XII
Poi che lieta Fortuna e 'l ciel favente,
l'eterno Iddio benigno e grazioso
tanto a quest'alma patria esser si vede,
genuflesso, le man, gli occhi e la mente,
o popul fiorentin sì glorïoso,
liev'alto a Quello ond'ogni ben procede,
e delle grazie che lui ti concede
lodal per sempre, ringrazia e adora,
col core il nome suo grolificando,
te sempre dimostrando
grata de' benifici c'hai da lui,
veggendo il sormontar che fai ognora;
ch'ognindì più rinfiora
tuo gran potenza dominando altrui.
E se ben guardi cui,
stupefatto vedrai che tanto bene
non senza grazia e divin don ti viene.
O cittadin, di cotal madre figli,
ch'esser si vede a tutto 'l mondo specchio,
il mio fedel parlar, per dio, gustate,
degno ricordo al cansarvi e perigli.
Veduto che a' mie dì, ché non son vecchio,
centuplicar v'ho visti in degnitate,
guardando a' luoghi e le terre acquistate
in questo tempo, i' penso qual cagione
al domin vostro soggiacer le face,
o per guerre o per pace.
Sopra venuto chiaramente veggio,
nato dal proprio amor, divisïone,
che, per ambizione
di soprastare, a molti ha tolto il seggio,
del ben cadendo al peggio.
E quinci son le disvïate gregge
sommesse a chi più può o che me' regge.
S'i' dico il vero, il testimoni Arezzo,
le cui tante discordie sotto il giogo
vostro condussor, benché dolce e leve
stato li sia, ch'or gli è lenato il vezzo
ch'avea d'andare a sacco ognindì in luogo,
collo spander di sangue assai più greve.
Quivi apresso è Cortona, ch'a dir breve
Luigi il Gobbo da Casal ne diede
usando nel suo sangue tal magagna,
parte della Romagna
con gli Ubertini e così Lunigiana.
Solo per questo Pisa si possiede,
che si comprende e vede
quanto già glorïosa fu in Toscana
suo potenza lontana;
non pure intorno a sé sai quanto valse:
donna e regina fu dell'onde salse.
Po' ne' mie dì, per division far segno,
de' Gambacorti, Agnel, d'Appian, del Duca
dove condotti son dir non bisogna;
ma lasciàn de' tu' acquisti ognun sì degno,
se fai che 'n te giustizia sempre luca.
E pel contrario l'altrui gran vergogna
trattian. Di', non vid'io, tu 'l sai, Bologna
quattro volte in un dì voltare stato,
senza che prima e poi molte fïate
mutar suo facultate
ora in questo or in quel? L'han soggiogata
con numero infinito smozzicato.
Questo avien che 'l privato
forza contra ragion prende, o gli è data
da questo annicchilata
ogni qualunque patria più potente.
E guai a chi del mal tardi si pente!
Quanti regni, province, luoghi e terre
venuti sono all'ultimo esterminio
non per altra cagion che per discordia,
cui non poté mai forze d'altrui guerre
abbatter lor governo e lor dominio,
mentre ch'al comun ben fùr di concordia.
Di qui, per grazia e per misericordia
di voi medesmi, allegasi e ricordi
dell'alta Roma in che grandezza venne,
mentre caro si tenne
ne' suoi liber buon figli il ben comune
e non qual del privato poi s'ingordi.
Per dio, siate concordi
al tirar tutti uniti a una fune;
e l'altrui ree fortune
vi faccin lume al ben ch'i' dico attendere,
ché mai poi per gnun caso si può scendere.
Le predette discordie assiser Troia,
Tebe e Attene e di Sicilia el regno,
pianse Cartago la setta barchina;
e altre mille questa infernal noia,
per non trar al comun ben dritto al segno,
ha messo in basso e 'n ultima rüina.
Non fé quïeta patria Catellina,
Fimbria, Cinna, Cerbone o Mario o Silla
né li cesari o pompeian costumi,
che feron laghi e fiumi
del civil sangue per far sé maggiori,
né 'l potean far colla patria tranquilla.
Quest'è quel ch'annicchilla
ben comuni e privati e fa minori,
come gli uniti cori
del ben comune fortifican lo stato:
quel poi cresce e sicura il ben privato.
Seguasi l'orme del buon Lucio Bruto,
che pel publico ben duo figli a morte
giudicò, stando loro a fronte a fronte;
d'Orazio Cocles, che fu sol veduto,
per la patria salvar, combatter forte,
finché dietro da sé tagliar fé 'l ponte;
di Muzio o Curzio o buon Deci, che sponte
voltârsi a morte, per fare alta e grande
lor patria, o 'l buon Publicola o gli Spuri
de' larghi Emili e Curi,
de' trecento sei Fabi in una schiera,
di Mallio, che del figlio il sangue spande,
perché da tutte bande
fosse giustizia al ben comun lumiera;
di Regul, ch'aspra e fera
morte sostenne e non schifò il periglio,
per rendere alla patria san consiglio.
Quinti, Metelli e Dentati e Fabbrizi,
Flacchi, Vergini, Garuli e Camilli,
Caton, Corneli, Marcelli e Semproni
vi sieno assempio a discacciar que' vizi,
ch'abbatterien vostri liber vesilli,
tenendo al sormontar lor modi boni.
Spengasi il mormorar de' sussorroni,
per li quai si nutrisce ogni resia!
Chi d'amore e concordia tratta abbraccisi,
sospetto e odio iscaccisi,
non per grandigia all'un far l'altro offese,
poi non è sotto il ciel, né fu, né fia,
istato o signoria
tanto sicura o in più bel paese,
qual si vedrà palese
esser l'eccelsa mia patria Fiorenza,
non gnuna in miglior grado o più potenza.
— Pura fede alla patria e grande amore,
canzona, il tuo fattore
mosse con basso stile a tanta impresa;
il perché, se di ciò tu se' ripresa,
scusine il buon volere e dieti ardire
d'innanimar più desta patria i civi,
fuggendo i vizi e le virtù seguire,
le quai dopo il morire
fa gli uomeni per fama al mondo vivi.
Conchiudi ove arrivi
che 'l premiare de' buon, punir chi erra
pace, riposo e bene è d'ogni terra.