XIV. ALLA NOBIL DONNA LA SIGNORA CONTESSA ELEONORA CICOGNARI, CHE MIRABILMENTE R...
Duri ghiacci acute brine
Scuote al suol dal bianco crine
L'aspro inverno, e fuggitivi
Là sull'alpi arresta i rivi:
Ma del gelo i danni e l'onte
Non paventa il tuo bel fonte,
Biondo dio, nè mai lo vieti
Alle labbra dei poeti.
Or che Bacco a noi sen viene
Vincitor dall'inde arene,
E a dispetto delle grevi
Di gennaio orride nevi
Festeggiante empie le vie
Di piaceri e di follìe,
Ed appresta agli occhi intanto
Su le scene un dolce incanto
La vispetta la furbetta
Vezzosissima Lisetta;
Dammi, Euterpe, un nappo o dui
Di quell'onda, senza cui
Vuoti d'estro e disarmati
Sono i cerebri de' vati.
Cianci allora, allor mi vanti
Flacco i suoi fiaschi fumanti
Di falerno; e su la lira
Col desío che Bacco inspira
Porga preghi al suo vezzoso
Ligurino dispettoso.
Cianci allor Anacreonte
Coll'idalio mirto in fronte;
E sturando un botticino
Tutto colmo di buon vino,
Canti i baci e il delicato
Mento imberbe e il bianco lato
E il gentil braccio tornito
Di Batillo Catamito.
Tanto accieca, ohimè, le menti
Bacco ai vati incontinenti!
Fuorchè il fonte intatto e puro,
Altro néttare io non curo.
Lungi dunque dal mio seno,
Lungi, o Bromio, il tuo veleno,
Vanne, e recalo ad un Geta,
A un Tedesco, o ad un poeta
Che, di Pindo onta e flagello,
Sia cantor d'ogni bordello.
Sì profano, no, per dio,
Non è il plettro e il canto mio.
Io lodar vo' sol le cose
Belle vaghe graziose;
Io di versi aurea corona
Tesser voglio in Elicona
Solo al crin della furbetta
Vezzosissima Lisetta.
Grazie, Amori, qua correte,
Se imparar da lei volete
Qualche nuova leggiadria
Qualche nuova furberia.
Quei begli occhi feritori
Che dan guasto a tanti cuori;
Quelle guancie a bianco e lieve
Fiocco simili di neve
Che discende in balza alpina
Quando è cheta la collina;
Quella bocca che dischiude
Certa incognita virtude,
Certo amabile sorriso
Ch'apre in terra il paradiso;
Grazie, Amori, si permetta
Ch'io la dica schietta schietta;
Altro è ben che il bruno ciglio
E il gentil labbro vermiglio
E le gote sì leggiadre
Di Ciprigna vostra madre.
Son tant'anni e tante età
Che famosa è sua beltà,
Fin da quando il pomo ell'ebbe;
Ch'esser vecchia omai dovrebbe.
Ma Lisetta ha in sua bellezza
Tutto il fior di giovinezza,
Che del tempo i danni e l'ire
Non paventa; e sembra dire:
— Il model di questo volto
La natura in ciel l'ha tolto;
E allor quando l'adoprò,
Con Amor si consigliò;
Ch'occhi guance labbra e mento
Impastonne a suo talento
Coll'odor di tenerini
Olezzanti gelsomini
E col succo distillato
D'ogni fior ch'è più pregiato
Fra la pompa lusinghiera
Di ridente primavera. —
Mille silfi rilucenti
Lievi e ratti al par de' venti
Sopra lei da tutti i lati
Van volando affaccendati;
Come già fur visti un giorno
A Belinda errar d'intorno:
Ma Belinda andrìa negletta
Al confronto di Lisetta.
Altri guardan le ondeggianti
Del crin piume tremolanti;
Altri van dentro le strette
Ingegnose buccolette,
Onde alcuna non vi sia
Ch'esca fuor di simmetria;
Altri poi gli adamantini
Scuoton lucidi orecchini
E li fanno incontro al lume
Scintillare oltre il costume.
Tre alla dritta tre alla manca
Equilibranle sull'anca
I fianchetti; e cinque o sei
De' più scaltri e de' più bei
Gli orli elevano un pochino
Del francese gonnellino,
Ed espongono i gentili
Ritondetti piè sottili.
Molti in nastri si nascondono,
Molti in veli; e si confondono
Fra le pieghe del crispante
Grembiuletto ventilante.
Qual la man governa e regge,
E il bel gesto ne corregge;
Qual si ferma sulla gola
Per dar torno alla parola.
Due le gote in guardia tengono,
E vermiglie le mantengono;
Due sugli occhi sempre stanno,
E qua e là girar li fanno.
Gettan tremole scintille
Le parlanti sue pupille:
L'aria intorno arde serena,
Arde il piano, arde la scena:
Amor l'arco allenta e tira
Contro il cor di chi la mira;
E le punte più affilate
Vibra intanto a me suo vate,
Che in Parnaso con bei modi
Cantar soglio le sue lodi.
Bel veder dunque Lisetta
Or con certa sua grazietta
Vezzeggiare il buon Nerino,
Che per lei tristo e meschino
Non dà sonno al ciglio stanco
Nè riposa all'arso fianco,
Or giurargli amore e fede;
Ma lui stolto, se le crede;
Or lontan tra sè schernirlo,
E spergiura alfin tradirlo
Per un titolo d'altissima
Eccellenza superbissima.
Che ti val, Nerin mio bello,
Per lei perdere il cervello?
Che ti giova un cor fedele,
Un cor dolce, un cor di mèle?
Che ti giova aver beltà,
Aver garbo e civiltà?
Cotai merti fur prezzati
Dalle belle ai tempi andati:
Or non so per qual destino
Vaglion poco, o mio Nerino;
Ed usanze perigliose
Son di tutte le vezzose
Carezzarti lusingarti
Quando stan per ingannarti:
E Lisetta poi dovrà
Segnalarsi in fedeltà?
Esser bella no non lice
E non esser traditrice.
Ma in quei labbri sì eloquenti
Fansi belli i tradimenti,
Ed acquistan grazia e frode.
Tal maestra d'ammirabili
Rari vezzi inimitabili,
D'ogni cor dolce tormento,
Delle scene alto portento,
Quando parla quando ride,
Sempre piace e sempre uccide
La vispetta la furbetta
Vezzosissima Lisetta.