XL

By Mariotto Davanzati

Invitto, eccelso e strenüo monarca,

o novel Cesar robusto e clemente,

magno Allessandro e Pipirio veloce,

Scipïo, Anibal franco e Pirro ardente,

Fabio e Camillo al salvar della barca,

o 'nquïeto Marcel aspro e feroce,

giusta spada che nuoce

a' rei e' buoni essalta,

e 'l fondamento smalta

a chi per modo alcun segue vertute,

o del viver uman ferma salute,

in terra vita, verità e via,

in cui son adempiute

tutte eccellenzie, a noi mortal messia!

Hatti il gran Giove infra' mortal mandato,

colla influenza di Minerva e Marte,

in ogni facultà lor fida scorta;

e per congiugner ben l'ingegno e l'arte,

di quanto puote in ciel natura o fato,

e che 'n te non ritenga muro o porta,

tuo imenso animo esorta

con bellezze celeste,

insegne manifeste

di vittoria, trïunfo, etterna fama.

Or dunque chi da te s'onora e ama

raguarda, ché tal don dal ciel si perde,

se per te non si chiama

chi d'ambo canti sotto il lauro verde.

Mille e mill'anni pria trascorre al mondo,

che la somma Potesta unica e trina

mostri segni, qual fa or per essemplo.

O sommo rege d'ogni disciplina,

al qual non so se mai sarà secondo,

se tue opere degne ben contemplo,

i' mi risolvo e stempro

di stato infimo e 'ngegno,

ch'i' non fu' fatto degno

di vivere a' tuo piedi e con tal nodo

che, come le tue laulde aprezzo e odo,

veder potessi e rigistrare in carta!

E, ciò pensando, godo

che tuo memoria mai dal mondo parta.

Quanto tuo maiestà ogn'uom prevale,

la tua alma Lucrezia in fama avanza

ogni altra donna mai fin qui famosa

d'incredibil biltate e di costanza

e di sublime ingegno naturale,

dove carità, fede e speme posa,

stella radïosa

d'onestate e clemenza,

fior di magnificenza,

prudente, giusta, temperata e forte,

qual viva sempre fu dopo la morte

ne' gentil almi di chi ci succede,

se la matura sorte

non niega a' versi miei meritar fede.

Sento levarmi al ciel, imaginando

l'angelica suo forma altera e nova,

e la mia fantasia farsi divina;

e per cantar di lei viver ne giova.

Che fare dunque, veggendo o parlando,

a chi del paradiso è cittadina?

O bella Proserpìna,

tu ti torresti a Pluto;

e tu, Titon canuto,

perderesti la tuo vaga Aurora.

I' crederei trar delle selve fora

i tigri e gli orsi con sì dolce note,

e mostrare in brieve ora

quanto in ingegno uman natura puote.

— Canzon, s'avien ch'arrivi

a quella illustra donna,

che d'ogni onor colonna,

suplica ch'ella prieghi il sacro Alfonso

che nel numer de' suoi servi m'iscriva,

ché dal cielo ho risponso

di farlo eterno, e lei star sempre viva.