XIII – Castiglione

By Giacomo Leopardi

Ben mi raccorda quando lungo il rio

Ti vidi prima andar cogliendo fiori,

Che mi dicesti: o caro Iola mio,

Tu sei più bello tra tutti i pastori;

E sol come tu fai, cantar desio;

Ché i sassi col cantar par che innamori.

Poi mi ponesti una ghirlanda in testa,

Che di ligustri e rose era contesta.

Oimè, allor mi traesti il cor del petto,

E teco nel portasti, e teco or l'hai.

Ma poi che sì mi nieghi il dolce aspetto,

Che debbo far, se non sempre trar guai?

D'ombrose selve più non ho diletto,

Di vivi fonti o prati, né arò mai;

Non so più maneggiar la marra o 'l rastro,

Né parmi de l'armento esser più mastro.

Le fiere a i boschi pur tornan la sera,

Dove di sua fatica hanno riposo;

Si riveston di foglie a primavera

I boschi, ignudi nel tempo nevoso;

L'autunno l'uva fa matura e nera,

E ogni arbor da novelli frutti ascoso:

Il mio duol mai non muta le sue tempre,

E sono le mie pene acerbe sempre.

Ma i giorni oscuri divverrian sereni,

Se pietà ti pungesse il core un poco.

Allor sariano i boschi e i fonti ameni,

Se meco fussi, o ninfa, in questo loco:

Andrian di dolce latte i fiumi pieni,

Se amor per me il tuo cor ponesse in foco;

E sì sonori i versi miei sariano,

Che invidia Orfeo e Lino ancor n'ariano.

Corrimi adunque in braccio, o Galatea;

Né ti sdegnar de' boschi, o d'esser mia.

Vener nei boschi accompagnar solea

Il suo amante, e lì spesso si addormia:

La Luna, ch'è su in ciel sì bella Dea,

Un pastorello per amor seguia;

E venne a lui nel bosco a una fontana,

Perché donolle un vel di bianca lana.

Di bianca lana i miei greggi coperti

Sono, come tu stessa veder puoi;

E (benché maggior dono assai tu merti,

Che non agnelle, capre, vacche o buoi)

L'armento e 'l gregge mio, per compiacerti,

Il cane e l'asinel, tutti son tuoi,

E quanti frutti son per queste selve,

E quanti augelli insieme, e quante belve.

Un canestro di pomi t'ho già colto;

Un altro poi di prune e sorbe insieme:

E pur or di palombi un nido ho tolto,

Che ancor la madre in cima a l'olmo geme.

Un capriol ti serbo, che disciolto

Tra gli agnelli sen va, né del can teme:

Due tazze poi d'oliva, al torno fatte

Da quel buon mastro, arai piene di latte.

Ecco le ninfe qui, ch'una corona

Ti tessono di rose e d'altri fiori:

Odi la selva e 'l monte che risuona

Di fistole e sampogne di pastori:

Di fior la terra lieta s'incorona,

E sparger s'apparecchia dolci odori.

Deh vien omai: ché null'altro ci resta

Se non goder l'età fiorita in festa.

Si spogliano i serpenti la vecchiezza,

E rinuovan la scorza insieme e gli anni;

Ma fugge e non ritorna la bellezza

In noi per arte alcuna o nuovi panni.

Mentre dunque sei tal, ch'ognun t'apprezza,

Deh vieni a ristorar tanti miei danni:

Ché col tempo, ma in van, ti pentirai

Se la bramata grazia a me non dài.

Oimè, ch'io vedo pur mover le frondi,

E sento camminar per questa selva.

Se sei la bella ninfa, omai rispondi;

Ch'io son l'amante tuo, non fera belva.

Lasso, perché mi fuggi e ti nascondi,

come timida cerva si rinselva?