XIX

By Francesco Bolognetti

Felice Caro al choro caro tanto

de le Muse, che alcuno a questa etade

di girvi appresso non si può dar vanto.

Phebo a voi solo agevolò le strade

d'Hippocrene, e voi sol condusse in parte

dove chi giunge in oblio mai non cade.

E solo a Phebo son care le carte,

che serban scritto il divin nome vostro,

per natura voi sol grande e per arte.

Il Paleoto a questi dì v'ha mostro

un certo parto mio, tanto imperfetto,

che aborto con ragion può dirsi, o mostro.

Ha solo e capo e collo, e spalle e petto,

non ha ventre, né gambe, oltra che in quelle

membra, ch'egli ha, si trova anchor difetto.

Di fuori ha negra e ruvida la pelle,

poco spirito dentro, onde son certo

c'havrò del morir suo tosto novelle.

Bisogno havea questo meschin d'esperto

padre, non già di me, che polso e lena

dar non gli posso, e ciò si vede aperto.

Scemo di forza e debole di schena

mi trovo, a tal ch'io l'ho con gran fatica

nel termine, ch'egli è condutto a pena.

Ma convien chiaramente ch'io vi dica,

lasciando star metaphore e colori,

onde sovente lo scrittor s'intrica.

Non si ritrovaria dentro, né fuori

da Bologna, né molte miglia intorno,

sian fachini, o corrieri, o zappadori.

Chi si guadagni il pan di giorno in giorno

col zappar, col portar continue some,

e col gir sempre, o far sempre ritorno:

ch'io più non mel guadagni, e non so come

trovar mai di riposo un'hora intera,

hor che già bianche mi si fan le chiome.

Io mi ritrovo haver quando ogni sera

mi corco, e ch'io mi levo ogni mattina

dodeci figli appresso in una schiera.

Le femine son nove, ecco la brina,

che la rugiada avanza, ecco la rosa,

che oppressa vien da troppo acuta spina.

Non vi par, Cavalier, che questa cosa

spaventar possa Alcide, or non è questo

rimedio, ond'io giamai non habbia possa?

Queste in pensier mi stan mentre son desto,

con l'ali brune il sogno ecco sovente,

s'io dormo queste appresentarmi presto.

Tal che se voi cantar sì dolcemente

fan le nove sorelle, e me le nove

sorelle sospirar fanno sovente.

Essendo adunque in questo stato, dove

mi trovo, ben scusar voi mi dovete

de le imperfette mie deboli prove.

Ma se pur altra pania, o s'altra rete

non mi prendesse, o m'invescasse l'ali,

potrei tal volta ritrovar quiete.

Ma dir non vi potrei quanti, né quali

siano i disturbi, e i varii impedimenti,

che al cor mi son come coltelli, o strali.

Né mai sarà che a voi scoprir paventi

le piaghe, che nel petto occulte io porto,

eccetto pochi, a tutte l'altre genti.

Dirolle a voi sperandone conforto,

tra l'altre pene mie sei lustri sono,

che immerso in lite son tenuto a torto.

Di core a quel che ti è cagion, perdono;

ma però questo sempre mi tormenta

s'io vo, s'io sto, s'io taccio, o s'io ragiono.

Perciò ch'ei non si satia, o si contenta

due volte il giorno, e spesso tre citarmi,

la mente a liti solo havendo intenta,

che per offesa mia sempre nuov'armi

va ritrovando, or voi dunque pensate

come dispor mi possa a scriver carmi!

Il più bel fior de la mia verde etate

ho consumata in giudici e in notari;

che mai tregua non hebbi o verno, o state.

Così m'avvien con gli avvocati avari

e coi procuratori, c'han la gola

profonda più che i più profondi mari.

Ma non mi estendo in questa parte sola,

ch'oltra che i fatti lor son manifesti,

mi manca il tempo in dirgli e la parola.

Dodici figli è un gioco, anzi di questi,

ch'obedienti sono e virtuosi,

prendo piacer, né mi fur mai molesti.

Molt'altre cose fan, ch'io non riposi,

ma son come di mosche beccature,

rispetto a i morsi d'Hidre venenosi,

de le publiche intendo, e de le cure

private, e de gli ufficii per diverse

persone, che si fan, di sangue oscure.

Sol per tre giorni a vera fè converse

Dio l'Inghilterra, e in tal modo la porta

a me del grado senatorio aperse.

Oltra i publichi, questo anchor mi apporta

negotii per parenti e per amici,

cosa, che sol mi aggrada, e mi conforta.

Et soglio al mondo quei chiamar felici,

che al far servigio altrui sempr'hanno il core,

e dispensan la vita in tali offici.

M'incresce sol che in me non sia maggiore

saper, poter giudicio, e che la mia

opra debil riesca e il mio valore.

Ma però questo anchor la poesia

getta da banda, perché il buon poeta

gli altri non pur, ma se medesmo oblia.

Un'altra cosa anchor molto inquieta

mi fa la mente, e sì fuor di misura

è grande, che non ha termine, o meta.

Io sono, o Cavalier, di tal natura,

che ogni cosa di casa io vuo' sapere

picciola e grande, e del tutto haver cura.

Cantina e stalla mi convien vedere;

hor questo sempre, hor quel chiamar mi faccio

per chieder cose spesso anchor leggiere.

Da me stesso mi lego e stringo il laccio,

che villuppi e disordini non posso

patir; vorrei, ne so trarmi d'impaccio.

