XIV
Signor, che al colmo de la vera gloria
mentre andate per strada più sicura
più degno sète d'immortal memoria,
che quanto cerca ogni un sempre e procura,
sol voi, sprezzando, al mondo havete môstro
ch'anima alberga in voi tranquilla e pura,
e che consiste l'ornamento vostro
ne l'interna virtù, non fuore in questa
spoglia, e risplenda pur di gemme e d'ostro;
a voi dunque, o Signor, vuo' manifesta
fare una vision, che l'altro giorno
m'apparve, ond'ho la mente afflitta e mesta.
Parea ch'io fossi a l'ombra a pie' d'un orno,
stanco, e col capo in su la destra mano
di fiori e d'herbe in un bel prato adorno,
quando alzai gli occhi, e scorsi di lontano
gente venir, che a me fatta vicina
mi parve lo spettacolo più strano.
Sopra un carro di vetro una meschina
donna vista giacer di lacci avvinta,
colma di gratia e di beltà divina,
e con la faccia una gran vecchia, tinta
d'oscuro fumo, la premea col piede,
come per forza da lei presa e vinta;
né punto l'altra le chiedea mercede,
ma gridava: “Per te queste mie spoglie
troppo alte son, troppo honorate prede”.
Scuoteasi, e detto havreste: ella si scioglie
ma indarno hora la forza, hora l'ingegno
tentava, ond'io sentia tormenti e doglie.
Ma più m'empian di colera, e di sdegno
due che al mostro infernal giacendo a lato
sì gran matrona facean stare a segno.
L'un maschio, e l'altra femina, di grato
aspetto e di parlar tanto cortese,
ch'ogniun parea di charità infiammato.
Le genti che seguian poscia, distese
veniano a quattro a sei, parlando insieme,
con gli occhi e con le menti al mostro intese;
ond'io, che l'altrui mal sempre mi preme,
pensavo a quella, per la cui salute
hora il timor m'ingombra, hora la speme.
Quando un gran Duce pien d'alta virtute
pur dianzi asceso tra i celesti heroi,
che a fin le sue fatiche eran venute
e cagion stata è la sua morte a noi
d'eterne piaghe e d'infiniti guai,
come per prova habbiam veduto poi,
starmi appresso a man destra rimirai;
qual, poi che a l'aria, a le canute chiome
conobbi, verso lui subito andai;
e con letitia riverente, come
conviensi a tal Signor, poi che vicino
giunto gli fui, l'addimandai per nome,
dicendo: “O Signor mio, quel grande Orsino
pur sète, ond'io nel cor tutto sfavillo
d'alto acceso desio mentre v'inchino?
Voi sète, o Signor mio, quel gran Camillo
torre d'ogni virtù fondata e salda,
e di religion chiaro vessillo?
Qual più di ghiaccio cor per voi si scalda
dietro a l'honor, nel petto vostro messo
da Dio, perché gli siate e scudo e falda.
Poi ch'oltra ogni mia speme hoggi concesso
m'ha di vedervi il ciel, posso la morte
lieto aspettar, se ben le fossi appresso.
Chiamar ben debbo aventurosa sorte
quella che qui pur dianzi mi ripose,
né so come v'entrassi, o per quai porte”.
Quel saggio alhor benigno mi rispose
e mi basciò con tenerezza in volto,
poi meco ragionò di varie cose.
E così ragionando a caso, volto
verso colei che, in preda al mostro rio
restando, in gran pensier mi tenne involto,
così dissi al gran Duce: “O Signor mio,
chi sian costor, se v'è noto per caso,
né vi sia grave il dir, saper desio.
Tra me medesmo già m'ho persuaso
che oppressa a torto questa donna sia,
e gran dolor m'è dentro al cor rimaso”.
Et egli a me: “Quella malvagia e ria,
che in tal maniera per queste contrade
vincitrice triompha, è la Bugia.
Quell'altra è l'infelice Veritade,
a torto oppressa (come hai detto) o loco
infame dove tal prodigio accade,
misero fia colui che solo un poco
del vero adombra”, e mentre ciò dicea
tutto in viso avampar parea di foco.
“Quei duo, che in mezo l'hanno – soggiungea –
Fraude l'una è chiamata, e l'altro Inganno,
nemici aperti de la bella Astrea.
L'un senza l'altro raro o mai non vanno,
ma sempre uniti, e in questi e in quei paesi
senza fin male ad ogni gente fanno.
Né ci debbiam fidar che sì cortesi
paiano in vista, ch'ogni loco è pieno
di reti e panie e lacci da lor tesi.
Sta sotto il parlar dolce atro veneno,
e coperti di rose e d'altri fiori
mill'aspi e mille tiri han sempre in seno.
Notari poi, causidici e dottori
son questi et altri, c'han volpino il pelo,
pascendosi e di risse e di romori.
Ond'io qua giù dal più superno Cielo
visto il danno e il periglio son disceso
per trar (s'io posso) da la fraude il velo.
Però parla in mio nome a chi tal peso
tutto sostiene, e c'ha dì e notte il core
a tener giusta la bilancia inteso,
e digli che di Dio voglia l'honore
dinanzi haver, ch'è veritade intera
sì come uscì già di sua bocca fuore,
e che da la prudentia sua si spera
che in un dolce mostrandosi e severo
non triomphi la Fraude in tal maniera,
ma che si scoprirà per forza il vero;
e digli, oltra l'honor del Padre eterno,
che miri a quel del successor di Piero,
indi al suo proprio anchor con l'occhio interno,
e in somma a quel di tutta la cittate
di cui per mia cagione hebbe il governo”.
“Adunque a la Bugia la Veritate
– fui constretto a gridar – ceder conviene?”,
e lagrimai per doglia e per pietate.
Rispose il saggio alhor: “Dio non sostiene
che il vero mai stia lungo tempo ascosto;
però riprendi, o figliuol mio, la spene,
che al contrario mutar vedransi tosto
tutte le cose, e sì com'hora il finto
per forza sotto a i pie' s'ha il vero posto,
così chiaro vedrem, prima che il quinto
lustro passi, tornar ciò tutto indietro
e triomphar del vincitore il vinto.
Non vedi la Bugia ferma sul vetro?
Deh, dimmi, e voi non difendete un'opra
di quel che veste il gran manto di Pietro?
Chi vuol questa con fraude opprima e copra,
che se sotterra ben fosse sepulta
la vedrai sempre ritornar di sopra,
che star la Verità non puote occulta”.