XIII
Come tanto oltra l'ingiuria trascorre,
che chi offende un, doler fa spesso molti,
e sforza mano a la vendetta porre
tal che i pensieri a ciò non avea volti,
onde l'ingiuriator si vede corre
(quando più pensa i suoi misfatti occolti)
a periglioso loco e pena avere
da chi ei non devea mai pena temere.
Così signor, tanto il giovar si estende
che mentre ad un uomo cortese giova,
da tal, da cui premio nessuno attende,
del beneficio guiderdon ritrova,
felice quegli che nessuno offende
e fa vedere, a manifesta prova,
che nuocere ad altrui, sempre gli spiacque
e che, sol per giovare, al mondo nacque.
Costui conscienza rea giamai non preme,
martir, via più d'ogni tormento, grave,
né mortal ira, né celeste teme,
né che, per colpa sua, pena l'aggrave,
come si duol mai sempre e sempre geme,
chi di nuocere ad altri desir ave,
che mentre turbar cerca l'altrui requie,
il ciel non vuol ch'egli mai posi, o requie.
S'han di questo e di quello essempii rari,
ne le moderne e ne le antiche istorie,
né mestier m'è ch'io gli vi faccia chiari,
perché impressi vi son ne le memorie,
ma seguendo d'Alcide i singolari
e illustri fatti e le sue gran vittorie,
chiaro vi fia che de l'aver giovato,
tal che non penso mai, si trovò grato.
Questi, fugati i mostri e morti e presi,
onde tutta l'Arcadia era in orrore,
si diede a ritornar ne' suoi paesi,
con viso lieto e con allegro core,
per mostrare ad Euristeo ch'avea accesi
gli spirti in modo.ad acquistarsi onore,
che ciò che gli imponeva a suo dispregio,
a gloria alfin gli riusciva e a pregio.
E appesa avendo la cerva a le spalle
ed il viaggio a l'Erimanto volto,
per gire a torre il porco ne la valle
ch'a i villani lasciò ne i lacci involto,
verso di lui venir, per stretto calle,
si vide come un popolo raccolto,
molti che i visi avean come sanguigni,
le corna in capo e gambe e pié caprigni.
E lor veniva inanzi, per lor duce,
un cui pendeva una zampogna a lato,
con viso arsiccio da la solar luce,
di ghirlanda di pino coronato;
questi (com'uom, cui beneficio induce
al suo benefattor mostrarsi grato)
tutto cortese andò ad accorre Alcide,
tosto che vincitor tornare il vide.
E gli disse: – Dapoi che la salute
data ha a l'Arcadia, sì infelice dianzi,
il tuo valore e la tua gran virtute,
con cui quant'è di forza al mondo avanzi,
mi sono l'opre tue sì grate sute,
ch'ora venuto qui ti sono inanzi,
come colui, che Dio d'Arcadia sono,
a ringraziarti di sì altiero dono.
Ed a pregarti sì secondo il cielo
e sì felice a tutti i tuoi desiri
che mentre proverai qui caldo e gelo,
non ti disturbin mai pianti, o martiri;
noi, finché verde fia in Arcadia stelo,
finché ciascun di noi, sotto il ciel, spiri,
ti saremo tenuti, poiché i mostri
tolti e levati hai da i paesi nostri. –
Ne rese ad Ercol grazie costui solo
ché tolta avesse Arcadia a la gran pena,
de i mostri che l'empian di tanto duolo,
che non potea vedere ora serena;
ma tutto insieme quel caprigno stuolo,
gran grazie rese al figlio d'Alcumena,
e saltellando, con mirabil festa,
risonar fece tutta la foresta.
Ercol, veduta quella gente nova,
strana di corpo e strana di sembiante,
seco si allegra ché quivi ritrova
Pan, di cui dire aveva udito inante
e che il suo stuolo e lui sì grato prova,
ch'a rendergli si dan grazie cotante
e di pregio maggior che pria, si tiene,
poscia ch'a ringraziarlo anco un Dio viene.
E riverente verso Pan si volse,
(ch'era quel Pan che la zampogna avea)
e diss'egli: – Dapoi che Giove volse,
ch'io togliessi la lue crudele e rea
da l'Arcadia, che 'n tanto mal la involse,
che ciascun mortal danno indi temea,
tanto più caro l'ho, quant'io conosco,
ch'è caro anco a te, Dio di questo bosco.
Ch'ove mi pensai solo a la mortale
gente giovar, mi trovo avere ancora
giovato a te, possente Dio immortale,
cui il paese d'Arcadia inchina e adora,
e bench'io vegga, ch'io non sono tale
che mi debba onorare chi or sì mi onora,
pur io mi allegro, che ti piaccia farme,
più ch'io non merto, onore e pregio darme.
Ed animo mi dà la cortesia
che mi usi, con maniere così umane,
di dimandarti la ventura mia;
poscia ch'io veggo che tu sei quel Pane,
in cui quanto fu ed è quanto mai fia,
si trova impresso, né cose sì strane
sono nel mondo, che non ti sian note,
e chiarir non le possi a chi le ha ignote.
