XIV
O ingegni antichi, che per i moderni
infondete sovente vostra luce,
per lo qual mezzo son di fama etterni
adunque quel di voi, che me' conduce
negli almi la piatà, non si nasconda
che a risurgerla el tempo si produce,
sì che né altrimenti ella s'infonda
che fie il bisogno dell'addimandante,
qual con ogni occhio come rucel gronda.
Tal come in oro campeggia il diamante,
così il perdonar largo piace a Dio,
quando alla menda torna el servo errante;
però che 'l colpo dispiatato e rio,
di che 'l ferì Longin colla suo lancia,
dimostra quanto l'uom debb'esser pio.
E non sie gnun che se lo rechi in ciancia
di non aver del misero merzede,
ché tal delitto altrove si bilancia.
Pertanto i' vengo a te con quella fede
che tornò al padre il figliuol peccatore,
come chiar nel Vangel si scerne e vede;
ched e' lo rivestì pien di dolzore
e poi gli uccise il vitel sagginato,
il qual significò galdio e onore.
E se errore da me fu generato,
intendo di tornare a quella menda
che propio tu arai me' giudicato.
Ben prego che 'l mie prego in te s'accenda,
sì come fé quel di Centurïone,
tal che la persa grazia mi si renda.
E se alcuna cosa s'interpone,
solo 'mpedisca quel comandamento,
che dette Iddio a Pietro in suo sermone,
che per ogni commesso mancamento
settanta volte sette perdonasse
a chi del fallo avessi pentimento.
Qualunque uom fu mai che non errassi,
che nessun ne fu mai, se miri chiaro,
che in alquanto error non trapassassi.
Ispecchiati in Davìt, che riparo
non ebbe a riguardarsi dal peccare;
po' colla menda purgò 'l caso amaro.
Però chi vuol da Dio dono impetrare
convien ch'al bisognoso prema e spanda,
po' per un cento s'usa meritare.
L'esser piatoso è sì dolce vivanda
ch'è felice colui in cui s'è mostro,
ch'assaldito gli è poi ciò che dimanda.
E non soperia penna, foglio o 'nchiostro
a ritrattar di quel sollenne salma,
ché chi la segue impera il divin chiostro.
I' vengo a te con quella degna palma
e col preco eficace, qual di Marta
quand'al morto fratel fé render l'alma;
e non con altro frutto si sia sparta
la mie chiesta merzé dentro al tuo petto,
sì che 'n etterno mai non si diparta.
I' son disposto e fermo nel concetto
di seguitarti con quel buono amore,
qual è fra' generati in un ricetto,
e con quella fiammella e quello ardore,
la qual regnò nel cor di Madalena,
quando a servir si misse il Creatore.
Così non fia mai mie voglia rafrena
d'ubidirti, servirti in quel sol modo
che m'imporrà la tua lingua serena.
E, s'egli avien che mai errore o frodo
verso di te per me sì si commetta,
ch'i' caschi vivo nello infernal nodo,
e venghin de' dimon l'antica setta
e straccin l'alma e mie corpo, qual cani
fan della presa lepre timidetta!
Né altrimenti sien rapaci e strani
che son sopra soldati o saccomanno
e fieri e crudi e rigidi villani.
Prima tutti e pianeti fermeranno
i corsi lor che i' cangi il pensiero,
de' quali e versi mia trattato t'hanno.
Prima fie tenebroso l'emispero,
e 'l limbo sarà chiaro e pien di vampo,
che io non ami te, tutto severo.
Sarà la neve e 'l diaccio un caldo vampo,
e 'l cielo arato da giogati buoi
e le stelle semente in ogni campo,
prima ch'i' cangi il bel servir di voi,
con quello effetto e quello amor benigno
ch'ebbono e martor, che fùr salvi poi.
E se in me pur fussi atto maligno,
per ignoranza fia, non per malizia,
ché sol di servir te è 'l mio disegno,
non altrimenti un can, che asercizia
ogni suo 'ngegno per campar la vita,
quant'io per riaver la tuo amicizia,
la qual da me vie più è apitita
che non fu l'oro o da Crasso o da Mida,
di cui la voglia lor fu sì infinita.
E però se in te ora s'annida
di volermi per servo una sentilla,
convien ch'ogni martòr da me ricida;
e se in te s'accende una favilla
di quello amor portatomi perfetto,
vita non fia, più che la mia, tranquilla;
ch'un si discerne con un pugno al petto
e dir sol miserere che si purga
ogni peccato atroce e maladetto.
Dunque l'amistà morta in te risurga.