XIX
O da me celebrando in mille pagine,
d'ogni virtù mirabilmente predito,
spirto reale, illustre alta propagine,
ecco ch'io canto, ecco ch'io scrivo et medito
gli elegi imposti: vegga l'human genere
che ne gli obsequij tuoi tutto son dedito.
Vien nel mio petto col tuo figlio, o Venere,
mena i parvuli tuoi nati dulciculi
et col patente sen le Gratie tenere;
cercate tutti insieme i diverticuli
ove del passato igne è il caldo cinere
et suscitate i già sopiti igniculi,
tanto ch'io possa il mantovan itinere,
ch'io feci al tempo del mio grave incendio,
al suon de la testudine concinere.
Quanta iactura, ohimè, quanto dispendio
feci alhor del mio nome celeberrimo
lasso, ch'io fui del vulgo vilipendio!
Vide già Theseo il regno empio et miserrimo
ove han la mulcta i perpetrati crimini
et fu nel vero il suo viaggio asperrimo;
ma a più evidenti casi e a più discrimini
exposi io alhor questo mio corpo impavido
prima ch'io entrassi i mantovani limini.
Sì di veder il mio Camillo ero avido
ch'i fasci, le secure e al fin la ingloria
cruce imminente non mi fer mai pavido.
Muse, reggete voi la mia memoria,
sì ch'io deduca al fin col vostro auxilio
de le fatiche mie la lunga historia.
Havea già Phebo in Scorpio il domicilio,
onde le come a gli arbori cadevano
e i dolci giorni andavano in exilio,
quando i mei spirti che vita prendevano
dal mio Camil per la sua longa absentia
exurienti a duro fin correvano.
Non poté la mia innata continentia
far che giamai mutassero proposito,
perch'Amor lor facea troppo violentia;
ond'io di subvenirli al fin disposito
audace ascesi un equo conductitio,
ogni timor de gli emuli postposito,
e il camin presi con sinistro auspitio,
il camin sempre acerbo et memorabile
che fu quasi cagion del nostro exitio.
Pendea da i lati la mia toga labile,
et io vibrando il magistral mio baculo
equitava con gaudio incomparabile;
indi trahendo il mio Maron del saculo
passai quel giorno honestamente il tedio,
né cosa al mio piacer mai fece obstaculo.
O quanto fu diverso il fine e il medio
dal bel principio! o gaudio transitorio!
o duol più longo del troiano assedio!
Cedea già Phebo al bel lume sororio,
quando io per l'aere noxio de i crepusculi
giunsi defesso a un empio diversorio.
Il caupon con atti blandiusculi
prese la staphia et m'aiutò a descendere,
coprendo fel con meliti verbusculi.
Cominciaro i vapori al capo ascendere,
fremeva l'alvo, honusto era il ventriculo,
né i freddi piè potea né i bracchij extendere;
pur pedetentim giunsi ad un cubiculo
sordido, inelegante, ove molti hospiti
facean corona a un semimortuo igniculo.
«Salvete —dissi—, et Giove lieti et sospiti
vi riconduca a i vostri dolci hospitij»;
ma responso non hebbi: o rudi, o inhospiti!
Io che tra viti equestri et tra patritij
soglio seder mi vidi alhor negligere
da quegli huomini novi et adventitij.
Non sapea quasi indignabundo eligere
partito; pur al fin fu necessario
tra lor per calefarmi un scamno erigere.
Che colloquio, o dij boni, empio et nefario
pervenne a l'aure nostre purgatissime,
da mover nausea a un lenone, a un sicario!
Io con reprehensioni modestissime
prima cercai quel rio sermon distrahere,
poi question proposi lepidissime;
né mai li puoti a le proposte attrahere,
anzi, fecer da un puero scelestissimo
con fraude il scamno a me erecto subtrahere,
tanto che quasi —o seculo immanissimo!—
volendo io poi seder, mi ruppi un cubito
nel precipitio mio grave et altissimo.
Prorupper tutti in un cachino subito,
che mostrò del mio mal gaudio incredibile,
ond'io che fosser fiere ancor mi dubito.
Tu che nel ciel con murmure terribile
scuoti le nubi, o regnator de l'ethere,
perché inulto lasciasti il caso horribile?
Fu sempre questo mio instituto vetere,
dissimular la ricevuta ingiuria
e a i malfactori miei bontate expetere:
però frenando alhor l'ardente furia
del sangue che fremea circa i precordij
taciturno lasciai l'improba curia.