Però ti prego per quella più cara
cosa che nel mondo hai, per quello amore,
che già portasti a quella ninfa rara,
cui dai, con la zampogna, eterno onore,
che poiché l'avenir da te s'impara,
in Arcadia, di cui sei Dio maggiore,
ti piaccia farmi quelle cose aperte
ch'occolte senza te, mi sono, e incerte.
Fa ch'io sappia per te, ciò che mi deve
mentre serò ne le terrene lutte,
di felice avenire, o ver di greve
e quai fian da me imprese alfin condutte;
e poi ch'io sia risolto in spirto lieve,
qual merce avran le mie fatiche tutte,
così mai sempre sacrifici e onori
d'anno, in anno ti dian ninfe e pastori. –
Poiché detto ebbe riverentemente
il buono Alcide, quanto abbiamo detto,
Pan, voltò verso lui la faccia ardente
e gli disse, benigno ne l'aspetto:
– Qui una ninfa ha, da cui veracemente
il futuro, in mia vece, ora è predetto,
vieni con esso meco e chiaro avrai
da lei quel ch'or d'intender desire hai! –
Pan, detto questo, prese per la mano,
tutto cortese, il valoroso Alcide,
ed al monte Liceo il menò dal piano,
come chi altrui per stran paese guide;
ivi, da'pié del monte, a mano, a mano
Sileno uscì, con un gran stuolo e vide
Ercol con Pane e subito pensosse,
ch'uom di valore e di gran stima fosse.
E riverillo, con sembiante umile,
com'uom di pregio riverir si suole,
Ercol cortese e al par d'ognun gentile,
usa verso Silen dolci parole,
che ancor che si ritrovi in loco vile,
non meno che gentil mostrar si vuole
e veramente a chi l'onore apprezza,
fu sempre loda usar la gentilezza.
Dopo i saluti e dopo le accoglienze
disse Pane a Silen: – Questi è colui
ch'io ti predissi che le gran temenze
devea, col suo valor, levar da nui,
togliendo di que' mostri la semenze
per li quali, sovente in pensier fui,
il mio natio paese abbandonare
e da l'Arcadia, in altro loco, andare.
E perché di saper desire il preme
quelle cose che gli hanno ad avenire,
con lui vo' che tu vada al monte insieme,
ove il futur suole Erato predire,
e da principio, insino a l'ore estreme,
gli faccia la fortuna sua predire! –
Ciò detto tacque e costor due là andaro,
ove Erato facea l'avenir chiaro.
Erato fu una ninfa assai cortese
cui di seguir Diana già non spiacque
ch'ad Arcade (che nome die al paese
d'Arcadia) tra le selve e i boschi nacque;
ed ella anco di lui così s'accese,
che sprezzati gli strali e l'arco e l'acque
e il voler far di fiere alpestre prede,
al desiato amante un dì si diede.
Arcado, del suo amore, il frutto colse,
e die fine compiuto al suo desio;
contra Erato, per ciò, la dea si volse
di furor piena e di disdegno rio,
ma mentre cruda morte dar le volse,
Erato ratta a Pan se ne fuggio;
Pan, cui Diana fu sempre nemica,
l'accolse lieto e l'ebbe per amica.
E perché piacere ebbe che n'avesse
scorno Diana dal garzone amante
e che per sicurezza, a lui volgesse
la bella ninfa le veloci piante,
volse ch'ella in sua vece predicesse
le cose, che predir solea egli inante:
fe' quel che far spirto cortese debbe,
se di tal dono altra merce non ebbe.
Ma la beltà di quella ninfa rara
e la lascivia del caprigno Dio,
non mi lascia pensar che così cara
cosa avesse ella e non pagasse il fio,
ch'a donna non si dà per beltà rara,
cosa di pregio e so parlarne anch'io,
senza cagion, ma fusse premio, o dono,
la virtù ebbe da Pan, di ch'io ragiono.
Giacea allor nel Liceo monte una grotta,
onde si andava ad una nobil cella,
di pietra viva, in nulla parte rotta,
quanto il loco cappia, superba e bella;
la ninfa, ch'era a dir l'avenir dotta,
ivi si stava e il suo amante con ella,
e piena di profetico furore,
la gioia predicea ad altri e il dolore.
Ercol con Silen dunque passo, passo
voltò il camin verso il cavato speco
e salendo a la grotta, per lo sasso,
a la grotta u' s'udia risonar eco
per aver, nel salir, parlando spasso,
ragionando iva il coraggioso greco
col buon Sileno, onde la dura via,
malagevole men lor divenia.
E salendo ambidue l'erto camino,
per arrivare al sommo di quel monte,
Ercol chiese a Silen, perché di pino
avesse il lor gran Dio cinta la fronte.
Egli rispose: – Crudo e fier destino
(poiché tu vuoi che questa istoria i' conte)
portar fa a Pan quella corona in testa,
per tal che (benché morta) anco il molesta.
Già in questi boschi fu una giovanetta,
via più d'ogn'altra vaga e via più snella
che Piti fu da la sua madre detta;
non casta men che fusse altiera e bella,
per le più dense selve iva soletta,
disprezzando d'amor faci e quadrella
e riputava ogn'altra cosa vana
fuorché gli studi e l'arte di Diana.
