XIII.

By Luigi Tansillo

Ecco crudel che vinci; ecco ch'io moro:

Fornito ho 'l corso mio, qual me l'ha dato

La tua durezza; e tanto me ne resta,

Quanto sopra la spada il petto pieghi.

Cingi di verde lauro i bei crin d'oro,

Siedi in sul carro aurato:

Non è vittoria questa,

A cui degno trionfo il mondo nieghi.

Alzisi in alto e leghi

Questo illustre trofeo su due colonne,

Esempio di pietate ad altre donne.

Alma, ch'innanzi che scendeste in terra

Da l'alta Idea, ti consacrò sé stessa;

Né fra tuoi lacci in così lungo tempo

Provò già mai desio di libertade:

Anzi credea portarsene sotterra

La bella effigie impressa;

E più di là del tempo

Andarsen ricca da la tua beltade:

O nova crudeltate,

Or l'hai sì a torto: oimè perché parlarne,

Quando a pena non oso di pensarne?

Stiasi la lingua nel suo carcer chiusa,

Ché il pigro aiuto suo più non bisogna;

Già il foco del mio petto arde sul rogo;

E 'l fiume del mio pianto è su la foce.

Dirà la man ciò ch'ella e 'l cor ricusa;

E non parrà menzogna;

Mentre i miei danni sfogo,

Le piaghe saran bocca, e 'l sangue voce:

Che dolor troppo atroce

D'alma infelice, a cui la vita è greve,

Sfogare in altra guisa non si deve.

La lunga guerra tua volgesi in pace;

Tigre crudel, non ti sarà più forza

Di portar tutto il dì l'ingrata noja,

Che ti davan questi occhi, e questa lingua;

Nemmen vedrai la fossa, ove si sface

La mia terrena scorza,

Poiché, a maggior tua gioia,

Pellegrin campo il mio cenere impingua.

S'avvien, che non s'estingua

Mio nome, e in bocca altrui qualche dì spire,

Questo turberà forse il tuo gioire.

Turberà forse il tuo gioir talora

Il veder ch'io mi moro, e che rimane

Viva di me nel mondo qualche parte;

Sì che, fiera, non puoi tutto atterrarmi.

Amor, che non men dentro, che di fuora

Scorge le menti umane,

Sa se io vergai mai carte

Per vaghezza di gloria, o per sfogarmi.

S'io vivrò ne' miei carmi,

De la durezza tua prendati sdegno,

Ella mi diede il duolo, e 'l duol l'ingegno.

Cercò la musa mia sol di dolersi,

Ma non poteva far, mentre si dolse,

Che tra le spine de le mie querele

Non spuntassero i fior delle tue lode.

Se spiran qualche ardor gl'inculti versi,

Tutto di là si colse;

Di là si trasse il mele,

Se san di dolce a chi ne legge, ed ode;

Ciò ch'avvien, che si lode

Di loro, è tuo ciò che di loro è caro:

Tu ne temprasti il dolce, ed io l'amaro.

Oltra ch'io corra al tristo fin contento,

Com'uom, che va da le fortune al porto,

Mi glorio ancor, ch'ho ritrovato il modo,

Morendo, di far cosa onde a te piaccia.

Almen, da poi che 'l corpo sarà spento,

Avrà questo conforto

L'alma, che dal suo nodo

Sì fieramente, anzi il suo dì, si slaccia.

E s'altri ti rinfaccia

Il sangue mio, non potrai dir ingrata:

Questo non fe' giammai cosa a me grata.

Ogni mia voglia sempre, ogni pensiero,

Fu d'aggradarti, e se talor no 'l fei,

O il poter mi fu tolto, o non m'accorsi,

Di che finor mi doglio, e mi riprendo.

S'io m'accorgea del tuo desir sì fero,

Ombra, e polve sarei:

Oimè, chi sa se forsi

Col tardar, mentre io parlo, anco t'offendo!

Ecco, che 'l ferro prendo,

E poi ch'in altro non t'offesi mai,

Perdona s'a morir troppo indugiai.

Alzava il braccio per ferirmi, quando

La man, ch'ir dovea al petto irata e forte,

Stringer mi sento, e stringer sento il core

Tra 'l ferro, e lei; volgomi, ed ecco quella,

Che mi fa crudamente ir desiando,

Pietosa di mia morte

E fatta dal pallore

De la nova pietà più che mai bella,

Teneami, e volendo ella

Scioglier la lingua in dir dolce e leggiadro,

Furommi ogni mio bene il sonno ladro.

Canzon per troppa doglia

Esser può ben, che un giorno al ferro io corra;

Ma ben morrò, pria ch'altri mi soccorra.