XIX. AD UN AMICO CHE PRENDEVA MOGLIE.
— Mancano precipizi e rupi alpestri?
Manca un ferro, un veleno, onde tu pêra?
Mancano travi, mancano capestri,
S'hai desío d'una morte infame e nera,
Senza che debba sconsigliato e stolto
Cercar per manigoldo una mogliera? —
Così all'amico Postumo rivolto
L'ingiurioso Giovenal dicea,
Sul sesso imbelle rabbuffando il volto:
E nel fiele di rabbia licambea,
Detestando il talento femminile,
Lo stil pungente e i detti aspri tingea.
Saggio garzon, che al fianco una gentile
Donzelletta ti vedi, in cui non falle
L'amabile sembianza e signorile;
Degg'io l'acre menarti su le spalle
Del poeta d'Aquin verga severa,
Perchè ten vieni d'Imeneo sul calle?
Sarà forse ogni donna una pantera,
Una tigre di selve erimantèe,
O qualch'altra più truce ingorda fiera?
Saranno tutte Erifili e Medèe,
O di quelle peggior che nel crivello
Son dannate a portar l'onde letèe?
Saran tutte degli uomini il flagello,
E di colei più crude e discortesi
Che vuotò un giorno Orlando di cervello?
Greche o latine, tartare o francesi,
Io credo che la stampa non sia rotta
Delle donne adorabili e cortesi.
Le ingentilisce Amor quando le scotta,
Onde tutte ad Amor spinte ne vanno
Per forte attrazion non interrotta;
Tal negli effetti, che, s'io non m'inganno,
Nè su la terra nè tra gli astri erranti
Più possente trovolla il gran Britanno.
Amor vince ogni cosa; e i cuori amanti
Spoglia d'ogni più indocile austerezza,
Sian cannibali o traci o garamanti.
Egli per tutto si ravvolge; e sprezza
Ogni riparo; e variando toglie
Alle cose create la rozzezza.
Egli i corpi congiunge e li raccoglie,
E moto e aspetto alla materia inspira,
E le forme seguaci agita e scioglie.
D'ogni belva crudel la rabbia e l'ira
Si cangia in mansueta tolleranza,
Se i fianchi Amor le stimola e martìra.
Per lui preser gli dèi nuova sembianza,
E spesso in varia faccia a noi sen venne
Giove calando dall'eterea stanza.
Or serpe or foco or satiro divenne,
Or si piovve dal ciel cangiato in auro,
Ed or vestì di bianco augel le penne.
E sotto falsa immagine di tauro
Portò per l'onde Europa sbigottita
Sul dorso altero del sì bel tesauro.
Così per mar fu tratta la marrita
Angelica in deserta atra caverna
Per incanto infernal dell'eremita.
Amor didiè norma ai cieli; Amor governa
Il non mutabil corso e la secreta
Dei lucid'astri consonanza eterna.
Le ritrose comete ei frena, e vieta
Che nel passar dell'infocate chiome
La terra avvampi ed il lunar pianeta,
Dall'alto ei piove la sua forza; e come
Più aggrada al suo talento, in su le stelle
Incide e segna degli amanti il nome.
Ed anche il vostro di sua mano in quelle
Avea già scritto, e il nodo aureo formato
Che insiem dovea legarvi, anime belle.
Oh soave d'amor nodo beato!
Oh sorte! oh dolce talamo alle sole
Opre tranquillo del piacer serbato!
Datemi a piena man rose e viole,
Ond'io ne sparga la romita sponda
Pria che tramonti in occidente il sole.
Scinta la zona, e agli omeri la bionda
Crespa chioma lasciata, ed in sembianza
Or tinta di pallore or rubiconda,
Deh qua scenda dal ciel a far sua stanza
L'alma Feconditade, ed abbia a lato
Di leggiadri figliuoli bella ordinanza!
Ma chi fia che a' tuoi sguardi offra schierato
Lo stuol dell'alme elette a mano a mano,
Che dal tuo fianco vorrà trarre il fato?
Morto è Maron che spinse il pio Troiano
Nell'Eliso a veder col padre amante
Gli eroi che il ciel serbava al suol romano.
Morto è il mio vate che molt'anni avante
Disegnò nella grotta di Merlino
I futuri nepoti a Bradamante.
Deh chi guida me ancor dell'indovino
Mago a saper nella marmorea buca
I figli che a te pur serba il destino!
Laggiù senza consiglio e senza duca
Capriccioso discende il mio pensiero,
E nell'atra caverna ecco s'imbuca.
Ei brancolando per quell'antro nero
Va colla man davanti, e passo passo
Vien tentando il difficile sentiero.
Col capo innoltra rannicchiato e basso,
Che teme urtar la soprapposta volta
Dell'incavato cavernoso sasso.
E per quell'ombra spaventosa e folta
Pien di paura sente delle bisce
Lo striscio e il fischio ovunque si rivolta.
Or l'arresta uno sterpo, or lo ferisce
La permalosa urtica ed il pungente
Spino ch'ivi rigermina e fiorisce.
Misero! uscir vorrebbe; e già si pente
D'aver presa la via: pur dalla fossa
Senza danno si sbriga finalmente.
E giunto ove di rai l'aria è percossa
Dal chiaror della pietra, che raccoglie
Nel grembo di Merlin l'anima e l'ossa;
Tre volte adora le sacrate spoglie,
Gira tre volte intorno alla grand'arca,
E riverente il favellar discioglie.