Tra l'Erimanto ed il Liceo non era
lupo sì crudo, od orso sì feroce
che contra lor non gisse questa altiera,
e a questo e a quel non desse morte atroce,
non fu allor cerva, o damma sì leggera
ch'ella di lor non fusse più veloce,
che sì agile, nel corso, era e sì lieve,
che col pié non segnava pur la neve.
Carca di ricche e di superbe prede,
Piti, tornando un giorno da la caccia,
dal giogo del Liceo, Pane la vede,
che di andare a l'albergo suo s'avaccia;
le corre incontra con veloce piede,
già fatto vago di mirarla in faccia,
intorno vola amore e scocca l'arco
e fere Pan, come cervetta al varco.
E gli face nel cor sì fiera piaga
che non fu in core alcun mai la più acerba,
sanar non la può forza, od arte maga,
con osservar di stella, o suco d'erba;
la ninfa ch'è sol di se stessa vaga,
si mostra in viso più che pria, superba,
né cura amor di Pan, né cura fede,
nemica di pietade e di mercede.
La prega Pane;ella lo sdegna e fugge,
né più l'ascolta che se fusse sorda,
ma se bene il consuma ella e lo strugge,
d'altro egli che di lei non si ricorda
e il foco tuttavia il sangue gli sugge,
né saziar puote la sua voglia ingorda,
onde le forze sue restan sì rotte
che non ha pace mai, giorno né notte.
Se si pone a dormir, solo si sogna
gli occhi, le ciglia e le dorate chiome,
e s'a'bocca si pon la sua zampogna,
ella risona sol di Piti il nome;
s'è ne le selve, egli altro non agogna,
sì non ch'amore in guisa costei dome
che si mute in piacere ed in diletto
la doglia che gli afflige il cor nel petto.
Olmo non era in tutta Arcadia, o salce,
o quercia, o abete, in cui non fusse impresso
da Pane il nome, con l'adunca falce,
di lei che l'avea il giogo al collo messo
e dal sommo del monte, insino al calce,
questo infiammato Dio l'imprimea spesso,
tal che il nome di Piti ognor vedeva,
ovunque a riguardar gli occhi volgeva.
Sempre a la donna avea volta la mente,
mirava sempre lei per ogni loco;
la vedea spesso in riva d'un torrente,
col pensiero a seguirla non mai fioco,
spesso, come se fusse a lei presente,
narrava a tronco, o a sasso il suo gran foco
ed ogni cosa che gli venia inante
gli rassembrava la sua cara amante.
Ma se veder talor poteva il viso
di colei ch'era l'alma sua e la vita,
si pregiava di avere il cor conquiso,
per Piti e si godea de la ferita,
se a sorte ne traeva un guardo, un riso;
sentia di furto tal gioia infinita,
e ugual si tenea al re de gli dei,
s'a caso, ragionar potea con lei.
Prega amor Pane ch'egli infiammi o leghi
lei, ond'egli arde ed è ne' lacci involto,
e la durezza sua così un dì pieghi
che le sia l'aspro e il fier de l'alma tolto,
sì che il lungo dolersi, i caldi preghi,
il portar scritto il duol sempre nel volto,
possan, per raro dono, appo lei tanto
che cangi in allegrezza il grave pianto.
Non sen portaro le preghiere i venti,
che presa amor la sua cocente face,
sentire a Piti fa le fiamme ardenti,
poi ch'ella è accesa, più non strugge, o sface
Pan;ma mossa a pietà de' suoi tormenti,
pensa dargli conforto e dargli pace,
ma il desir d'onestà che già in cor tenne,
fe' ch'a donarsi a Pan tosto non venne.
Venne, tocca che fu, un poco lasciva
e godea veder Pan per lei nel foco,
quantunque in vista si mostrasse schiva,
come che tale amor prendesse a gioco;
non passò molto che la fiamma viva
le andò accendendo il core a poco, a poco,
e sì il primo desio dissipò e sparse
che s'infiammò di Pan tutta e tutta arse.
Amava parimente Borea allora
non men che Pan, quella leggiadra donna,
e si godeva il traditor talora
entrarle sotto e ventilar la gonna;
le scorrea per lo viso ad ora, ad ora,
e godea vederla esser di lui donna;
le iva talor tra l'una e l'altra mamma
e prendea refrigerio a la sua fiamma.
Se le vedea le chiome d'oro sciolte,
diletto immenso a contemplarle avea
e col fiato, movendole a le volte,
in mille dolci nodi le avolgea;
e s'erano talor l'ali sue colte,
piacer di aver que' nodi intorno avea,
Piti in accorre il crin talor sì il colse,
ch'a gran fatica, poi se ne disciolse.
Se traea fiato egli vi andava al core
e si giungea con la sua nobil alma,
ma quanto in lui cresceva più l'ardore,
tanto men potea aver di lei la palma
che l'avea Pane al cor sì fisso amore,
ché mentre fu ne la caduca salma
avea ogni pace, avea ogni bene in lui,
né si poteva più infiammar d'altrui.
