XIX

By Remigio Nannini

Or che Zefiro in grembo a Flora dorme,

Né fronde tremolar si vede o foglia,

Né m'ascolta altri che ginepri e sassi,

Canterò in voce al mio dolor conforme,

Poi che il dolor a lamentar m'invoglia,

Chi fatto ha gl'occhi miei di luce cassi,

Ch'il dolce suon cangiassi

Alla mia cetra, che tant'alto giva,

Ch'il sentier chiuso apriva

Alla mia chiara stella

Della sua fama illustre, eterna e bella:

Mentre spiegava desiosa l'ale

Lieta mia speme a gloriose imprese

Per farla chiara in parte ove non era,

Sperando forse aver possanza uguale

Al desio che d'Amor la face accese,

Troppo ne giva di se stessa altera;

Miser chi crede e spera

In cosa che mal ferme abbia le piante!

Ecco ch'a le mie tante

Vane speranze un solo

Serpe troncò l'audaci penne e 'l volo.

Poi che caduta mia speranza in terra

Vidi, e già chiuso a' bei pensieri il varco

Che m'avea aperto con sua mano Amore,

Incominciò la dispietata guerra

Che mi fa gir di grave scorno carco,

E di piaga crudel ferito il core,

Che mille volte more

Il giorno, e mille si raviva e sorge,

Così martir mi porge;

E mia pena è infinita,

Sendomi il viver morte, e 'l morir vita.

Mentre piangendo, e di me stesso in forse,

Lasso attendendo il fin di tanto affanno,

Giva come uom che bene amando teme,

Tosto che dentro i miei pensieri scorse

L'angue crudel, cagion d'ogni mio danno:

Perché languida ancor vivea mia speme.

Quest'è che più mi preme,

Nel dolce incerto, il certo amaro messe,

Così la vita oppresse

Al mio sperar fallace,

Ch'in sé pur morto, in me sepolto giace.

Così d'ogni speranza ignudo e casso,

Volgea pur (lasso) gl'affannati lumi

In quella parte ove splendea 'l mio sole,

Che mi fu duce all'amoroso passo:

Ma furo i miei desir sogni, ombre e fumi;

Qui sospir nuovi il cor, nuove parole

La lingua, che si duole

Del mio mal, sciolse, a lamentarsi avezza:

Qui raddoppiò l'asprezza,

Poscia ch'io non potei

Saziar da lunge almen gl'occhi di lei.

Quest'è l'empia cagion de' tristi pianti

Che da quest'occhi acerbamente verso,

E in mille selve, in mille boschi sparsi.

Quest'è l'empia cagion ch'a tanti e tanti

Fiumi udir feci il doloroso verso,

E come amando amaramente io arsi;

Ben potria gloriarsi,

L'empio serpe e crudel, d'aver troncato

Nodo tanto pregiato,

S'avesse avuto forza;

Ma celeste valor mortal non sforza.

Taci, canzon, che l'aura

Soavemente a respirar ritorna,

Che così mal adorna

Non ti portasse il vento;

Ma resti qui tra noi nostro tormento.