Vennero in tanto i mal frugali exordij
de la cena futura, ma a compescere
la fame mia bastar soli i primordij,
perché tutto sentendomi languescere,
essendo ancor dal sdegno inflato et tumido,
più che cibo appetiva di quiescere.
Menòmi un puero a un loco incompto et fumido,
ove tra mille et più rime et foramini
un lectulo giacea sul terreno humido.
Poi ch'io fui ne gli illoti linteamini
trovai più duro stare et più spiacevole
che su la terra, sopra i nudi gramini.
Prevalse alhor la parte più laudevole,
ond'io, poco mel visto in tanto assentio,
damnai pentito il senso trabocchevole,
tra me dicendo: «O Fidentio, Fidentio,
quanto più honor sariati et gloria et utile
finir il semiexposito Terentio!
Deh stolto, non voler per cagion futile
una tale ignominia al tuo nome adere!
Ritorna, et lascia il rio camino inutile».
Vennermi in tanto legioni a invadere
d'animali multiplici et deterrimi,
tal ch'io non credea mai poterne evadere.
Hor, mentre io deplorava i morsi asperrimi,
exclamò Amor: «Per sì varie tristitie,
per tanti casi flebili et miserrimi,
ti meno a riveder le tue delitie,
la tua ambrosia, il suavio, il refrigerio.
Servati forte a cose sì propitie».
Tanto in me alhor s'accese il desiderio
ch'io parvipesi gl'importuni aculei,
lieto adorando il cupidineo imperio.
Patito havrei tutti i labori herculei
et per l'ombra veder del ben pollicito
ito sarei fino a i colli romulei.
Sol mi dolea d'esser nel letto implicito
et che senza una morula interponere
d'ascender l'equo non mi fosse licito.
Non puoti al somno mai gli occhi disponere,
tal che invocando il giorno e il flavo Cynthio
mi posi hendecasyllabi a componere.
Ma la notte in cui nacque il gran Tirynthio
a rispetto di quella fu brevissima:
notte crudel piena di dolce absynthio!
O quante volte a l'aria frigidissima
usci' a veder l'antelucana albedine,
et sol vidi nel ciel ombra obscurissima!
Al fin con infinita mia dulcedine
l'aureo splendor ch'al novo giorno è previo
discacciò la noturna atra nigredine.
Io, come un giovinetto imberbe et devio,
mi succingo la toga et corro al stabulo
e ascendo l'equo et ogni mora abbrevio.
L'hospite, che fu rio ne l'incunabulo,
per far d'ingiusto lucro gravi i loculi
gli havea subtracto il patuito pabulo;
poi disse in voce irata et con truci oculi
a me che prendea venia per discedere
ch'io persolvessi i non libati poculi.
Et fu al fin forza al temerario cedere,
perché l'habene in atti crudo et horido
prese e il partir non mi volea concedere.
Dal freddo clima al sempre adusto et torido
non vede il sol altro huom sì in vitij excellere,
né da l'occaso a l'oriente florido.
Hor volendomi al fin indi divellere
et del cepto camin la meta tangere
cominciai l'equo alacremente a impellere;
il quale, hoimè, poi che dal stimulo angere
sentissi in modo cominciò a succutere
che m'hebbe quasi gli intestini a frangere.
Io sentia il splen et l'hepate concutere
con tal dolor che, vinta la constantia,
fu forza al fin la patientia abutere;
pur, revocata ancor la tolerantia,
provava s'io il potea gradario efficere,
col freno obstando a tanta petulantia.
Ma l'empia bellua hor si volea conijcere
in una fovea, hor ergeasi, hor voltavasi
hor calcitrando mi volea deijcere,
talhor del tutto immobile fermavasi,
et s'io adoprava, benché parco, il stimulo,
al succussar indocile tornavasi.
In fine, et nulla per iactantia simulo,
in tanta adversità fatto magnanimo
a me stesso il mio mal mento et dissimulo,
dicendo: «Ah impatiente et pusillanimo
è questo così grave e acerbo stratio
che supportar nol possi con forte animo?».
Indi m'accinse a superar lo spatio
ch'al mio viaggio ancora era residuo,
né mai di stimular mi vidi satio.
Hor, per finir, sì fui nel corso assiduo
ch'io cominciai scoprir gli alti pinnaculi
al fin del sempre memorabil biduo;
poi, postergati gli interposti obstaculi,
vidi con incredibil mia letitia
le menie optate e i forti propugnaculi.
Ma perché un mio maggior martir qui initia
darò del tutto altrove contitudine,
se mi sarà Terpsicore propitia.
In tanto appendo il plectro et la testudine.