XII. POEMETTO ANACREONTICO.
Un industre acheo pittore
A ragion dipinse Amore
Non già inerme fanciulletto
Pauroso semplicetto,
Ma coll'ale e coll'incarco
Di turcasso strali ed arco;
Armi acute rilucenti,
Armi tutte onnipossenti,
E ministre di trofei
Sopra gli uomini e gli dèi.
Quindi ei vago e stilibondo
Di dar cruccio a tutto il mondo,
Cieco dio di voglie instabili,
Batte i vanni infaticabili;
E qua e là saetta e punge
Quanti cor per via raggiunge;
Ed allor che il pensi meno
Ei t'arriva e t'apre il seno.
Ma non serba quel tiranno
La misura in far del danno.
Prima sparge l'infedele
Su le piaghe un po' di mèle;
Poi dà mano ad un vasetto
Pien di tôsco maledetto
Che per nostra disventura
Porta appeso alla cintura,
E lo stilla notte e dì
Sopra i cuori che ferì.
Ah crudele ingiusto nume!
S'hai sì barbaro costume,
E chi mai ti chiamerà
Un'amabil deità?
Ma tre volte avventurato,
Se a gustar m'avessi dato
Senza fiel senza amarezze
Le soavi tue dolcezze!
Ma più ratto d'un momento
Nacque e sparve il mio contento.
Una ninfa eridanina
Di sembianza pellegrina,
Che palesa quanto belle
Sian del Po le pastorelle;
Una ninfa dolce dolce
Ch'ogni cuor rapisce e molce;
Con un ciglio che può fare
Tigri ed orsi innamorare,
Ciglio nero rubatore,
Mi legò mi tolse il cuore:
Ed a pena la guardai
Che mi piacque, ch'io l'amai;
Anzi parve ch'io l'amassi
Prima ancor che la guardassi.
Mentre io fiso la mirava;
Ovunqu'ella indirizzava
Delle luci il bel sereno,
Ivi i fiori all'erbe in seno
Rugiadoso il capo alzavano
E più vaghi diventavano,
Desíosi d'essere tocchi
Dal chiaror di quei begli occhi.
L'aere istesso a lei d'intorno
Scintillar vedeasi, adorno
Di faville tremolanti
Che spargea da' bei sembianti
Questa cara benedetta
Vezzosissima angioletta.
E frattanto i venticelli
Correan giù dagli arbuscelli
A lambirle lievemente
Or la bocca sorridente
Or le guance porporine
Or le trecce del bel crine,
Ben mostrando ai molli fiati
D'esser tutti innamorati
Di quel vago e gentil viso
Che fea in terra un paradiso.
A tal vista, oh come mai
Sospirando anch'io bramai
Di cangiarmi in qualche auretta
Per volare su la vetta
Di quei labbri, ivi accogliendo
Tutta l'alma, e confondendo
Co' suoi placidi respiri
Il calor de' miei sospiri!
Ma, quand'ella in dolci guise
Riguardommi e poi sorrise,
A quel guardo, a quel sorriso
Ch'anche un serpe avría conquiso,
I nervetti più sottili
E le fibre più gentili
Con tremor soave e caro
Per le membra s'agitaro.
A quell'impeto, a quel moto,
Poi che insolito ed ignoto
Fino all'alma penetrò,
Ogni forza mi mancò;
E su i piedi vacillando
E tremando e palpitando
Di morire io mi credetti
Nel pugnar di tanti affetti.
Cento volte io volli dirle,
— Bella, io t'amo: — e poi scoprirle
La mia lingua in van tentò
Il desío che m'infiammò;
Chè la voce in su l'uscita
Cento volte impaurita
Palesarsi non ardì
E sul labbro mi morì,
O cangiossi in un sospiro
Testimon del mio martiro.
Alfin senza nulla dire,
Pien di tema e insiem d'ardire,
Al mio ben m'avvicinai,
E al suo fianco mi posai.
Ci guardammo: e in que' dolcissimi
Cari sguardi languidissimi
Col silenzio mille cose
Disser l'anime amorose.
