XIII
Di nove cose si lamenta il mondo.
A dimostrar per figura e per segno
portar per esse gravissimo pondo,
l'opposito di questo il faria degno
d'ogni felicità, mentre che dura,
d'ogni malizia nudo e d'ogni sdegno;
però che contro a ogni dirittura
le nove cose che 'l guastan son queste,
torcendo dal diritto ogni misura.
E come appaion chiare e manifeste
per l'altrui senno le colpe e gli errori,
per fuggir cose laide e disoneste!
Prima si è la forza de' signori,
sotto la qual, con le voglie operando,
cassano ogni mercé fuor de' lor cori;
così, secondo voglia comandando,
non secondo giustizia, alle fïate
e' ubidir conviensi lor comando.
La seconda è crudele iniquitate:
è aspra molto e paurosa a dire,
non tanto ch'a usar tal crudeltate,
perché non segue nell'ira il punire
colui ch'è degno, come peccatore,
di punizion, che nol può contradire;
e 'ntendesi de' popoli il furore.
Va' ti difendi tu dinanzi a questa,
né si riguarda il miglior dal piggiore,
ché, quando ad ira sé la mente desta,
la virtù dorme e la ragion quïeta,
ch'a vestirsi di furia è mala vesta.
La terza è quando la gente indiscreta
sotto di rii pensier, falsi e velati,
fan manifesta la cosa secreta.
Questo s'intende a tutti i confidati,
quando non tengon fede a' confidanti,
dei segretar gl'inganni e de' soldati.
La quarta è quella che ne 'nganna tanti
a esser sotto legge governati,
falsificare in opre ed in sembianti
gli oppinion de' dottor divarïati,
seguendo lor diverse oppinïoni;
se son veduti, non son dichiarati.
La quinta è quella alle conclusioni,
quelle che posson tôrre e dare assai,
non forsi in diffinir delle questioni;
e 'ntendesi la cetra de' notai,
ché dire etcetra è un lor nome dire:
stromenti rii, che non si tempran mai.
È una cetra dire e contradire,
falsificando quel che è detto innanti:
può in una cetera chiudere e aprire.
La sesta è la ria fé de' mercatanti:
dove bastava prima una parola,
uniti alla lor fé fermi e costanti,
ch'oggi non basterebbe d'una scola
libri testimoniali a dar certezza,
dove bastava una parola sola.
Onde bisogna aver maggior chiarezza,
attender con virtù quel ch'uom prometta,
ché la secreta fé poco s'aprezza.
La settima è medicinal recetta
de' medici scïenti, che si fanno
valenti a spese altrui senza vendetta.
E, s'egli scampa, onore e frutto n'hanno;
e se altro è, «El non potea scampare».
Quest'è la scusa, e chi muor s'abbi 'l danno.
E fansi riverire e onorare
e ben pagar della persona morta,
dicendo: «È fatto quel che si può fare».
L'ottava è quella che sì mal si porta,
de' chierici chiamata coscïenzia,
tal che la reverenza è mezza morta.
La nona è, quanto alla mia conoscenzia,
la pessima ignoranza de' villani,
fuor d'ogni discrezione e avvertenzia.
Per questo è giunto il mondo a male mani.