XII
Signor, che il bello e sacro nome vostro
mandate intorno con sì chiaro suono,
che rende illustre il fosco secol nostro,
se stato in fino ad hor pronto non sono
a ringratiarvi, come il giusto vole,
del vostro ricco a me sì caro dono,
sol le forze incolpate, onde mi duole,
che bastanti non sian gli effetti, e meno
per satisfarvi anchor le mie parole.
Benché al difetto lor supplisce a pieno
l'interno cor, così volesse Iddio,
che mostrar vi potessi aperto il seno.
Ben spero un dì l'occasione ond'io
possa chiaro mostrarvi e in fatto e in detto,
c'ho d'honorarvi e di servir desio.
Né vi potrei narrar quanto diletto
prendo a mirar sì ricco e bel lavoro,
dentro a cui Momo non vedria diffetto.
Quel sì forbito e lucidissim'oro,
se per qualche pensier talhor mia mente
s'afflige, a rimirar prendo ristoro.
Quei fregi e quegli intagli fan sovente,
che tra me pien di meraviglia penso
quanto sia il mastro e dotto e diligente.
Poscia con un pensier molto più intenso
mi volgo a risguardar la bella historia
quivi scolpita e l'artificio immenso.
E veggio quel sì degno di memoria
fatto di Mutio, che dar libertade
volendo a Roma et a se stesso gloria,
solo, animoso in giovenile etate
n'andò col ferro ascoso ove sedea
d'Hetruria il Re fra le sue schiere armate.
E visto un'altro a par di lui, c'havea
simile il manto, in cambio gli die' morte,
che il Re qual fosse ben non conoscea.
Poscia condutto innanzi a lui, con forte
animo invitto la sua destra errante
d'arder sofferse, accioché horror gli apporte.
Talché da un solo ogni Roman constante
compreso il Re, la cominciata impresa
lasciando, più seguir non volse avante.
Nel vostro dono, o Signor mio, distesa
tutta la bella historia appar scolpita
da dotta mano e dottamente intesa,
la qual (benché sia d'or) l'arte infinita,
che in lei si vede, la materia avanza,
che ogni un sempre a guardar più fisso invita.
Quei volti e quelle membra ho per usanza
di guardar spesso, e quei paesi e quelle
tende, ma sempre da veder m'avanza.
Sì gli atti sono e le maniere belle,
che stupida la mente e l'occhio resta,
ma quella rota il cor poscia mi svelle.
Quella rota a mirar, che ogni hor sì presta
si volge, e che giamai non ha ritegno,
nuovo pensier nel cor questo mi desta.
Tal che senza guardar l'arte e l'ingegno
del mastro in lei, vò tra me stesso meco
volgendo, e talhor pien d'ira e di sdegno:
malvagia rota, con un sguardo bieco
le dico, mentre vai girando intorno
questa mia vita te ne porti teco.
Poi che non solo un anno, un mese, un giorno,
ma un'hora, un picciol punto è termin d'essa;
ahi d'ogni van pensier palese scorno!
Tarda il rapido corso empia, e te stessa
raffrena alquanto, e fa qualche dimora,
che il nostro fine homai troppo s'appressa.
Ma de la tua via più infelice anchora
veggio la sorte mia che se tu vai
ritorni ond'esci a la tua solit'hora.
Et io men vo certissimo, che mai
non son per ritornar (misero) donde
mi parto, e pur di me pietà non hai.
Carco al nocchier di qua tornar per l'onde
Stigie mai da Pluton non fu concesso,
ma ben gravi a l'andar gemon le sponde.
Dunque, o Signor, dal vostro dono, appresso
quel piacer, c'ho de l'opre pellegrine,
grand'util prendo anchor, poi che sì spesso
pensar mi fa, ch'io vo correndo al fine.