Ma quantunque vedesse che Pane era
de la donna, come egli, inamorato
mentre ella a l'un mostrossi e a l'altro altiera
esser Borea si tenne in miglior stato,
dicendo: – Pan, com'io, temendo spera
e s'un riso ne trae sì tien beato,
ma non si vieta a me che non le tocchi
il seno, a voglia mia, le labra e gli occhi.
E non pur questo, ma anco quelle parti,
che mi porian bear s'io le godessi,
il che non puote far Pan, con quante arti
egli sa usar ch'io veggo, a segni espressi,
ch'a l'aria son tutti i suoi preghi sparti
che non son questi doni a lui concessi,
ond'a pregiare i' mi ho che per Piti arda
se bene il mio desire ella ritarda.
Così ardea Borea che suol esser gelo
e l'aria fredda far, fredda la terra,
tanto oltre spinto amor gli aveva il telo,
tanto grave gli fea, tanto aspra guerra,
e se scorre egli ben per l'ampio cielo,
spegner l'ardor non può che nel cor serra,
ma tanto più s'infiamma e più s'accende,
quanto più col soffiar l'ali sue stende.
La donna alfin si dié a goder di Pane,
e cominciò a goder Pane di lei;
Borea, che vide le sue fiamme vane
poiché s'era al rival data colei,
lascia l'amore e pien di voglie insane
pensa di far tutti i suoi giorni rei,
over di far che la sua lieta vita,
nel più bel del gioir, fusse finita.
E pien di sdegno cominciò a dir seco:
– Patito ho degnamente questo male,
poscia ch'io sono stato così cieco,
che lasciato ho il mio amore al mio rivale,
non son'io quel che soglio portar meco
(qualora avien ch'io spieghi in aria l'ale)
tanto furor, tanta ira e tanta forza
che il mio potere, ogn'altro poter sforza.
Non son'io quel ch'al mio soffiar la pioggia
in grandine densar fo in mezzo l'aria?
Non quel ch'atterro ogni teatro e loggia,
qualora è la mia forza a lor contraria?
Non quel che fo che il mar sino al ciel poggia,
sì che la vela indarno il nocchier varia?
Non quel che scuoto la terra e le selve,
svello e faccio tremare uomini e belve?
E se quegli era e sono quegli ancora,
ch'amai costei che mi ha sempre sdegnato,
perché per trarmi de gli affanni fora,
mi sono a i preghi, a l'umiltà piegato?
S'infinito dolor mi consuma ora,
che me non baggio a ' miei bisogni usato,
cosa indegna di me, stat'è ch'io m'abbia
umil mostrato e non furore e rabbia.
Mentre ho voluto dimostrarmi umile
e cortese scoprirmi a questa iniqua,
sdegnato m'ha come s'io fussi un vile,
con voglia a la ragion del tutto obliqua,
se stato fussi a me stesso simile,
s'usato avessi la mia forza antiqua,
non serei stato tra paura e spene,
ed altri non godrebbe ora il mio bene.
Ma quel ch'allor non mi lasciò amor fare,
ora mel farà far l'ira e lo sdegno,
ch'a modo alcun non son per tolerare,
ch'abbia fatto costei Pan di sé degno,
e me ch'a voglia mia potea sforzare,
ogni sua voglia abbia tenuto indegno
che con lei mi trastulli e con lei giaccia,
perché a sua voglia, Pan se ne compiaccia. –
Mentre Borea così feroce geme,
Piti gli viene ne la selva vista;
egli com'uom che per isdegno freme,
pensa condur volerla a morte trista,
ma nel furore istesso, amor sì il preme,
che la grave ira di pietade è mista
e si può indurre a pena a far offesa
a quella, ond'ebbe il core e l'alma accesa.
Ch'a l'apparir di quel viso sereno
che già l'empì di fiamma così ardente,
l'antico foco gli si destò in seno,
e quasi fur le faci d'ira spente
e le poteva perdonare a pieno,
se non giungeva Pan così repente;
ma la sua giunta, l'odio in guisa, accrebbe
che di non l'aver morta gli rincrebbe.
Perché il Dio nostro, tosto che fu giunto
le gittò al bianco collo ambe le braccia
ed ella ch'avea il core a lui congiunto,
al petto lo si strinse e il baciò in faccia;
s'allor fu Borea da gran doglia punto,
pensil chi per amore arde ed agghiaccia,
ma fu ciò un gioco, appo la doglia acerba,
ch'ebbe a vedergli giunti ambi su l'erba.
Sciolti che fur con quell'ira maggiore
ch'usò mai Borea, in far tremar la gente,
spinse a un sassoso monte, con furore,
Piti, onde cadde morta immantinente;
Pan, visto ciò fu pien di tal dolore
che poco fu che non uscì di mente
e se n'andò pieno di doglia rea,
ove tra l'erba e i fior Piti giacea.
Qual tra il verde talor si vede al maggio
dal suo pedal cader l'anguida rosa,
cui il sol fatto abbia, o ver la pioggia oltraggio
che si scuopre ne l'erba anco formosa,
tal trovò Pan, nel loco ermo e selvaggio,
la bella donna sua, tra fiori, ascosa
e le rose temer vide e i giacinti
ch'ella fior non venisse e fusser vinti.