L'haver governo di famiglia, un'osso

da roder duro parmi, un giogo, un peso

da sostener difficilmente adosso.

Mi viene il poetar non men conteso

da fabrica non vil, ma d'importanza,

a cui son molto per natura inteso.

Bench'io mi trovi haver commoda stanza

e grande, al fabricar però, mia stella

m'inclina, e mi constringe antica usanza.

L'architettura è dilettosa e bella,

ma con la poesia regnar non puote,

benché de l'una sia d'altra sorella.

Pur l'emergentie a tutti già son note,

che apporta il fabricar, come richiede

d'ogni altra cura le persone note.

O quante volte la pietà, la fede

volendo esprimer del mio buon Constante,

a cui scorrendo il sol pari non vede,

venirmi ho visto alcun di casa avante

per dirmi: “Quei non metteno a la volta

chiave, che a mantenerla sia bastante.”

O quante havendo in man la penna tolta

per farlo andar da Chabora sicuro,

dove de' Persi era la turba accolta,

mi venia detto che non era il muro

a filo o ch'era torta una colonna,

o che da basso era il salotto oscuro.

Se l'una e l'altra illustre altera Donna

lodar volea, che l'elmo e la corazza

si vestian pronte in vece de la gonna,

sentivo: “A voi conviene l'andare in piazza

per gridar col magnan, quel manoale,

che a giornate lavora, hor si solazza.”

Over che stava una finestra male,

per non haver la sua ferrata a gabbia,

chi la scala, dicea, tropp'erta sale.

Se di Giunon cantar volea la rabbia,

o di Ciprigna il duol ne l'alma impresso,

mi dicea tosto alcun: “Non vi è più sabbia

e quei poltroni la calcina e il gesso

consuman così schietti, onde la spesa

è il minor danno che si veggia espresso,

che tal dente non fa, né tanta presa

la calce pura e gonfia il gesso in guisa,

che il marmo incontro non gli fa difesa”.

Tal che se intenta la memoria e fisa

mi trovo al mio Constante haver talhora,

da tante cure e tai mi vien recisa.

Ma s'io lasciassi il fabricar, già fuora

non sarei di travaglio, che a decine,

anzi a migliaia in me sorgono ogni hora.

Questa nebbia, Messer, già tre mattine

venuta, intendo dir, guasta il ricolto,

o che perduto il lino è per le brine.

Talhora ecco un villan dirmi con volto

tristo e con gli occhi ascosi ne la testa,

che l'Austro il tutto ha sottosopra volto;

o che ci ha ruinati la tempesta,

hor troppo asciutto e hor soverchia pioggia

ci consuma, ci cruccia e ci molesta.

S'io passeggio talhor sotto una loggia,

pensando a quel concetto, c'ho in pensiero,

per vestirlo con nuova e vaga foggia,

mi vien subito detto: “Il canceliero

ha condotto prigion vostro compadre,

sendogli opposto quel che non è vero.”

Un altro dice: “In Budrio hieri mio padre

fu preso, c'habitava con alcune

genti, ch'ei non sapea che fosser ladre.

E l'han condotto a spese del Commune,

e se non sète presto ad aiutarlo,

havrà, senza alcun dubbio, de la fune.”

Se col Morel, se con l'Harmodio parlo,

e d'un soggetto a lor cheggio consiglio,

com'esprimerlo ben, come adornarlo,

m'è detto haver la febre un picciol figlio,

mia gioia e mie delicie, e quando vermi

non sian, che il caso ha in sé grave periglio.

Over, che due de gli altri sono infermi,

che i serventi si dier de le ferite,

e che fian presi stando in casa fermi.

Chi vuol, ch'io raccomandi la sua lite

al Palmieri, a la Rota, al Galbiati,

chi le cavalle apporta esser fuggite,

e che indarno più giorni sono andati

molti cercando per varii sentieri,

chi dice, guasti haver la rena i prati.

Se in villa vo per star tre giorni interi,

un messo ecco volar con l'ali tese

per dirmi che son giunti forestieri.

Ma nel dir tante cure, onde contese

mi son le poesie, tal mi sgomento,

ch'io vuo lasciar sì faticose imprese.

Pur dirò questo anchor: s'io sono intento

a qualche invention, che bella e nova

diletti, ecco il mazzier del Reggimento,

che apporta ogni hor qualche sinistra nova,

a tal che per trottar tosto in palazzo

convien che spesso da mangiar mi mova.

O che gentil piacer, che bel solazzo

da farmi bianca in quattro dì la chioma,

o ch'io diventi e disperato e pazzo.

Ogni tre giorni, o quattro haver da Roma

sì dolci nuove, ecco il Fiscal, che viene,

ma commissario sol però si noma.

Fortificar la terra si conviene,

per tante inique sette e varie scole,

che Dio, per dar castigo a noi, sostiene.

La Germania guidar di Pietro vole

la nave, e poner leggi e freno al Papa,

la Francia peggio anchor fa che non sole.

Ond'io spesso appetisco una vil rapa

da cena haver, sotto le bragie cotta,

o pere secche al fumo senza sapa,

e viver di lambrusca e di ricotta,

o d'herba e d'acqua in ben remota villa,

o in monte alpestre, o in solitaria grotta.

Perché la mente almen ferma e tranquilla

la notte e il giorno havrei. Dunque voi Caro,

cui tante gratie il vostro Apollo instilla,

talché nessuno a l'età nostra al paro,

ne per gran spatio appresso mai vi è giunto

scusatemi, scorgendo in me sì chiaro

col non sapere il non poter congiunto.