

Come soffio di leggiero

Venticello passeggiero,

Che calando dalle cupe

Grotte alpestri d'una rupe

In suon basso e moribondo

Fra la tenebra notturna

Va a disperdersi nel fondo

D'una valle taciturna.

Ma che giovan le querele,

Se l'affanno mio crudele

Diventò lo schermo acerbo

Del nemico mio superbo?

Che non fece e non tentò,

E qual'arte risparmiò

Quel rival, per tôrmi, oh Dio!,

La mia speme e l'amor mio?

Ei garzon di bell'aspetto

(E lo dico a mio dispetto);

C'ha due rose su le guance,

E negli occhi tien due lance

Onde far strage e ruina

D'ogni bella madamina;

C'ha le ciocche dei capelli

Ben disposte in torti anelli,

Ove Amor con reti e piaghe

Guasta il cor di tante vaghe;

Che sul labbro ha sempre i favi

D'eloquenza i più soavi,

Mescolati alle natìe

Veneziane furberìe;

Egli vide (oh giorno, oh vista

Per me sempre amara e trista!)

Della ninfa il bel sembiante,

E restonne anch'egli amante;

E giurò due volte o tre

Pe' suoi ricci e pel tupè

Di voler senza dimore

Conquistarsi ancor quel core.

Colla brama e col talento

D'adempire il giuramento

Alzò al ciel devoto i lumi

Invocando tutti i numi;

Ma le preci rivolgea

Sopra tutto a Citeréa

E al suo figlio che difende

Degli amanti le vicende.

Quindi all'uno e all'altra insieme,

Coraggioso e pien di speme,

Già fatt'emulo e seguace

Di quel chiaro inglese audace

Che con forbici improvvise

Di Belinda il crin recise,

Di Belinda il crin che poi

Pianser tanto i Silfi suoi;

Nella stanza ai riti eletta

Della lucida toletta,

Fra manteche fra pastiglie

E d'aranci e di giunchiglie,

Fra tinture fra vasetti

Specchi polveri e fiocchetti,

Sopra un terso tavolino

Tosto innalza un altarino

Fabbricato di amorosi

Sei romanzi spiritosi

Fertilissimi di strane

Novellette oltramontane;

Poi su questi riverente

Pone un guanto gentilmente

Un ventaglio due merletti

E due fini manichetti

E altri arnesi guadagnati

Negli amor dei tempi andati.

Ben disposte queste cose,

Con tre lettere amorose

L'ara accende; e pien d'affetto

Dal profondo del suo petto

Esalando con tre fiati

Tre sospiri appassionati,

Cresce il foco; che bel bello

Tutto investe l'altarello.

Poscia, umìle inginocchiandosi

E le mani incrocicchiandosi,

Formò questi preghi ardenti:

— O delizia de' viventi,

Dea gentil che accende i petti

De' leggiadri giovinetti,

E maestra ognor di vari

Tradimenti necessari

Assottigli il capo infido

De' seguaci di Cupido;

E tu vago garzoncello,

Della madre non men bello,

Che ti pasci di spergiuri

E di fervidi scongiuri,

Ingannando le ritrose

Donzellette timorose;

Se il mio volto ha mai saputo

Per vostr'opra e vostro aiuto

Cento donne innamorare;

Se mai feci spasimare

Di furor di gelosia

La sconvolta fantasia

Dei mariti vigilanti,

Che stan sempre palpitanti

Sul periglio delle spose

Troppo amabili e vezzose;

Se volubile e incostante

Sempre fui di tutte amante,

E adorai la deità

Della bella infedeltà;

Se per vostro onor pugnai,

E pugnando trionfai;

Chieggo e prego a voi rivolto

Che aumentar non mi sia tolto

Coll'acquisto di costei

Lo splendor de' miei trofei. —

Così disse: e Amor l'udia

Della madre in compagnia,

E ridendo gli accordò

La preghiera; e poi spruzzò

Su la fronte e su le gote

Del devoto sacerdote

Una scelta quintessenza

Di bei vezzi e di avvenenza;

E dettògli indi un cortese

Complimento alla francese,

Con cui lieto alfin dovea

Presentarsi alla sua dea.

Di quest'armi egli si valse,

E con queste alfin l'assalse.

Ella intanto a'suoi lamenti

Sciolse il labbro in questi accenti:

— Dolci aurette che spirate,

Deh temprate

Il mio duol l'affanno mio;

Chè così non posso, oh dio!,

Questa vita sostener. —

Alle note sue dogliose

Per pietà l'eco rispose;

E l'aurette sussurranti

S'agitaro a lei davanti

Per temprarle gli affannosi

Crudi ardori tormentosi.

Ella intanto i suoi lamenti

Rinnovò con questi accenti:

— Non so dir se pena sia

Quel ch'io provo, o sia contento:

Ma se pena è quel ch'io sento,

Oh che amabile penar!

È un penar che mi consola,

Che m'invola ogn'altro affetto,

Che mi desta un nuovo in petto

Ma soave palpitar. —

In tal guisa ella cantò,

E qui tacque e sospirò.

E il garzon che vinto avea,

Ringraziando Citeréa,

— Altro, disse, or più non voglio: —

E lo disse con orgoglio.

Crudelissima Amarille,

Tu le chete ore tranquille

De' miei giorni intorbidasti,

Poi nel pianto mi lasciasti;

Tu non pensi ai mali miei,

E pietosa più non sei:

Ma io non posso abbandonarti

Benchè ingrata; e voglio amarti

Finch'io vivo; e t'amerò

Quando morto ancor sarò.