Recossi il miser la sua Piti in braccio,
del dolor pien che tu pensar ti puoi
e trovatala fredda come il ghiaccio,
si die a baciar la bocca e gli occhi suoi,
dicendo: – Invece di te viva, abbraccio
il vago albergo de gli spirti tuoi,
di te il miglior se n'è fuggito al cielo,
a me è rimaso il fral corporeo velo!
Così non ho di te altro che la spoglia,
nuda, senz'alma, per mio gran martire
e perché eternamente io mi doglia,
non posso, dal dolor vinto, morire,
ché s'io potessi uscir di questa spoglia,
subito io mi verrei teco ad unire,
solo per te godermi tra gli dei,
te, che fusti qui il sol de gli occhi miei.
Bramò d'esser mortale e assai si dolse
che la natura Dio l'avesse fatto,
ma poiché pianto ebbe gran pezza, volse
gli occhi dolenti al ciel, con pietoso atto,
e alfin la lingua, lagrimando, sciolse
com'uom che vegga ogni suo ben disfatto,
pregando Giove che per sua bontade,
avesse del suo duol, qualche pietade.
Sen vanno al cielo insino al sommo Giove,
le preghiere del Dio nostro infelice,
tal che non prima Pane indi si move
che vede i pié di Piti esser radice
e verdeggiarle il corpo in forme nove,
a'pié de la sassosa erta pendice,
le braccia farsi rami e andare in fronde
irti e pungenti l'auree chiome bionde.
In pino alfin la vede esser conversa
e de le verdi braccia a sé fare ombra;
visto ciò disse: – Se la sorte aversa
d'intolerabil duol l'alma m'ingombra,
ho grazia al ciel che ne la morte immersa
tutta non sei, né sei lieve e van ombra,
ma ti veggo cangiata in arbor tale
che forse non è in terra una a te uguale.
Ed io, ovunque serò, in piano, od in monte
le tue radici avrò fisse nel petto
e de le foglie tue cinta la fronte
avrò, in memoria del focoso affetto,
ch'or trae da gli occhi miei sì largo fonte! –
Poi che Pane ebbe ciò, piangendo, detto,
stese la mano e de i rami novelli,
fece verde corona a'suoi capelli.
– Questa la cagione è perché le chiome
cinte di pino il Dio d'Arcadia tiene! –
Ciò detto Silen tacque ed Ercol, come
possente, disse: – Amor nel mondo viene?
Come le forze altrui son da lui dome?
E come altri fa star tra tema e spene?
Pensato i' non m'avrei che 'n questi lochi
potesser tanto i suoi cocenti fochi.
Né che, poiché siringa in canna umile
vide mutata il vostro Dio devesse
arder più mai, ma aver le donne a vile,
sì che ferirlo amor più non potesse,
ma crudo Borea fu ch'a sì gentile
donna di dar morte sì cruda elesse;
amar non puote fedel donna dui,
né potea, amando Pan, Piti amar lui.
Fin ch'ella in libertà fu, ben potea
Borea adoprar, per farla sua, l'ingegno,
ma poi ch'al vostro Dio data si avea
il mosse a darle morte ingiusto sdegno,
libera di voler Piti vivea,
e se Pan del suo amor volse far degno,
deveasi sol di sé Borea dolere
che non avea saputo a lei piacere. –
Giunge così parlando a la spelonca,
ove Erato predir suol l'avenire,
era ivi un sasso, in forma d'una conca,
ove ella a profettar solea venire;
a lei giunto Silen, gli indugi tronca
e de la grotta fa la ninfa uscire
e dice che Pan vuol ch'ella predica
qual'avere Ercol dee requie, o fatica.
Mirò la donna il valoroso Alcide
e le parve maggior d'uom pur mortale,
e poiché nel sembiante degno il vide,
ch'ella gli predicesse il bene e il male,
tutti gli avenimenti suoi previde,
in men che d'arco non si parte strale,
ma non poté parlar per un gran pezzo,
tanto le venne orror, tanto ribrezzo.
Qual donna, da lo spirto reo agitata,
non può requie trovar, né trovar loco,
e con la chioma sciolta e rabbufata,
si dimostra ne gli occhi tutta foco;
e come sia da acuto estro toccata,
viene empito e furore a poco, a poco,
e le s'enfia la bocca ch'ave schiumose
le labbra e come il resto spaventose.
Tal venne allor la dotta Erato, tosto
che fu su il cavo sasso u' predicea
quello ch'a la sua mente era proposto
da chi a dir l'avenir scielta l'avea,
né pria da lei fu ad Ercole risposto
di quel che indivinargli ella devea
che lo spirto profetico le desse
spazio che quel, ch'ella vedea, dicesse.
Ma poscia che tentato ebbe levarsi
il Dio da dosso, ond'era tanto oppressa
e fea che 'n van cercava di sbrigarsi
da chi, tratta l'avea fuor di se stessa,
con voce orrenda, cominciò a infiammarsi,
poiché grazia le fu di dir concessa,
rivelò ad Ercol le future cose,
in quel modo che il Dio gliele prepose.
