XII

By Francesco Bolognetti

Signor, che il bello e sacro nome vostro

mandate intorno con sì chiaro suono,

che rende illustre il fosco secol nostro,

se stato in fino ad hor pronto non sono

a ringratiarvi, come il giusto vole,

del vostro ricco a me sì caro dono,

sol le forze incolpate, onde mi duole,

che bastanti non sian gli effetti, e meno

per satisfarvi anchor le mie parole.

Benché al difetto lor supplisce a pieno

l'interno cor, così volesse Iddio,

che mostrar vi potessi aperto il seno.

Ben spero un dì l'occasione ond'io

possa chiaro mostrarvi e in fatto e in detto,

c'ho d'honorarvi e di servir desio.

Né vi potrei narrar quanto diletto

prendo a mirar sì ricco e bel lavoro,

dentro a cui Momo non vedria diffetto.

Quel sì forbito e lucidissim'oro,

se per qualche pensier talhor mia mente

s'afflige, a rimirar prendo ristoro.

Quei fregi e quegli intagli fan sovente,

che tra me pien di meraviglia penso

quanto sia il mastro e dotto e diligente.

Poscia con un pensier molto più intenso

mi volgo a risguardar la bella historia

quivi scolpita e l'artificio immenso.

E veggio quel sì degno di memoria

fatto di Mutio, che dar libertade

volendo a Roma et a se stesso gloria,

solo, animoso in giovenile etate

n'andò col ferro ascoso ove sedea

d'Hetruria il Re fra le sue schiere armate.

E visto un'altro a par di lui, c'havea

simile il manto, in cambio gli die' morte,

che il Re qual fosse ben non conoscea.

Poscia condutto innanzi a lui, con forte

animo invitto la sua destra errante

d'arder sofferse, accioché horror gli apporte.

Talché da un solo ogni Roman constante

compreso il Re, la cominciata impresa

lasciando, più seguir non volse avante.

Nel vostro dono, o Signor mio, distesa

tutta la bella historia appar scolpita

da dotta mano e dottamente intesa,

la qual (benché sia d'or) l'arte infinita,

che in lei si vede, la materia avanza,

che ogni un sempre a guardar più fisso invita.

Quei volti e quelle membra ho per usanza

di guardar spesso, e quei paesi e quelle

tende, ma sempre da veder m'avanza.

Sì gli atti sono e le maniere belle,

che stupida la mente e l'occhio resta,

ma quella rota il cor poscia mi svelle.

Quella rota a mirar, che ogni hor sì presta

si volge, e che giamai non ha ritegno,

nuovo pensier nel cor questo mi desta.

Tal che senza guardar l'arte e l'ingegno

del mastro in lei, vò tra me stesso meco

volgendo, e talhor pien d'ira e di sdegno:

malvagia rota, con un sguardo bieco

le dico, mentre vai girando intorno

questa mia vita te ne porti teco.

Poi che non solo un anno, un mese, un giorno,

ma un'hora, un picciol punto è termin d'essa;

ahi d'ogni van pensier palese scorno!

Tarda il rapido corso empia, e te stessa

raffrena alquanto, e fa qualche dimora,

che il nostro fine homai troppo s'appressa.

Ma de la tua via più infelice anchora

veggio la sorte mia che se tu vai

ritorni ond'esci a la tua solit'hora.

Et io men vo certissimo, che mai

non son per ritornar (misero) donde

mi parto, e pur di me pietà non hai.

Carco al nocchier di qua tornar per l'onde

Stigie mai da Pluton non fu concesso,

ma ben gravi a l'andar gemon le sponde.

Dunque, o Signor, dal vostro dono, appresso

quel piacer, c'ho de l'opre pellegrine,

grand'util prendo anchor, poi che sì spesso

pensar mi fa, ch'io vo correndo al fine.