Mentre muto io non sapea
Aprir labbro e mi credea
D'aver tronca la favella,
— Perchè tanto, alfin diss'ella,
Tu mi guardi, e il core in petto
Ti sospira, o giovinetto? —
— Bella ninfa, io rispondei,
Anch'io forse ti vedrei
Sospirar, se un sol momento
Tu provassi quel ch'io sento. —
Ella rise, e si compiacque
D'ascoltar ch'io l'amo, e tacque:
Poi mi diede un porporino
Ben tessuto fiorellino,
Ch'io baciai di amor ripieno
Mille volte o poco meno:
E la man che mel donò
Sul mio petto l'adattò,
Ove ascoso il porto ancora
Per portarlo infin ch'io mora.
Volli anch'io di fede in pegno
Del mio amor lasciarle un segno;
Ed in cambio di quel fiore
Le donai, non mica il core,
Chè due volte non potea
Darlo a lei che già il tenea,
Ma un bel nastro variato
Di colore delicato;
E la sorte oh quanto mai
Del mio nastro invidiai!
Quando il prese e poi legollo
Al ritondo eburneo collo.
Crudo Amore, Amor ingrato;
Ahi! che troppo fortunato
In quel punto io ti parea,
Se una mano ingiusta e rea
Non spargeva i tuoi tormenti
Sul più bel de' miei contenti.
Oh contenti, oh rimembranze,
Oh dilette mie speranze!
V'ho perdute, e non son morto
D'amarezza e di sconforto?
Giacchè sparso d'orror fosco
Tutto intorno tace il bosco,
E la mesta aura romita
Solo a piangere n'invita;
Occhi miei, che far volete
Se qui dunque non piangete?
L'idol mio non è più mio,
Chè un rival me lo rapìo.
Solitudini secrete,
Selve tetre ed inamene,
Qual ristoro mi darete
Senza il volto del mio bene?
Voi che siete e che son io
Senza il caro idolo mio?
Ah, se mai tra queste spesse
Piante amiche il piè volgesse
L'indiscreto invidioso
Turbator del mio riposo;
Già non chieggo che a' miei prieghi
La vostr'ombra a lui si nieghi,
Che per lui tra sassi l'onda
Roco e mesto il suon diffonda,
O che il vento e gli antri bui
Sian funesti ai sonni sui;
Chieggo solo che a lui stesso
Qualche tronco di cipresso
Dica il pianto che distilla
L'una e l'altra mia pupilla,
Dica il duol che si fa gioco
Del mio core, e a poco a poco
Dai tormenti indebolita
Fa mancarmi in sen la vita;
Come soffio di leggiero
Venticello passeggiero,
Che calando dalle cupe
Grotte alpestri d'una rupe
In suon basso e moribondo
Fra la tenebra notturna
Va a disperdersi nel fondo
D'una valle taciturna.
Ma che giovan le querele,
Se l'affanno mio crudele
Diventò lo schermo acerbo
Del nemico mio superbo?
Che non fece e non tentò,
E qual'arte risparmiò
Quel rival, per tôrmi, oh Dio!,
La mia speme e l'amor mio?
Ei garzon di bell'aspetto
(E lo dico a mio dispetto);
C'ha due rose su le guance,
E negli occhi tien due lance
Onde far strage e ruina
D'ogni bella madamina;
C'ha le ciocche dei capelli
Ben disposte in torti anelli,
Ove Amor con reti e piaghe
Guasta il cor di tante vaghe;
Che sul labbro ha sempre i favi
D'eloquenza i più soavi,
Mescolati alle natìe
Veneziane furberìe;
Egli vide (oh giorno, oh vista
Per me sempre amara e trista!)
Della ninfa il bel sembiante,
E restonne anch'egli amante;
E giurò due volte o tre
Pe' suoi ricci e pel tupè
Di voler senza dimore
Conquistarsi ancor quel core.
Colla brama e col talento
D'adempire il giuramento
Alzò al ciel devoto i lumi
Invocando tutti i numi;
Ma le preci rivolgea
Sopra tutto a Citeréa
E al suo figlio che difende
Degli amanti le vicende.