E disse: – Tu che per prodezze nove
avanzi quanti mai fur forti in terra,
farai, poscia che ciò consente Giove,
a gli uomini crudeli e a i mostri, guerra;
né gioverà che chi ti odia, si prove
volerti inanzi il dì mandar sotterra,
ché sempre vincitore esser ti veggio
ed i nemici tuoi restar col peggio.
E per quel ch'or la mia mente prevede,
del mondo cercherai la maggior parte
e de la gran virtù tua farai fede
or con senno, or con forza, ora con arte;
ché ti veggo ire in nave ed ire a' piede,
e per fatti eccellenti immortal farte,
ne l'Europa e ne l'Africa e lasciare
in Asia segno di tue virtù rare.
Ti veggo tra i centauri in gran battaglia
perché ben t'avrà dato il giusto polo
e stupefatta star tutta Tessaglia
che n'abbia di lor tanti ucciso un solo;
una bontà ti veggo far ch'agguaglia
quante ne fur, da l'uno, a l'altro polo,
uccidendo colui ch'avea violato
la sorella d'Euristeo, a te sì grato.
Ché non guardando tu, che farti scorno
volesse allor, che ti mandò a le stalle,
d'Augea, le quai vuotasti in un sol giorno
menando là il Pignon per largo calle,
tal ch'egli tutto quel portò su il corno
ch'Euristeo pensò por su le tue spalle
vorrai mostrar, con opra tanto pia,
ch'oltraggio non può vincer cortesia.
Veggoti dar tra Figalesi morte,
con singolar battaglia, anco a Lepreo,
poscia gravida far d'un figlio forte
la bella figlia del suberbo Eleo,
il qual la madre e il figlio a estrema sorte
cerca condur, ma dal caso empio e reo,
con novo modo il ciel così Augea salva
e il figlio che re in Misia il gode salva.
Morto Ippoconte e i figli con valore,
darai al buon Tindareo, il lor domino,
morte ti veggo dar, con gran furore,
nel passar in Italia, al reo Lacino,
a i giuochi Olimpi crescerai l'onore
per Giove c'ha nel ciel sommo domino
il qual poscia verrà a la lotta teco
e tu godrai di aver lottato seco.
Scender ti veggo da i Locrini al mare,
e appeso al corno di un possente toro,
in Sicilia sicur tosto passare,
Pachin scorrendo, il Lilibeo, il Peloro,
con Erice ti veggo ivi provare,
di cui dianzi le forze invitte foro,
ed egli rimaner morto nel regno,
vinto dal tuo valore e dal tuo ingegno.
Veggo le ninfe di Sicilia amiche
a la tua incomparabile virtute,
per ristorarti de le gran fatiche,
tutte insieme a onorarti esser venute,
e con le mani lor monde e pudiche,
poscia che data ti han grazia salute,
apparecchiarti calde acque e soavi,
perché con esse, dal sudor, ti lavi.
Veggo mandar Giunon l'estro al tuo armento
e tutti i buoi, tocchi dal crudel morso,
veloci più d'ogni veloce vento,
fuggirsi insino in Traccia a legger corso;
e te, pieno di sdegno e mal contento,
(poiché quel loco e questo avrai trascorso)
unir l'armento e lo Strimona empire
de pietre, sì che non vi può nave ire.
Ti veggo ritornar da Saragosa
con tosto passo al popolo Sicano,
e con battaglia grave e perigliosa,
far correr per gli campi il sangue umano,
andar poscia a Leonzio e la formosa
terra maravigliare e il fertil piano
e ivi fermarti e farvi prove e cose
che sempre al mondo fian miraculose.
In Cilicia ti veggo il fier Salonta
a gli ospiti nimico aspro e feroce,
uccider con cor forte e mano pronta
come chi da noi tolle ognun che nuoce;
ed oltra ciò quel Dio che mi racconta
tacito ciò ch'io t'apro in chiara voce,
mostra ch'Eurizione ucciderai
e Mnesimache al padre serverai.
Fia Emazion da te giunto a l'occaso
e co'fratelli ucciderai Torone,
e vinti i Traci, soggiogherai Taso
e darai morte a l'empio Sarpedone;
da te serà, per miserabil caso,
(e molto ten dorrà ) morto Cirone
e con Dercino, Alchion fia ucciso,
fieri di corpo e di terribil viso.
Veggoti edificar cittadi forti
e rocche e torri e molti tempii sacri
e il nome dare a promontori, a porti,
a giuochi, a sacrifici e a lavacri;
e veggo i re maggior ne le lor corti,
alzarti tempi e porti simulacri,
vittime darti e sovra i fochi accensi
arderti mirre ed odorati incensi.
Veggo, in vendetta del morto fratello,
un numero infinito di Pigmei
armarsi in Libia e tutti in un drapello
cercar fare i tuoi giorni e corti e rei;
ma ben gli mena a ciò il lor destin fello,
perché se fusser tutti quanti Antei,
non basteriano a quella forza immensa,
che così largo il cielo in te dispensa.
