XIX
Fille, giungi opportuna
Dalla campagna: or sul mattin t'assiedi,
E prendi questa di liquor spumante
Ricolma tazza, e bevi. E che? Ritrosa
Sdegni l'invito, e la ricusi? Intendo:
Altro umor non conosci
Che quel del rivo, e quello
Dall'uve espresso. Ah semplice che sei!
Questo è ben altro, che gustar del fonte
O di bionda vendemmia. Odimi: io voglio
Svelarti i pregi e la sostanza, e poi,
Se non ti aggrada, allor fa ciò che vuoi.
Non mi credi, o pastorella?
Cedi al ver, cedi alla prova;
Ah non può, mentre sei bella,
Durar molto il tuo rigor!
Quelle sol d'ingrato aspetto
Serban cor rigido incolto;
Ma chi vanta un gentil volto
Chiude in sen cortese il cor.
Udito avrai sovente
Rammentar le felici
Dell'India remotissime contrade;
Or sappi che de' frutti appunto a noi
Queste fan dono, eletti
Tal nettare a compor. Quel nella scelta
Più degli altri importante,
Sostegno e fondamento,
Quasi a ghianda è simìl. Chi sa che queste
Non fosser già le dolci ghiande altrici
Dell'innocente antica età? Non giova
Dirti il natio suo nome, e in atto schivo
Forse tu rideresti. Or poi che al fuoco
Cambiò colore e inaridì, si toglie
Dalle aduste sue spoglie: indi su dura
Curvata selce, accomodata all'uso,
Da esperte si comprime
Robuste braccia, che rotondo e terso
Tronco impugnando, ch'è pur sasso, al petto
Vicine ed or lontane unite al moto
Alternano strisciando. Oh quanto esala
D'odore il cinnamomo allor che all'imo
Del cavo marmo a spessi colpi, e grave
In polvere si cangia! E questo poi,
Che cernendo si scelse,
Al primo unir convien. Con mano avara.
D'altra pianta più rara
E di più forza e odor l'ingordo suole
Parte aggiungervi ancor. Confuso al fine
Quel dell'indiche canne
Dolce e candido succo, a te sì caro,
Prodigamente vi s'accoppia. Insieme
Tutto adunque si mesce; e ferve intanto
Sulla cote il lavoro: onde calcata
La buona massa dalla man che sovra
Le ricorre frequente,
Si affina e ammorbidisce. Al fin compito
Il bel disegno, come il latte indura,
Così per quella stringesi e si addensa
In varie forme, a cui si adatta; al verno
Quindi è miglior consiglio
Differir la fatica. Or di': t'inganno?
Dubiti, o Fille, ancor? No; già nel volto
Leggo il piacer nel tuo consenso. Oh come
Subito persuade
Sagace il gusto ed eloquente, e sempre
Quel che l'irrìta dolcemente ancora
Più nutre moderato e il sen ristora!
Piacer non v'è più bello
Di quel che giova e alletta:
Quello che sol diletta,
Fille, non è piacer.
Mostrò di senno e d'arte
Quindi le prove estreme,
Chi seppe il dolce insieme
Coll'utile goder.
D'udir sarai bramosa
Come il liquor si sciolga? Un chiuso rame
Colmo di limpida onda
Fa pria che bolla in su i carbon; divisa
Indi in frammenti, e con misura, a tempo
Quella sostanza entro v'infondi: all'orlo
Veloce la vedrai
Gorgogliando salir: ma sia tua cura,
Quando abbisogni allor, vigile e pronta
Allontanarla dalla fiamma. Al segno
poi che al fin giunse col calor, ritolto
Il vaso al rogo ardente, in esso immergi
Breve dentato legno;
Che fra le palme stretto,
In frequenti rotando opposti giri
L'umore agita e fiange
Che spuma e si dilata. In tazze allora
Mesci a sorsi, interrotti
Dal replicato flagellare alterno,
Il soave liquor. Bevilo al fine,
‘Ma siedi,’ ti diranno,
‘E favella fra tanto, e dolcemente
Mormora della gente.’ Io chieggio solo
Che meco al labbro or tu l'appressi. Ah Fille
Ti piacque? Lo sorbisti? E non sei quella
Che fin or lo sdegnò? Del molle sesso
Questo sempre è il costume. A' nostri voti
Pria si mostra crudel, fugge, ma brama
D'esser raggiunto. Al fin tanto cortese
Scusa il rigor, s'affanna, e langue poi,
Che stil si cangia, e siam le ninfe noi.
Ogni bella al primo invito
Sdegna amor, nega mercede;
Negar finge, ma concede,
Ma non lascia in libertà.
Cede al fin, pronta sospira,
Ma poi s'urta in altro scoglio:
Come pria finse l'orgoglio,
Forse poi finge pietà.