XIV – Ariosto
Anima eletta, che nel mondo folle
E pien d'orror, sì saggiamente quelle
Candide membra belle
Reggi, che ben l'alto disegno adempi
Del Re de gli elementi e de le stelle,
Che sì leggiadramente ornar ti volle
Perch'ogni donna molle,
E facile a piegar ne li vizi empi,
Potesse aver da te lucidi esempi,
Che fra regal delizie, in verde etade,
A questo d'ogni mal secolo infetto,
Giunta esser può d'un nodo saldo e stretto
Con somma castità somma beltade;
Da le sante contrade,
Ove si vien per grazia e per virtute,
Il tuo fedel salute
Ti manda; il tuo fedel, caro consorte,
Che ti levò di braccio iniqua morte.
Iniqua a te; ché quel tanto quieto,
Giocondo e, al tuo parer, felice tanto
Stato, in travaglio e in pianto
T'ha sottosopra ed in miseria volto:
A me giusta e benigna; se non quanto
L'udirmi il suon di tue querele drieto
Mi potria far non lieto,
Se ad ogni affetto rio non fosse tolto
Salir qui, dove è tutto il ben raccolto:
Del qual sentendo tu di mille parti
L'una, già spento il tuo dolor sarebbe:
Ch'amando me come so ch'ami, debbe
Il mio più che 'l tuo gaudio rallegrarti:
Tanto più ch'al ritrarti
Salva da le mondane aspre fortune,
Sei certa che comune
L'hai da fruir meco in perpetua gioia,
Sciolta d'ogni timor che più si moia.
Segui pur, senza volgerti, la via
Che tenuto hai sin qui sì drittamente:
Ché al cielo e a le contente
Anime altra non è che meglio torni.
Di me t'incresca; ma non altrimente
Che, s'io vivessi ancor, t'incresceria
D'una partita mia,
Che tu avessi a seguir fra pochi giorni.
E se qualche e qualch'anno anco soggiorni
Col tuo mortal a patir caldo e verno,
Lo dei stimar per un momento breve
Verso quest'altro (che mai non riceve
Né termine né fin) viver eterno.
Volga Fortuna il perno
De la sua rota, in che i mortali aggira;
Tu quel che acquisti mira
Da la tua via non declinando i passi,
E quel che a perder hai de tu la lassi.
Non abbia forza il ritrovar di spine
E di sassi impedito il stretto calle
Al santo monte per cui al ciel tu poggi;
Sì ch'a l'infida o mal sicura valle
Che ti rimane a dietro il piè decline
Le piagge, e le vicine
Ombre soavi d'alberi e di poggi,
Non t'allettino sì che tu v'alloggi.
Ché se noia e fatica fra gli sterpi
Senti al salir de la poco erta roccia,
Non v'hai da temer altro che ti noccia
(Se forse il fragil vel non vi discerpi):
Ma velenosi serpi,
De le verdi, vermiglie e bianche e azzurre
Campagne, per condurre
A crudel morte con insidiosi
Morsi, tra' fiori e l'erba stanno ascosi.
La nera gonna, il mesto e scuro velo,
Il letto vedovil, l'esserti priva
Di dolci risi, e schiva
Fatta di giuochi e d'ogni lieta vista,
Non ti spiacciano sì che ancor cattiva
Vada del mondo, e 'l fervor torni in gelo,
Ch'hai di salir al cielo;
Sì che fermar ti veggia pigra e trista.
Ché questo abito incolto ora t'acquista,
Con questa noia e questo breve danno,
Tesor, che d'aver dubbio che t'involi
Tempo, quantunque in tanta fretta voli,
Unqua non hai, né di Fortuna inganno.
O misero chi un anno
Di falsi gaudii, o quattro o sei, più prezza
Che l'eterna allegrezza,
Vera e stabil, che mai speranza o tema
O altro affetto non accresce o scema!
Questo non dico già perché d'alcuno
Freno a i desiri in te bisogno creda;
Ché da nuov'altra teda
So con quant'odio e quant'orror ti scosti:
Ma dicol perché godo che proceda
Come conviensi, e com'è più opportuno
Per salir qui, ciascuno
Tuo passo; e che tu sappia quanto costi
Il meritarci i ricchi primi posti.
Non godo men, che a gl'ineffabil pregi
Che avrai qua su, veggio ch'in terra ancora
Arrogi un ornamento, che più onora
Che l'oro e l'ostro e li gemmati fregi:
Le pompe e i culti regi
Sì riverir non ti faranno, come
Di costanza il bel nome,
E fede e castità; tanto più caro,
Quanto esser suol più in bella donna raro.
Questo, più onor che scender da l'augusta
Stirpe d'antichi Ottoni, estimar dei:
Di ciò più illustre sei,
Che d'esser de' sublimi, incliti e santi
Filippi nata, ed Ami ed Amidei,
Che, fra l'arme d'Italia, e la robusta,
Spesso a' vicini ingiusta,
Feroce Gallia, hanno tant'anni e tanti
Tenuti sotto il lor giogo costanti
Con gli Allobrogi i popoli de l'Alpe;
E di lor nomi le contrade piene
Dal Nilo al Boristene,
E da l'estremo Idaspe al mar di Calpe.
Di più gaudio ti palpe
Questa tua propria e vera laude il core,
Che di veder al fiore
De' gigli d'oro, e al santo regno, assunto
Chi di sangue e d'amor ti sia congiunto.
Non poca gloria è che cognata e figlia
Il Leon beatissimo ti dica,
Che fa l'Asia e l'antica
Babilonia tremar, sempre che rugge;
E che già d'Afro in Etiopia aprica,
Col gregge e colla pallida famiglia,
Di passar si consiglia;
E forse Arabia e tutto Egitto fugge
Verso ove il Nilo al gran cader remugge.
Ma da corone e manti e scettri e seggi,
Per stretta affinità, luce non hai
Da sperar che li rai
Del chiaro Sol di tue virtù pareggi.
Sol perché non vaneggi
Dietro al desir, che come serpe annoda,
Ti guadagni la loda
Che 'l padre e gli avi e i tuoi maggiori invitti
Si guadagnar con l'arme a i gran conflitti.