Vincere i re de i Tesproci ti veggio,
i Meropi ed Antagora e del tempio
torre il Tripode a Febo e molto peggio
fare a Giunon che, piena di sdegno empio,
scendendo a danni tuoi da l'alto seggio,
fia ferita da te (se il ver contempio)
ti veggo superare i forti Itoni
e morte dare a Cercopi ladroni.
Né punto gioverà a Periclimene
pigliar varie sembianze e varie forme
ché gli farai la vita venir meno,
tosto che fatto fia mosca deforme;
Licinio astuto e sol d'inganni pieno,
morto da te veggo ora inanzi porme;
scacciar ti veggo i Driopi da Parnaso
e condur l'empio re Lico a l'occaso.
Ma tu invitto, tu forte, di cui trema
il mar la terra e il tenebroso abisso,
non porai far, con la tua forza estrema,
che non abbi d'amore il cor trafisso,
e tra due non ti tenga speme e tema,
come se fusti un atide, o un narcisso;
ti veggo perciò fare, or guerra, or pace,
or timido mostrarti ed ora audace.
Tu vedrai prima, con benigno ciglio,
Ropalo, nato d'una donna rara,
e il vedrai nel valore e nel consiglio
dopo te, uguale a qualunque alma chiara;
ma tal nome darai tu al nobil figlio,
per tal che, benché estinta, anco ti è cara,
i' dico quella che, per sorte acerba,
fu, amando te, conversa in palustre erba.
Le figliuole di Tespio, che seranno
cinquanta, in una notte, da te solo,
ingravidate fiano e inanti l'anno,
di te parturiran tutte un figliuolo,
i quali a i Sardi poi se n'anderanno,
a far che colto sia l'agreste suolo;
ivi orneranno i lidi, i piani, i monti,
di rocche, torri e d'acquedutti e fonti.
E nasceran di queste e d'altre: Festo,
Ippeo Anteleon, Pemene e Antone,
Cromi, Illo e Cirno al par d'ognun rubesto,
Glisisonetto e Lido e Palemone,
Filaste e il buon Tirseno, da cui desio
sarà ogni forte al martiale agone,
Alceo, Patrocle ed Anicetto e Oxea,
Aristodermo, Azzon, Celto e Glenea,
Antiloco, Tlepolemo, Diodoro,
Laminio, Diopite e Dicoonte,
agile Terimano e Polidoro,
Chersibio, Olinto, Iber, Mecistofonte,
Gentiade con Ctesippo e con Dodoro,
Teagine, Itomeo con Manebronte,
Aventino, da quai fian nomi dati
a terre, a mari, a fiumi in varii lati.
Oltra questi, una ch'avrà di donzella
faccia e dal ventre in giù serà serpente,
ti produrà tre figli, ma una bella
anima fia tra lor, qual tu possente,
questi l'impero tenerà di quella
parte, ove nascerà e tutta la gente
di Scizia, più qualunque altra fiera,
il nome avrà da quella anima altiera.
Tra questi ed altri, una figliuola avrai
non men de i maschi, valorosa e forte,
che per torre i fratei fuori di guai,
anderà lieta a volontaria morte;
per miglior opra, donna alcuna mai
non passò quindi a la celeste corte,
né donna, che per pregio qui si nome,
lasciò unqua in terra più onorato nome.
Ma ove lascio io colui che tra tuoi figli,
quantunque chiari sian, quantunque industri
farà ch'ognun di lui si maravigli,
finché il mar bagni il mondo e il sol illustri?
Non tanto per prudenza e per consigli,
o per gli fatti suoi forti ed illustri,
quanto perché da lui verrà una prole,
a cui non vedrà pari in terra il sole.
Nascerà in Francia questo figlio altiero
e la sua prole al fiume in cui Fetonte
cadde dal ciel, terrà superbo impero,
di signoril onor cinta la fronte,
da questa nascer veggio un cavaliero,
(benché con noia di Giunon tel conte)
d'animo invitto e di saper profondo
che da te serà detto Ercol secondo.
Questi, come figliuol di quella madre,
di cui l'inferno insino ad ora pave,
spinto da la pietà, ch'avrà al gran padre
che terrà allor del cielo in man la chiave,
in ordine porrà falange e squadre,
non stimando periglio o caso grave,
per levargli l'assedio empio e spietato,
di cui fia d'ogn'intorno circondato.
Giunon, che 'n odio ave progenie tale,
e l'incresce veder ch'altri la lode,
perché la vede a Dei celesti uguale,
d'astio e d'invidia si consuma e rode,
ed in tant'ira, in tanto furor sale,
che non vuol ch'io m'estenda ne le lode
di costui che verrà da Alfonso primo,
cui più d'ogn'altro del tuo sangue io stimo.
Né pur questo mi vieta, ma vieta anco,
ch'io possa più cosa veruna dirti,
perché fa che lo spirto mi vien manco
per l'altre cose ch'io volea scoprirti;
ma quello ch'ora a palesarti i' manco,
farà (malgrado suo) altrove predirti
chi di te cura tiene e vuol che note
ti sian le cose oscure ora ed ignote. –
Con le luci, via più che bragia accese,
gli spirti, avendo anco al furor soggetti,
detto ciò, con parole non intese,
cominciò a viluppare i suoi concetti;
ma poi ch'al primo stato il Dio la rese,
con viso lieto e con cortesi detti,
tolse da Ercol combiato e andò a la cella,
ove godeansi insieme Arcado ed ella.