— Se il fatidico spirto ancor non varca,
O gran profeta, a Stige, ove per l'onde
Spinge Caron l'affumicata barca;
Se la tua voce in quest'orror s'asconde,
E le passate e le future cose
A chi le dimandò sempre risponde;
Appagami, per dio, le curiose
Mie brame che quaggiù cercando vanno
Di due amanti le sorti avventurose.
Dimmi, nè ti sdegnar, quanti saranno
E di che genio e di che volto i figli
Che dagli sposi miei nascer dovranno.
Aravvene nessun che rassomigli
Il genitore o pur la genitrice,
E che mogliera o pur marito pigli?
Andrà nessuno a qualche erma pendice
Vestito d'un cappuccio o d'una tonica
Per mangiar qualche insipida radice?
Saravvi tal cui piaccia una canonica,
Piaccia grande la cappa, ampia la cherica,
Breve il salmo e l'antifona laconica?
Saravvi tal che navighi all'America,
E sino a Truffia e Buffia si sospinga,
Sol per vedere se la terra è sferica?
Saravvi tal che scimitarra cinga,
E fra tamburi timpani e trombette
Di barbarico sangue la dipinga?
Le bocche lor saranno larghe o strette?
Ed essi porteranno il volto raso,
O i labbri copriran con le basette?
Ottuso avranno ovver acuto il naso?
Avranno il guardo affabile o severo,
Purchè senz'occhi non gli stampi il caso?
Il ciglio sarà biondo o sarà nero?
La fronte spaziosa o pur angusta?
Il portamento grave o pur leggiero?
La carne ben succosa o ben adusta?
E gli ossi molto lunghi o molto corti?
E la persona debile o robusta?
Saranno quadri o tondi? dritti o storti?
Vivran molt'anni e molti, o presto a cena
Gozzovigliar faranni i beccamorti? —
Qui ferma i preghi e le parole a pena,
Che dopo un sordo bulicar profondo
Quel vivo spirto dentro si dimena:
— E tu, grida, chi sei che in questo fondo
Vieni adesso a turbar l'altrui riposo?
All'inchieste de' pazzi io non rispondo. —
A cotai detti il mio pensier stizzoso
Drizzandosi deluso ad altra mèta
Abbandona lo speco tenebroso.
E s'ode per la cieca aria secreta
Con ira e con bestemmie acerbe e crebre
Maledir la spelonca ed il profeta.
E pria d'uscir dall'orride latèbre
Dà di piglio alla lampada dell'ara
Per scacciarsi davanti le tenèbre.
Poichè il lume la via fosca rischiara,
Sopra una porta oval che nell'ingresso
Non è di spazio e di passaggio avara,
Entro un gran buco di quel muro fesso
Dà degli occhi in un libro a lui vicino,
Che forse non a caso ivi fu messo.
— Questo, disse tra sè, s'io l'indovino,
Sarà un libro d'incanti; e sarà quello
Che un giorno usò l'incantator Merlino. —
Onde già toco da desir novello
Di far qualche incantesimo in disparte,
Per levarlo la man stende bel bello.
Ma sente un cupo brontolar di carte,
Ch'esce dal mezzo del volume e cria
Un impeto che l'apre in doppia parte;
E grida: — Io non son libro di magia
E non insegno l'arte del demonio,
Ma sono un libro di teologia.
Non son di San Gregorio o Sant'Antonio,
Ma d'un ottimo frate cristiano,
E, son, se vuoi, S
Leggimi, e indietro non tirar la mano;
Chè libro tal per la gentil famiglia
Del santo Imene non fu scritto in vano. —
Stupisce l'altro, e ben si maraviglia
Che un libro parli in una grotta interna;
E di leggere alfin si riconsiglia.
Quindi a terra depone la lanterna,
E in giù colla persona ripiegato
Illumina le carte e la caverna.
Legge e rilegge con muso aggrinzato
Quanto contiene di bizzarro il testo
Di quel volume lacero e tarlato.
Ma lo scritto è sì infame e disonesto,
Ch'ei spesso il volto per vergogna rosso
Si copre con la man, tanto è modesto.
Io vorrei dirlo e dirtelo non posso:
Ma ben puoi fare il tuo desir satollo,
Se a leggerlo anderai dentro quel fosso.
Là nel suo nicchio il mio pensier lasciollo,
Quando fu sazio alfin della lettura
Che doler gli fe molto e gli occhi e il collo.
E fuori uscì dalla spelonza oscura,
Tuttor maledicendo il suo viaggio
E più del mago la ripulsa dura.
Or ti par egli un faticar da saggio,
Cercar dell'avvenir gli alti decreti
Ove del vero non balena il raggio;
E in cambio della voce de' profeti,
Trovar chi t'empia il capo di morale
Che non fu fatta mai per i poeti?
Ma se il futuro a lingua egra e mortale
Vaticinar non lice, e il pensier mio
Tanto sublimi non dispiega l'ale;
Sai che dirò? che nella man di Dio
Stan le vite, e se il pugno ei non rallenti,
Trarle quaggiù non speri il tuo desío.
Dirò che l'esser padre ha i suoi tormenti;
E che dall'alto la bontà divina
Schiera d'eletti figli ed innocenti
A un giusto genitor larga destina.