Quindi all'uno e all'altra insieme,
Coraggioso e pien di speme,
Già fatt'emulo e seguace
Di quel chiaro inglese audace
Che con forbici improvvise
Di Belinda il crin recise,
Di Belinda il crin che poi
Pianser tanto i Silfi suoi;
Nella stanza ai riti eletta
Della lucida toletta,
Fra manteche fra pastiglie
E d'aranci e di giunchiglie,
Fra tinture fra vasetti
Specchi polveri e fiocchetti,
Sopra un terso tavolino
Tosto innalza un altarino
Fabbricato di amorosi
Sei romanzi spiritosi
Fertilissimi di strane
Novellette oltramontane;
Poi su questi riverente
Pone un guanto gentilmente
Un ventaglio due merletti
E due fini manichetti
E altri arnesi guadagnati
Negli amor dei tempi andati.
Ben disposte queste cose,
Con tre lettere amorose
L'ara accende; e pien d'affetto
Dal profondo del suo petto
Esalando con tre fiati
Tre sospiri appassionati,
Cresce il foco; che bel bello
Tutto investe l'altarello.
Poscia, umìle inginocchiandosi
E le mani incrocicchiandosi,
Formò questi preghi ardenti:
— O delizia de' viventi,
Dea gentil che accende i petti
De' leggiadri giovinetti,
E maestra ognor di vari
Tradimenti necessari
Assottigli il capo infido
De' seguaci di Cupido;
E tu vago garzoncello,
Della madre non men bello,
Che ti pasci di spergiuri
E di fervidi scongiuri,
Ingannando le ritrose
Donzellette timorose;
Se il mio volto ha mai saputo
Per vostr'opra e vostro aiuto
Cento donne innamorare;
Se mai feci spasimare
Di furor di gelosia
La sconvolta fantasia
Dei mariti vigilanti,
Che stan sempre palpitanti
Sul periglio delle spose
Troppo amabili e vezzose;
Se volubile e incostante
Sempre fui di tutte amante,
E adorai la deità
Della bella infedeltà;
Se per vostro onor pugnai,
E pugnando trionfai;
Chieggo e prego a voi rivolto
Che aumentar non mi sia tolto
Coll'acquisto di costei
Lo splendor de' miei trofei. —
Così disse: e Amor l'udia
Della madre in compagnia,
E ridendo gli accordò
La preghiera; e poi spruzzò
Su la fronte e su le gote
Del devoto sacerdote
Una scelta quintessenza
Di bei vezzi e di avvenenza;
E dettògli indi un cortese
Complimento alla francese,
Con cui lieto alfin dovea
Presentarsi alla sua dea.
Di quest'armi egli si valse,
E con queste alfin l'assalse.
Ella intanto a'suoi lamenti
Sciolse il labbro in questi accenti:
— Dolci aurette che spirate,
Deh temprate
Il mio duol l'affanno mio;
Chè così non posso, oh dio!,
Questa vita sostener. —
Alle note sue dogliose
Per pietà l'eco rispose;
E l'aurette sussurranti
S'agitaro a lei davanti
Per temprarle gli affannosi
Crudi ardori tormentosi.
Ella intanto i suoi lamenti
Rinnovò con questi accenti:
— Non so dir se pena sia
Quel ch'io provo, o sia contento:
Ma se pena è quel ch'io sento,
Oh che amabile penar!
È un penar che mi consola,
Che m'invola ogn'altro affetto,
Che mi desta un nuovo in petto
Ma soave palpitar. —
In tal guisa ella cantò,
E qui tacque e sospirò.
E il garzon che vinto avea,
Ringraziando Citeréa,
— Altro, disse, or più non voglio: —
E lo disse con orgoglio.
Crudelissima Amarille,
Tu le chete ore tranquille
De' miei giorni intorbidasti,
Poi nel pianto mi lasciasti;
Tu non pensi ai mali miei,
E pietosa più non sei:
Ma io non posso abbandonarti
Benchè ingrata; e voglio amarti
Finch'io vivo; e t'amerò
Quando morto ancor sarò.