Qual uom che tra pensier varii si trovi
e non sa a qual di lor debba piegarsi,
ed or speme ed or tema sì il commove
che i suoi discorsi ha in varii lochi sparsi,
tal venne allora il gran figlio di Giove,
quando cose sì varie udì narrarsi,
e se ne stette tra contento e mesto,
ma in viso non mostrò quello, né questo.
Così col buon Silen tutto pensoso
scese da l'erto monte al piano ameno,
ove si stava Pan lieto e gioioso,
il qual l'accolse con viso sereno,
gli rese ei grazie e poi, con frettoloso
passo, celando i suoi pensier nel seno,
a l'Erimanto andò per dritto calle
e si levò il cenghial sovra le spalle.
Porta Ercole la cerva ed il cenghiale
ad Argo per offrirgli a Euristeo duro,
par che l'aria, la terra, ogni animale
gioisca, che il paese sia sicuro
da que' mostri, che fecer tanto male
a gli Arcadi, ond'i miseri già furo
sì sconsolati e 'n così trista sorte
che le speranze lor tutte eran morte.
Col porco in spalla e con la cerva in mano
se n'andò ad Argo il figlio d'Alcumena;
gli venne incontra, con sembiante umano,
tutta la terra di letizia piena;
va la novella a Euristeo a mano, a mano,
che il cenghiale e la cerva, Ercol gli mena
di tal novella egli tal doglia sente
che tutto si conturba ne la mente.
Ma come re superbo, a cui soggiaccia
molta gente, si asside ne la corte,
e mostrandosi tutto ira e minaccia,
Ercole aspetta che il cenghial gli porte;
ma tosto ch'egli il vide ne la faccia,
si fece tutto di color di morte
ché il mostro temeo più preso e legato
che nol temette Ercol di rabbia armato.
Pur, quanto più poté la tema presse,
e cercò di parer feroce e ardito,
come di quel cenghial nulla temesse
e non fusse nel cor punto smarrito;
ma bisognò ch'al fine indizio desse,
che il trovarsi di porpora vestito
non assicura il vil, né gli dà forza,
ma che il timore ogni suo sforzo, sforza.
Perché fin ch'ebbe in collo il mostro Alcide,
il tiranno il timor tenne in sé chiuso,
ma non sì tosto porre in terra il vide
ch'ogni spirto rimase in lui confuso;
Ercole, che di tal cosa s'avide,
strider fece il cenghiale, in porlo giuso,
a tal grido il tiranno empio e protervo,
fuggì qual fuggir suol da'cani il cervo.
Né prima si fermò che si nascose
tutto tremante in un munito vaso,
e 'n quella stessa guisa vi si pose
che 'n tomba si pone uom giunto a l'occaso,
tutta la gente sua grave duol rose,
visto avenir sì vergognoso caso
e molto a ognun rincrebbe aver signore
che di vil feminuccia avesse il core.
Alcide lasciò in corte al suo nemico
la ricca cerva da le corna d'oro,
come colui che sol sempre fu amico
di vera gloria e non di gran tesoro,
gli adulatori, che il costume antico
sapean del lor signor, lenti non foro
portarla a lui nel loco, ov'era occolto,
in guisa, che parea vivo sepolto.
Ercol levossi il gran cenghial su il collo
e l'alte scale del palagio scese
e al sacro tempio se n'andò d'Apollo,
e grazie a lui, di tal vittoria rese;
posto il cenghiale in terra, ivi svenollo,
trassegli i denti ed a l'altar gli appese,
perché se ne restassero anni e lustri,
per testimon de le sue imprese illustri.
Si vide non men segno d'allegrezza
dar Febo de l'onor del suo fratello,
che dato lo si avesse di gramezza,
l'empio tiranno e più d'ogn'altro fello,
così l'altrui virtute il buono apprezza;
e così al bene oprare il reo è ribello,
ed ove danno i buoni, a buoni lode,
il reo per le bell'opre altrui si rode.
Degna mercede al suo voler perverso
e degno che sen viva infiniti anni,
perché infinitamente, in ogni verso,
il prema un numer d'infiniti affanni,
e da lui prenda essempio l'universo
a che misera vita si condanni
colui che per l'onore altrui si turba
e la quiete sua per ciò conturba.
Ercole, offerto il mostro, volta il piede
verso la sua città lieto e contento;
la madre, che venire il figlio vede,
il figlio che temea di veder spento,
ratta corre abbracciarlo e poi gli chiede,
se il duro suo nemico è ancora intento
a dargli affanno, o metter pur fin voglia
a lui crucciare ed empir lei di doglia.
Ercol le dice che allegrar si deve
de le fatiche che il crudel gli impone,
ché quanto a far gli dà più cosa greve,
tanto più la sua gloria gli propone,
la qual si struggeria, come al sol neve,
s'egli di sé non fesse paragone;
così finirò il lor parlar, com'io
finir vo' qui, con vostra grazia, il mio.