XIII – Castiglione
Ben mi raccorda quando lungo il rio
Ti vidi prima andar cogliendo fiori,
Che mi dicesti: o caro Iola mio,
Tu sei più bello tra tutti i pastori;
E sol come tu fai, cantar desio;
Ché i sassi col cantar par che innamori.
Poi mi ponesti una ghirlanda in testa,
Che di ligustri e rose era contesta.
Oimè, allor mi traesti il cor del petto,
E teco nel portasti, e teco or l'hai.
Ma poi che sì mi nieghi il dolce aspetto,
Che debbo far, se non sempre trar guai?
D'ombrose selve più non ho diletto,
Di vivi fonti o prati, né arò mai;
Non so più maneggiar la marra o 'l rastro,
Né parmi de l'armento esser più mastro.
Le fiere a i boschi pur tornan la sera,
Dove di sua fatica hanno riposo;
Si riveston di foglie a primavera
I boschi, ignudi nel tempo nevoso;
L'autunno l'uva fa matura e nera,
E ogni arbor da novelli frutti ascoso:
Il mio duol mai non muta le sue tempre,
E sono le mie pene acerbe sempre.
Ma i giorni oscuri divverrian sereni,
Se pietà ti pungesse il core un poco.
Allor sariano i boschi e i fonti ameni,
Se meco fussi, o ninfa, in questo loco:
Andrian di dolce latte i fiumi pieni,
Se amor per me il tuo cor ponesse in foco;
E sì sonori i versi miei sariano,
Che invidia Orfeo e Lino ancor n'ariano.
Corrimi adunque in braccio, o Galatea;
Né ti sdegnar de' boschi, o d'esser mia.
Vener nei boschi accompagnar solea
Il suo amante, e lì spesso si addormia:
La Luna, ch'è su in ciel sì bella Dea,
Un pastorello per amor seguia;
E venne a lui nel bosco a una fontana,
Perché donolle un vel di bianca lana.
Di bianca lana i miei greggi coperti
Sono, come tu stessa veder puoi;
E (benché maggior dono assai tu merti,
Che non agnelle, capre, vacche o buoi)
L'armento e 'l gregge mio, per compiacerti,
Il cane e l'asinel, tutti son tuoi,
E quanti frutti son per queste selve,
E quanti augelli insieme, e quante belve.
Un canestro di pomi t'ho già colto;
Un altro poi di prune e sorbe insieme:
E pur or di palombi un nido ho tolto,
Che ancor la madre in cima a l'olmo geme.
Un capriol ti serbo, che disciolto
Tra gli agnelli sen va, né del can teme:
Due tazze poi d'oliva, al torno fatte
Da quel buon mastro, arai piene di latte.
Ecco le ninfe qui, ch'una corona
Ti tessono di rose e d'altri fiori:
Odi la selva e 'l monte che risuona
Di fistole e sampogne di pastori:
Di fior la terra lieta s'incorona,
E sparger s'apparecchia dolci odori.
Deh vien omai: ché null'altro ci resta
Se non goder l'età fiorita in festa.
Si spogliano i serpenti la vecchiezza,
E rinuovan la scorza insieme e gli anni;
Ma fugge e non ritorna la bellezza
In noi per arte alcuna o nuovi panni.
Mentre dunque sei tal, ch'ognun t'apprezza,
Deh vieni a ristorar tanti miei danni:
Ché col tempo, ma in van, ti pentirai
Se la bramata grazia a me non dài.
Oimè, ch'io vedo pur mover le frondi,
E sento camminar per questa selva.
Se sei la bella ninfa, omai rispondi;
Ch'io son l'amante tuo, non fera belva.
Lasso, perché mi fuggi e ti nascondi,
come timida cerva si rinselva?