XIV

By Agnolo Firenzuola

O rozza pastorella,

Se ben sei vaga e bella,

Più ch'altra ninfa ch'al bel Prato sia;

Per questo esser devria,

Che tu fussi vèr me sì cruda e fella?

Io t'amo, io tel confesso,

Molto più che me stesso:

Dunque per questo m'odii e mi disprezzi,

E 'l cor da me divezzi,

Sì ch'ei si sdegna, s'uom mel vede appresso?

Se non fusse il bel petto

Ch'ei preme a suo diletto,

Quando da me partendo a te sen viene,

Io perderei la spene

Ch'ei mai tornasse al suo primo ricetto.

Pur per toccar tal volte

Quelle rose allor colte,

Che porti sempre in sen, le perle e l'ostro,

Torna al lasciato chiostro;

Ma l'ore ch'ei soggiorna non son molte.

Ond'io del mio cor privo

Donne, non son più vivo

Per proprio mio valor, ma vivo in lei;

In lei, che i piacer miei

(Pensate come io sto) sempre ebbe a schivo.

Caro cor mio, da poi

Che starti seco vuoi,

Lascia almen dentro onde ti parti impressa

Quell'imagine stessa,

Che vi devean dipinger gli occhi suoi.

Canzon, forza è tacere;

Ché 'l cor s'è già fuggito,

E 'n sen di quella rozza se n'è gito.