XIX

By Pietro Metastasio

Fille, giungi opportuna

Dalla campagna: or sul mattin t'assiedi,

E prendi questa di liquor spumante

Ricolma tazza, e bevi. E che? Ritrosa

Sdegni l'invito, e la ricusi? Intendo:

Altro umor non conosci

Che quel del rivo, e quello

Dall'uve espresso. Ah semplice che sei!

Questo è ben altro, che gustar del fonte

O di bionda vendemmia. Odimi: io voglio

Svelarti i pregi e la sostanza, e poi,

Se non ti aggrada, allor fa ciò che vuoi.

Non mi credi, o pastorella?

Cedi al ver, cedi alla prova;

Ah non può, mentre sei bella,

Durar molto il tuo rigor!

Quelle sol d'ingrato aspetto

Serban cor rigido incolto;

Ma chi vanta un gentil volto

Chiude in sen cortese il cor.

Udito avrai sovente

Rammentar le felici

Dell'India remotissime contrade;

Or sappi che de' frutti appunto a noi

Queste fan dono, eletti

Tal nettare a compor. Quel nella scelta

Più degli altri importante,

Sostegno e fondamento,

Quasi a ghianda è simìl. Chi sa che queste

Non fosser già le dolci ghiande altrici

Dell'innocente antica età? Non giova

Dirti il natio suo nome, e in atto schivo

Forse tu rideresti. Or poi che al fuoco

Cambiò colore e inaridì, si toglie

Dalle aduste sue spoglie: indi su dura

Curvata selce, accomodata all'uso,

Da esperte si comprime

Robuste braccia, che rotondo e terso

Tronco impugnando, ch'è pur sasso, al petto

Vicine ed or lontane unite al moto

Alternano strisciando. Oh quanto esala

D'odore il cinnamomo allor che all'imo

Del cavo marmo a spessi colpi, e grave

In polvere si cangia! E questo poi,

Che cernendo si scelse,

Al primo unir convien. Con mano avara.

D'altra pianta più rara

E di più forza e odor l'ingordo suole

Parte aggiungervi ancor. Confuso al fine

Quel dell'indiche canne

Dolce e candido succo, a te sì caro,

Prodigamente vi s'accoppia. Insieme

Tutto adunque si mesce; e ferve intanto

Sulla cote il lavoro: onde calcata

La buona massa dalla man che sovra

Le ricorre frequente,

Si affina e ammorbidisce. Al fin compito

Il bel disegno, come il latte indura,

Così per quella stringesi e si addensa

In varie forme, a cui si adatta; al verno

Quindi è miglior consiglio

Differir la fatica. Or di': t'inganno?

Dubiti, o Fille, ancor? No; già nel volto

Leggo il piacer nel tuo consenso. Oh come

Subito persuade

Sagace il gusto ed eloquente, e sempre

Quel che l'irrìta dolcemente ancora

Più nutre moderato e il sen ristora!

Piacer non v'è più bello

Di quel che giova e alletta:

Quello che sol diletta,

Fille, non è piacer.

Mostrò di senno e d'arte

Quindi le prove estreme,

Chi seppe il dolce insieme

Coll'utile goder.

D'udir sarai bramosa

Come il liquor si sciolga? Un chiuso rame

Colmo di limpida onda

Fa pria che bolla in su i carbon; divisa

Indi in frammenti, e con misura, a tempo

Quella sostanza entro v'infondi: all'orlo

Veloce la vedrai

Gorgogliando salir: ma sia tua cura,

Quando abbisogni allor, vigile e pronta

Allontanarla dalla fiamma. Al segno

poi che al fin giunse col calor, ritolto

Il vaso al rogo ardente, in esso immergi

Breve dentato legno;

Che fra le palme stretto,

In frequenti rotando opposti giri

L'umore agita e fiange

Che spuma e si dilata. In tazze allora

Mesci a sorsi, interrotti

Dal replicato flagellare alterno,

Il soave liquor. Bevilo al fine,

‘Ma siedi,’ ti diranno,

‘E favella fra tanto, e dolcemente

Mormora della gente.’ Io chieggio solo

Che meco al labbro or tu l'appressi. Ah Fille

Ti piacque? Lo sorbisti? E non sei quella

Che fin or lo sdegnò? Del molle sesso

Questo sempre è il costume. A' nostri voti

Pria si mostra crudel, fugge, ma brama

D'esser raggiunto. Al fin tanto cortese

Scusa il rigor, s'affanna, e langue poi,

Che stil si cangia, e siam le ninfe noi.

Ogni bella al primo invito

Sdegna amor, nega mercede;

Negar finge, ma concede,

Ma non lascia in libertà.

Cede al fin, pronta sospira,

Ma poi s'urta in altro scoglio:

Come pria finse l'orgoglio,

Forse poi finge pietà.